Il cardinale Filoni: “Con la visita del Papa gli iracheni non si sentiranno più ai margini della geopolitica”

 «Con la visita del Papa gli iracheni, e in particolare i cristiani, non si sentiranno più dimenticati» nei loro drammi quotidiani, «margine insignificante della geopolitica internazionale». Anche per questo è prezioso il viaggio di Francesco a Baghdad, considerato il più importante e pericoloso (a causa di pandemia e terrorismo) del pontificato.

Si terrà da domani a lunedì (salvo imprevisti dell’ultima ora). Il cardinale Fernando Filoni, Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, conosce bene l’Iraq, dove è stato ambasciatore dal 2001 al 2006 – senza abbandonare il Paese bombardato dagli Usa – e poi in missione per conto di Bergoglio mentre il Califfato stava cacciando i cristiani dalle loro case nella piana di Ninive, nel 2014. E domani sarà sul volo papale, al seguito del Vescovo di Roma.

Eminenza, quanto è importante il viaggio del Papa in Iraq?

«L’Iraq è un paese con appena cento anni di storia; prima era una provincia dell’impero ottomano. La sua storia centenaria è turbolenta; noi conosciamo soprattutto il periodo del regime di Saddam Hussein, le tre grandi guerre (con l’Iran 1980-1988, il Kuwait 1990 e la più recente del 2003); ma molto cruente e profonde sono state anche le lotte interne con i curdi a nord e gli sciiti a sud. L’Iraq è un paese che cerca una via politica di relazioni non conflittuali sia con i vicini, sia all’interno. Tuttavia, anni di violenze non si risolvono in breve e i rigurgiti sono continui. Eppure, è un Paese potenzialmente ricco, sebbene impoverito dalle guerre, dalla corruzione, dall’incapacità di dare risposte politiche alla composizione delle molteplici etnie, culture e religioni che vi albergano. Il viaggio è importante perché riporta l’attenzione internazionale su questo Paese e incoraggia il desiderio di arrivare alla pacifica convivenza e al desiderato sviluppo economico. Ci sono già passi, ma tutti hanno il dovere di contribuirvi. L’Iraq è la cerniera tra il vicino Oriente e l’Asia centro-orientale.

Perché l’Iraq non è un Paese qualsiasi?

«Nessun paese è mai “uno qualsiasi”. Nella mia esperienza diplomatica devo dire che tutti i Paesi hanno una dimensione unica e non comune. L’Iraq lo è non solo per la sua storia, ma anche per una cultura lunga oltre cinque millenni; ad essa anche l’occidente deve aspetti su cui si fonda la convivenza e il progresso civile: penso ad esempio al Codice di Hammurabi, che, in quanto codice scritto, stabilisce la potenzialità di una legge uguale per tutti.  Questo è a fondamento di ogni civiltà, comprese quelle a noi più familiari (greco-romana e successive). L’Iraq è un Paese che ci interessa e ci riguarda».

Qual è il ruolo geopolitico dell’Iraq? E com’è la situazione politica nel Paese?

«Democraticamente è un Paese giovane. Le sue molteplici ferite sono ancora vive e profonde; gli equilibri pacifici e stabili non sono ancora entrati profondamente nella vita civile; c’è bisogno di nuove generazioni ben formate che pensino ad una patria diversa, fuori dalle contese etniche e dai contrasti religiosi, specialmente tra sunniti e sciiti; le altre piccole minoranze non hanno difficoltà alla convivenza. L’Iraq è la terra in cui è nato il “Partito” (Scia) che si rifaceva, con Alì e Hussein, alla famiglia di Maometto, in opposizione al califfato. La loro morte violenta pesa ancora oggi; è necessario avviare un dialogo che porti anche ad una riconsiderazione dei rapporti tra sunniti e sciiti. Inoltre, c’è la grande minoranza curda, che occupa il nord-est del Paese, che chiede l’integrità regionale e il rispetto delle ampie autonomie».

Lei ha condiviso con il popolo iracheno, in particolare con i cristiani, vita, drammi e speranze degli ultimi vent’anni: di che cosa ha più bisogno?

«La questione delle minoranze è un capitolo all’interno dal grande mondo civile e religioso iracheno. Si tratta di piccole minoranze. Le più consistenti sono quelle cristiane e degli yazidi; ma ci sono poi anche i Mandei, gli Shebak, i Kakai, i Turkmeni. La presenza dei Cristiani è ugualmente frastagliata: per i cattolici annoveriamo i caldei (in maggioranza del 70%), i siri, gli armeni, i latini e alcune famiglie di rito greco; per i non-cattolici abbiamo gli assiri, i siro-ortodossi, gli armeni e alcune famiglie di rito copto, greco e gruppi protestanti. Tutte le minoranze hanno bisogno di vivere in pace e di vedere rispettati i propri diritti nativi. Esse non provengono dall’estero, ma sono originarie, anche anteriori all’arrivo dell’Islam (VII secolo). La pace e il riconoscimento dei diritti – e non per tolleranza – eviteranno le migrazioni e l’impoverimento culturale e sociale del Paese».

Com’è la situazione della presenza cristiana in Iraq?

«Come ho detto, la presenza cristiana è ricca e variegata. Essa risale alle origini del cristianesimo e in particolare, secondo un’antica tradizione, alla predicazione dell’Apostolo Tommaso e a quella dei discepoli Addai (nella Mesopotamia superiore) e Mari (a Ctesifonte, Mesopotamia inferiore); al di là dell’Eufrate, similmente alla tradizione siriaca, si sviluppò la Chiesa d’Oriente (cioè a Oriente dell’Eufrate) che ebbe una storia gloriosa, indipendente da Costantinopoli e da Roma, e si estese con oltre duecento sedi episcopali fino all’antica Cina. Oggi, dopo due millenni di storia, qui rimane un resto; molti cristiani sono emigrati a partire dalla creazione dell’Iraq e per le guerre e le reiterate guerriglie. Essi sono sparsi in Europa, America e Australia. Non ci sono statistiche che possano confermare dati, che si ritiene ondeggianti tra i quattrocento e i duecentomila. La cristianità di queste terre ha una radice culturale di grande bellezza e vitalità. Noi dovremmo conoscerla e amarla (“La Chiesa in Iraq”, LEV, 2015)».

Che cosa ricorda dei cinque anni di servizio quale rappresentante diplomatico della Sede apostolica in Iraq e della sua missione in Iraq nel 2014?

«In Iraq ho passato cinque anni come nunzio apostolico (2001-2006): ricordo ogni cosa della vita politica e sociale del Paese; ricordo le tante persone con cui ho vissuto e convissuto momenti belli e terribili; le sue comunità cristiane straordinariamente vive, i luoghi di carità e di fede, i luoghi di memorabile cultura (Babilonia, Ashur, Ninive, Ctesifonte), di tradizione biblica (le tombe di Ezechiele profeta, di Giona, di Nahum, le antiche sinagoghe), gli innumerevoli siti archeologici paleo-cristiani, ma soprattutto la sua gente cordiale e ospitale. Nel 2014, nel nord-ovest, con l’avvento dei terroristi dell’Isis, tutto era cambiato: Mosul era stata semidistrutta, la popolazione intimorita, i cristiani fuggiti, gli yazidi uccisi, schiavizzati e raminghi; il disorientamento era generale, ma anche l’accoglienza fu generosa da parte della popolazione, delle autorità di Erbil e dei villaggi del Kurdistan settentrionale. I momenti più forti sono stati quelli della preghiera con la partecipazione di tutti. Degli iracheni conservo la memoria di un popolo dal carattere forte, capace di riprendersi dopo tante dure vicissitudini e sommamente ospitale; quando arrivai per la prima volta a Baghdad, prima di arrivare in città, un gruppo di fedeli e di religiosi venne ad incontrarmi e a salutarmi sulla strada (allora non c’erano voli, interdetti dalle sanzioni Onu), era un caldissimo pomeriggio di maggio, offrendomi yogurt tradizionale e datteri. Mi ricordò l’accoglienza biblica di Abramo ai suoi visitatori».

Qual è la novità che potrà portare papa Francesco?

«L’aspetto più significativo consiste nel fatto che per gli iracheni, e per i cristiani in particolare, essi non sono stato dimenticati; non rappresentano un margine insignificante della geopolitica internazionale (come quando lo furono per la più recente strategia militaresca delle grandi potenze) o della vita della Chiesa. Essi sono al centro. Essi sono fratelli e parte, a pieno titolo, della vita sia internazionale, sia economica, sia religiosa. La gente irachena, a qualsiasi gruppo etnico o religioso appartenga, deve anch’essa però assumere una visione inclusiva e aprirsi ad un sogno nuovo; è necessario andare oltre l’attuale capitolo della loro storia. Noi dovremmo sostenerla».

Quanto conterà il Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi?

«Conta, conta. Ma deve maturare. Deve essere ben compreso. È un punto di partenza che può contribuire alla costituzione di un Paese dove la molteplicità delle presenze lo arricchirà».

Quanto sarà rilevante l’incontro del Papa con il Grande Ayatollah Ali al Sistani?

«È un incontro che apre, o meglio, consolida una relazione tra cristiani e sciiti in Iraq. Finora Al Sistani era stato interlocutore attento e reciprocamente rispettoso dei Patriarchi caldei di Bagdad. Ricordo bene sia quelli con il Patriarca Emmanuel Delly, sia quelli con l’attuale Patriarca Louis Sako. Nel mondo sciita iracheno il Grande Ayatollah è la più elevata autorità religiosa e la sua parola è tenuta sempre in grande considerazione anche a livello politico. È considerato un uomo di profonda spiritualità islamica e uomo di dialogo che ha parlato a difesa dei diritti di tutti. Mi piace pensare a questo incontro tra due alti leader spirituali come ad una porta che si schiude, buono per l’oggi e per il domani. Il futuro lo dirà meglio, ma la premessa è certamente assai interessante».