Identikit della variante indiana, che spaventa l’Inghilterra e potrebbe arrivare da noi. Ma il vaccino (con due dosi) la fermerà

Il ceppo ribattezzato delta è meno sensibile ai vaccini e potrebbe riportarci a un aumento dei contagi in autunno. A rischiare di più è chi ha ricevuto una sola dose ed è fragile per un'altra malattia. "A loro andrebbe somministrata presto una terza dose" secondo il virologo Fausto Baldanti

La variante delta, o indiana, ora spaventa la Gran Bretagna. Più contagiosa del 40-60% rispetto a quella inglese, che a sua volta superava del 50% il ceppo della scorsa primavera, rappresenta ormai il 91% dei casi in Inghilterra. A lei è legata la nuova ondata – tra 7mila e 8mila casi giornalieri, mai così tanti da febbraio – che sta frenando le riaperture in Inghilterra e ha costretto tra l’altro gli alunni a rimettere le mascherine a scuola: erano state tolte a maggio.

Come per la variante inglese, diffusa da settembre, diventata allarmante a Natale, il timore dell’indiana è che sia più trasmissibile fra bambini e adolescenti. Ma non ci sono prove, così come non ce ne sono state per l’inglese. Né esistono evidenze che la delta provochi sintomi più gravi. La sua letalità sembra essere attorno all’1%, più o meno al livello degli altri ceppi.

“In Italia – spiega Massimo Ciccozzi, che insegna Statistica medica ed epidemiologia al Campus Biomedico di Roma – il monitoraggio indica che la variante indiana è all’1%, ma si tratta probabilmente di un dato sottostimato. Per identificarla serve infatti il sequenziamento del genoma completo del coronavirus. E’ un’operazione complessa che da noi non viene svolta molto di frequente”. Un paio di focolai sono stati individuati a Milano e Brindisi. Nel capoluogo lombardo, la persona contagiata in una palestra era vaccinata con due dosi. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito che l’Europa rischia una nuova ondata in autunno proprio a causa della delta. Il nostro primo ministro Mario Draghi ha annunciato che in caso di ulteriore aumento dei contagi in Gran Bretagna, potrebbe reintrodurre l’obbligo di quarantena per chi proviene da quel paese.

Ma fino a che punto l’allarme è giustificato? La contagiosità potrebbe essere una ragione sufficiente, ma a lei si aggiunge anche il timore che i vaccini siano meno efficaci. A spaventare, in Gran Bretagna, sono stati 12 decessi di persone immunizzate da tempo con entrambe le iniezioni. Uno studio di laboratorio, sempre britannico, ha osservato che gli anticorpi nel sangue dei vaccinati, di fronte al nuovo ceppo, hanno un’efficacia 5,8 volte inferiore rispetto al ceppo inglese. Una dose di Pfizer offre una protezione che è solo del 33%. Bisogna avere due dosi per raggiungere un buon livello: oltre il 70%, ma comunque inferiore rispetto al 95% osservato nelle sperimentazioni svolte negli Stati Uniti prima dell’arrivo delle varianti d’autunno.

Il ritorno dei contagi in un paese che ha comunque vaccinato con una dose il 62% della sua popolazione ha messo sotto accusa la scelta di Londra di estendere il più possibile la platea degli immunizzati con una dose, al prezzo di ritardare i richiami. Un vaccinato su tre è ancora in attesa della seconda puntura. “Per essere protetti servono due dosi, il dato ormai è chiaro. Il caso inglese è la conferma più lampante” è convinto Fausto Baldanti, direttore del laboratorio di virologia del San Matteo di Pavia. Londra nel frattempo è tornata sui suoi passi, cercando nelle ultime settimane di accelerare con i richiami. Ma per Baldanti questo non basta, e la lezione anche noi in Italia dovremmo impararla fino in fondo. “I 12 morti nonostante il vaccino possono essere pazienti fragili. Esistono infatti persone che non rispondono nemmeno a due dosi per colpa di problemi al sistema immunitario o di altri disturbi di salute”.

Malati di tumore, persone sottoposte a trattamenti che sopprimono le funzioni immunitarie, pazienti in dialisi rischiano di non ricevere tutti i benefici del vaccino. In Italia potrebbero essere fra mezzo milione e un milione di persone: un dato preciso non esiste. Su di loro la variante delta potrebbe fare danni gravi. Il timore è che il liberi tutti dell’estate, unito alla ripresa dei viaggi, porti il nuovo ceppo anche da noi e che l’ottimismo generato dai vaccini venga di nuovo infranto da una rimonta dei contagi in autunno. Sarebbe un colpo duro per il nostro morale. “Per evitare che i pazienti fragili o quelli che non rispondono ai vaccini rischino a causa della variante delta, potrebbe essere necessario vaccinarli con una terza dose” sostiene Baldanti. “E bisogna pensarci subito, prima che la stagione favorevole finisca”. Da una terza dose ci si aspetta un miglioramento della risposta immunitaria, inclusa quella rivolta contro le varianti.

Sia Pfizer che Moderna stanno conducendo i loro test, per dimostrarlo. “Ma abbiamo i risultati anche di un nostro studio. I medici guariti dal virus e poi vaccinati con due dosi hanno sviluppato una protezione molto alta” spiega Baldanti. “Le infezioni, sia sintomatiche che asintomatiche, con le due dosi si fermano allo 0,9% dei vaccinati e sono in genere molto lievi”. Se la variante delta ci porterà l’ondata d’autunno, secondo il virologo “sarà dura per i pazienti fragili, più che per la popolazione generale”. La preoccupazione non manca neanche negli Stati Uniti, dove l’indiana è stimata al 6% e l’immunologo Anthony Fauci ha avvertito: “Non vogliamo che diventi dominante negli Usa, per questo dobbiamo continuare a vaccinare la popolazione”.

L’esitazione nei confronti delle iniezioni, però, sta frenando la campagna negli Usa. Partita di gran carriera, l’America sta rallentando quando è arrivata al 61% dei cittadini sopra ai 12 anni con una dose e al 52% con due dosi. Nell’ultima settimana il tasso di inoculazioni è rallentato del 13%. E gli Stati Uniti non hanno avuto i problemi dell’Europa con AstraZeneca. “Quel che è accaduto da noi con quel vaccino – prevede Baldanti – non può che favorire esitanti e no vax”. Il rischio, per Ciccozzi, è anche che “i giovani non vaccinati o sottoposti a una sola dose interpretino di nuovo l’estate come un liberi tutti”. La frenata dell’epidemia, i dubbi su AstraZeneca, le incertezze sul mix and match dei vaccini (l’uso di un prodotto diverso dalla prima dose per il richiamo), che ha tutte le premesse per rivelarsi sicuro, ma non è ancora stato sottoposto a test, la convinzione che comunque il peggio sia definitivamente alle spalle, potrebbero far passare in secondo piano l’appuntamento con la siringa.

La variante delta, con la sua capacità di sfuggire ai vaccini che Baldanti definisce “simile alla sudafricana”, potrebbe insinuarsi fra queste crepe. Eppure gli esperti faticano a essere pessimisti. “Il coronavirus fa il suo lavoro, muta per evadere alla nostra risposta immunitaria” spiega Ciccozzi. “Ma i suoi trucchi non sono infiniti. Le mutazioni che spuntano cominciano a essere sempre le stesse. A un certo punto non gli resterà più molto da fare. Nel lungo periodo ha tutto l’interesse ad adattarsi al suo ospite e tendere a non farci ammalare in modo grave”. Diventerà poco più di un’influenza, ma solo dopo che avremo raggiunto l’immunità di gregge. O almeno che ci saremmo arrivati vicino.