I vaccini anti Covid a giudizio

Bene: primi risultati anche da AstraZeneca. Ma è meglio attendere dati certi e la fine della fase 3

Con i 630 morti di oggi, l’Italia  ha superato la soglia delle 50 mila vittime da coronavirus dall’inizio della pandemia. Ancora in calo l’incremento dei nuovi contagi, ieri 22.930. Per la prima volta dall’inizio della seconda ondata, in diminuzione anche gli attualmente positivi: quasi 797 mila contro i quasi 806 mila di domenica.

Secondo il comunicato rilasciato dall’azienda, pare – dico pare, perché come al solito gli annunci alla stampa precedono i dati – che il vaccino di AstraZeneca, dopo 131 infezioni registrate nel clinical trial di fase 3 in cui è stato impiegato, dimostri un effetto di protezione medio del 70 per cento. Per come è disegnato il trial, e se non sto sbagliando qualcosa, questo significa che dei 131 casi di infezione, circa 100 si sono verificati fra i soggetti che hanno assunto il placebo e circa 31 fra quelli che sono stati vaccinati.

Tuttavia, sempre l’azienda ci dice che i soggetti che, pur avendo ricevuto il vaccino, si sono infettati, erano stati sottoposti a due diversi regimi di vaccinazione: un primo regime, in cui una mezza dose di vaccino era stata somministrata un mese prima del richiamo con una dose intera, avrebbe mostrato un effetto di protezione del 90 per cento circa, mentre un secondo regime, con due dosi intere distanziate sempre di un mese, avrebbe dimostrato circa il 6o per cento di efficacia (in accordo con il fatto che, in animale, il vaccino aveva dimostrato di proteggere dai sintomi più che dall’infezione). Se i soggetti che si sono infettati dopo la vaccinazione sono, come sopra detto, 31, ne deriva che questi 31 provengono da due distinte popolazioni, una per ciascun regime testato; e lo stesso deve valere per i 100 soggetti che si sono infettati dopo essere stati trattati con il placebo.

In particolare, risolvendo un semplicissimo sistema di equazioni lineari, dovrebbe essersi verificato il seguente scenario: circa 70 soggetti che hanno ricevuto il placebo e circa 28 che hanno ricevuto il vaccino si sono infettati nel gruppo di coloro che hanno avuto la doppia dose intera (il regime che protegge al 60 per cento), mentre circa 30 soggetti che hanno ricevuto il placebo e circa 3 soggetti che hanno ricevuto il vaccino dovrebbero essersi infettati fra coloro che sono stati sottoposti al regime di una dose e mezza (quello che protegge al 90 per cento).

Se i dati sono questi e se non ho fatto errori nelle mie assunzioni e nei miei calcoli, dichiarare sulla base dello studio di circa 33 casi di infezione che è stato identificato un regime che protegge al 90 per cento appare quanto meno prematuro e non dissimile dall’azzardata dichiarazione dei russi, che hanno fatto sapere che dopo circa 20 infezioni totali il loro vaccino appare protettivo per oltre il 90 per cento delle infezioni. Non che i risultati del confronto fra vaccinati e non vaccinati non siano significativi, anche da un punto di vista statistico; semplicemente, siamo ancora lontani dal poter dedurre dalla differenza fra campioni di queste dimensioni cosa in realtà avverrà nell’intera popolazione, se non con un margine di incertezza tale da consigliare prudenza nel definire percentuali di efficacia con la precisione che è stata usata.

Insomma: è una gran bella notizia sapere che anche un altro vaccino sta andando bene in fase 3, e che quindi il nostro armamentario si amplia; è pure confortante e ispira fiducia che, per una volta, un’azienda, incurante delle immediate perdite in Borsa, non abbia dato un numero ancora al rialzo rispetto a quelli forniti dai suoi concorrenti in precedenza; ma alla fine dobbiamo, come sempre, attendere i dati e la fine della fase 3 – ivi inclusa l’analisi dettagliata di tutte le infezioni occorse – prima di poterci azzardare a definire con una certa accuratezza quanto funziona bene questo vaccino, e se è meglio o peggio di altri (per cui parimenti disponiamo solo dell’annuncio di amministratori delegati e capi politici). A questo scopo, possiamo contare sugli enti regolatori come Ema, che oltre a controllare accuratamente tutti i dati, se e quando approveranno un vaccino renderanno pubblici i dati usati per la loro decisione, in modo che prima dell’inizio delle vaccinazioni su larga scala anche la comunità scientifica potrà dire la sua.