I 5 Stelle e l’attrazione per il Venezuela di Chavez (che adesso imbarazza)

Per il Movimento 5 Stelle, quello per il Venezuela è un amore persistente, e fino al marzo 2018 ostentato con orgoglio

Stiamo parlando di gente che si è sobbarcata un viaggio in auto da Roma a Parigi per sostenere i Gilet gialli in lotta violenta contro Macron e il suo europeismo. E il giorno dopo, ancora sulla strada del ritorno, li ha rinnegati elogiando Macron e il suo europeismo. Questo quando erano al governo, figurarsi prima.

Esaurita la doverosa premessa, seguire la politica estera dei 5 Stelle provoca il mal di mare. Togli e metti, metti e togli, un lavoraccio. Adesso dovremmo essere nella fase che M5S sul Venezuela — il Paese che, attraverso il suo regime, avrebbe secondo un’inchiesta del quotidiano spagnolo Abc versato 3,5 milioni di euro al Movimento, nel 2010 — è «neutrale», come disse nel febbraio del 2019 Alessandro Di Battista, all’epoca dello scontro tra Nicolás Maduro e Juan Guaidó, oppure «super partes, come anche l’Unione europea», parole del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. Ma non si sa mai.

Il Venezuela è un amore piccolo ma persistente, fino al marzo 2018 ostentato con orgoglio. La spiegazione è ancora una volta di natura identitaria. I tratti dominanti nel pantheon estero dei 5 Stelle sono la fascinazione per l’uomo forte e un terzomondismo antioccidentale che al suo interno riassume l’ostilità all’Ue, alla moneta unica e all’Alleanza atlantica. Prima Hugo Chávez, poi Maduro, hanno i requisiti. E in omaggio c’è un modello di società citato come una conferma delle teorie sulla decrescita felice che è alla base degli scritti e dei viaggi sudamericani di Di Battista.

Con l’esperienza di governo, molte prese di posizione grilline sul Venezuela sono state cancellate dalla rete, è pur sempre di una dittatura che si sta parlando. Ma qualcosa rimane. «In due convegni abbiamo presentato alla Camera il modello dell’Alba Bolivariana come possibile alternativa per l’Europa del sud rispetto all’austerità, alla disoccupazione e alla crisi prodotte dall’unione economica monetaria e dal Washington consensus». È un passo contenuto nelle bozze del programma di M5S per le elezioni politiche del 2018. L’Alba in questione è l’accordo di cooperazione economica firmato nel 2004 da Chávez e Fidel Castro. Poi ci mise le mani il candidato Luigi Di Maio, e il testo venne annacquato.

«File not found» dice il computer a proposito del post di Beppe Grillo che nel 2015 esaltava l’attacco di Maduro, anzi «il calcio nel c…», nei confronti dell’Ue. Ancora nel 2017, proprio Di Maio aveva trovato una soluzione per il caos libico. «Una conferenza di pace mediata dal Venezuela e dagli altri paesi del gruppo Alba, che non hanno interessi in quell’area».

Nel 2017 Di Stefano, con i parlamentari Ornella Bertorotta e Vito Petrocelli, partì per Caracas nei giorni in cui si celebrava l’anniversario della morte di Chávez. A chi fece notare che il Paese era in ginocchio, squassato dalla crisi economica e dalle proteste contro la dittatura, diedero una risposta di logica stringente. «Anche in Italia si sta male». E comunque, aggiunse uno di loro, «non va tralasciato il lodevole insegnamento della musica nelle scuole venezuelane