Il Concordato del 1984 tra Stato e Chiesa: cos’è l’accordo impugnato dal Vaticano contro il ddl Zan

Mossa senza precedenti della Santa Sede che consegna all’Ambasciata italiana una richiesta formale per la modifica del Disegno di legge

Il Concordato attualmente in vigore, che regola i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, venne sottoscritto il 18 febbraio 1984 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli. Esso è il frutto della revisione, prevista dall’articolo 7 della Costituzione, del Concordato firmato l’11 febbraio 1929 da Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri nell’ambito dei Patti Lateranensi, che segnarono la conciliazione tra lo Stato e la Santa Sede, con la soluzione della «questione romana». Il problema si era aperto nel 1870 con la fine dello Stato pontificio, quando le truppe italiane erano entrate a Roma con la forza attraverso la breccia di Porta Pia e il papa Pio IX si era dichiarato prigioniero. La cosiddetta «legge delle guarentigie», approvata dal Parlamento italiano nel 1871 per assicurare al Pontefice l’esercizio della propria missione spirituale, era stata — infatti — dichiarata inaccettabile dal Vaticano.

Il Trattato e il Concordato

Dopo quasi sessant’anni di convivenza difficile, che aveva visto — però — i rapporti tra Stato e Chiesa progressivamente appianarsi, l’avvento al potere di Mussolini, che non aveva certo le preoccupazioni dei suoi predecessori liberali circa la laicità dello Stato, consentì nel 1929 la conclusione di un’intesa complessiva consistente in due accordi: il Trattato, con cui l’Italia riconosceva la sovranità della Santa Sede e il nuovo Stato della Città del Vaticano, con annessa una Convenzione finanziaria per risarcire la Chiesa dei danni subiti con la legislazione ottocentesca in fatto di enti ecclesiastici; il Concordato, contenente la regolamentazione di una serie di questioni circa l’esercizio del culto, lo statuto dei sacerdoti e dei vescovi, il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio cattolico, la disciplina dei beni ecclesiastici, l’estensione dell’insegnamento religioso confessionale nelle scuole. Dopo la caduta del fascismo, l’Assemblea Costituente approvò l’articolo 7 della Costituzione, che recepisce i Patti Lateranensi ma al tempo stesso prevede che le loro modificazioni «accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Una soluzione votata dalle forze moderate, in testa la Democrazia cristiana, ma approvata anche dal Partito comunista (non da quello socialista e da altre forze laiche), con l’intento di tutelare la pace religiosa in Italia.

«A rischio esercizio del magistero e manifestazione del pensiero»

Il carattere anacronistico di alcune disposizioni del Concordato indusse in seguito le parti a intavolare trattative per la loro revisione, che s’intensificarono all’inizio degli anni Ottanta e nel 1984 sfociarono nell’accordo sottoscritto a Villa Madama da Craxi e Casaroli. Il nuovo Concordato, che venne poi ratificato dal Parlamento a larga maggioranza, comprende 14 articoli più un protocollo addizionale in 7 punti e prescrive il superamento del principio secondo cui il cattolicesimo è religione di Stato. Altri punti qualificanti: la nuova modalità di finanziamento delle istituzioni ecclesiastiche italiane, poi attuata attraverso il meccanismo della scelta dei contribuenti di destinare l’8 per mille dell’Irpef allo Stato o alla Chiesa (in seguito si sono aggiunte altre confessioni religiose); la nuova disciplina del recepimento agli effetti civili della nullità dei matrimoni religiosi stabilita dai tribunali ecclesiastici in base al diritto canonico; la piena libertà della Chiesa di istituire scuole ai cui alunni deve essere assicurato un trattamento «equipollente» a quello di chi frequenta gli istituti statali; la nuova regolamentazione dell’insegnamento della religione cattolica, con il diritto degli alunni a non avvalersene. L’articolo 2 dell’accordo di Villa Madama prevede poi la piena libertà per la Chiesa di «organizzazione» e di «esercizio del magistero» e per i cattolici «di manifestazione del pensiero» con ogni mezzo. Principi che il Vaticano ritiene corrano il rischio di essere compromessi dall’approvazione del disegno di legge Zan in materia di omofobia.