I mosaici di Torcello, arte che ricorda il Giudizio

Un articolato Giudizio Universale occupa tutta la parete musiva occidentale della basilica di Santa Maria Assunta, nella Laguna veneta. La visione si sviluppa, verticalmente, su sei registri. Vediamo Gesù, con la croce, che schiaccia Satana. E vediamo uno spaccato della dannazione eterna che spetta ai peccatori impenitenti e, viceversa, la beatitudine dei giusti che godono del Paradiso.

La dannazione perenne riservata ai peccatori impenitenti e, viceversa, la beatitudine quale destino ultimo, e altrettanto eterno, dei giusti, è il tema rispetto al quale si sono confrontate le maestranze veneto-bizantine attive a Torcello tra XI e XII secolo. Un articolato Giudizio Universale occupa tutta la parete musiva occidentale della lagunare basilica di Santa Maria Assunta, in quei secoli importante sede episcopale.

La visione si sviluppa, verticalmente, su sei registri: l’Apoteosi di Cristo, che, secondo il paradosso cristiano, incomincia con la Sua crocefissione, segna l’inizio della sequenza narrativa, da leggersi partendo dall’alto. La Croce è, infatti, lo strumento che consente a un Cristo possente, nella scena sottostante, di schiacciare letteralmente Satana, rannicchiato sotto i Suoi piedi, incastrato tra le catene e i chiavistelli delle porte dell’Ade che Gesù, sconfiggendo la morte, ha riaperto. Il Salvatore, cui le figure imponenti degli arcangeli Michele e Gabriele fanno, lateralmente, da scudo, tende la mano ad Adamo e a un’implorante Eva. Alle loro spalle si riconoscono Davide e Salomone mentre, dall’altro lato, Giovanni Battista, seguito da un folto gruppo di profeti, indica, con fermezza, il Risorto.

Ed eccola la corte celeste, presieduta da Cristo che mostra le Sue piaghe, circondato da una moltitudine di santi tra i quali, in primo piano, sono schierati i dodici Apostoli. È seduto in una mandorla di luce da cui scaturisce il fiume di fuoco che, come un filo rosso, collega questa immagine con le fiamme dell’Inferno del registro inferiore. La presenza, ai lati di Gesù, di Maria e Giovanni ci rincuora: sono i nostri mediatori che intercederanno, per ciascuno di noi, al cospetto del Giudice.

E sempre la croce, con gli altri strumenti della Passione – la lancia, la corona di spine e la spugna imbevuta di aceto – circonda il trono lasciato volutamente vuoto perché attende il Re dell’universo che, alla fine dei tempi, siederà su di esso. È Suo il manto azzurro che ricopre lo scranno su cui è anche poggiato il libro della Vita. Il tempo è, ormai, maturo: la fine del mondo e l’inizio dell’eternità sono, infatti, annunciati dal gesto dell’angelo che arrotola il firmamento e dal fiato delle trombe che risvegliano i morti risorti dalla terra o dal mare.

Michele, l’arcangelo, si contende le anime con due diavoli che sulla sua bilancia cercano di dare maggior peso ai peccati estratti dalle loro bisacce. Ai rispettivi lati si dispiegano la visione del Paradiso e quella dell’Inferno: il primo è un rigoglioso giardino abitato da Abramo, dalla Vergine, dal buon ladrone, da san Pietro, dal Battista e percorso da schiere di eletti, martiri, monaci, ecclesiastici e sante donne; il secondo è affollato da peccatori rappresentati sotto forma di teste, su cui incombe Lucifero che porta in grembo l’Anticristo mentre, seduto sul dorso del Leviatano, impartisce per ogni vizio capitale una specifica pena.

Il messaggio che le tessere musive volevano allora trasmettere è, ancora oggi, attuale. E non è solo un monito morale; la controfacciata, a Torcello, rappresenta l’ultima pagina della liturgia, avendo letto la quale il fedele esce dalla chiesa consapevole del mondo in cui si sta per addentrare e in cui sarà possibile, per lui, forte di quella lettura, discernere tra ciò che è bene e ciò che, invece, non lo è.