Haiti: cristiani in sciopero contro la dittatura del rapimento

A mezzogiorno il suono delle campane di tutte le chiese per chiedere il rilascio dei sacerdoti, delle suore e dei laici rapiti

Tutte le istituzioni, le università e le attività della Chiesa cattolica ad Haiti sono oggi in sciopero per chiedere il rilascio delle dieci persone rapite domenica 11 aprile, tra cui cinque preti, due religiose e tre loro familiari. Tra loro un prete e una suora francesi che condividono da anni le difficoltà e le sorti di un popolo allo stremo. Le campane suoneranno insieme a mezzogiorno e ovunque si stanno celebrando messe e preghiere. È l’iniziativa messa in atto oggi dalla Conferenza episcopale haitiana per protestare contro “la dittatura del rapimento”. I sequestri-lampo sono infatti in aumento del 200 per cento ad Haiti, per mano di feroci gang criminali che chiedono riscatti per acquistare armi.

La domenica d’aprile era iniziata come un giorno di festa: tutti ben vestiti ed emozionati per l’insediamento di un nuovo parroco nella chiesa Notre Dame de l’Immaculée Conception a Galette Chambon, nei dintorni del quartiere Croix-des-Bouquets, ad una quindicina di chilometri dalla capitale Port-au-Prince. Intorno alle 9 i sette preti, le due religiose e i tre familiari del giovane parroco, padre Jean Anel Joseph, stavano viaggiando sulla strada nazionale 8. In pochi tumultuosi minuti la loro gioia si è trasformata in un incubo.

Sono stati rapiti da un gruppo di uomini armati, secondo fonti locali appartenente alla gang “400 Mamozo” che impone la sua legge criminale a Croix-des-Bouquets. Hanno chiesto un riscatto di 1 milione di dollari. Una tragica consuetudine negli ultimi anni ad Haiti. Almeno 76 gang criminali e un gruppo paramilitare di incerta provenienza spadroneggiano nei quartieri più pericolosi di Port-au-Prince e non solo. Sono in circolazione oltre 500.000 armi illegali, tra tanta violenza, insicurezza e miseria, assenza di servizi sociali, sanitari ed educativi.

I cinque sacerdoti sequestrati sono: padre Evens Joseph, padre Michel Briand (francese), padre Jean Nicaisse Milien, padre Joël Thomas, padre Hugues Baptiste (della diocesi di Cap-Haitien). Le due religiose si chiamano suor Anne Marie Dorcélus e suor Agnès Bordeau (francese). I tre membri della famiglia di padre Jean Anel Joseph sono la madre Oxane Dorcélus, la sorella Lovely Joseph e il padrino Welder Joly.

Quattro sacerdoti, tra cui il francese padre Michel Briand, sono membri della Société des Prêtres de Saint Jacques. Padre Briand, 67 anni, è missionario ad Haiti dal 1986. È lui ad aver seguito nella formazione padre Jean Anel Joseph, il parroco haitiano che doveva insediarsi nella comunità di Galette Chambon. L’istituto, fondato nel 1966, conta una quindicina di religiosi sull’isola, una ottantina nel mondo. È francese anche suor Agnès Bordeau, delle Sœurs de la Providence de la Pommeraye, una congregazione con sede a Parigi fondata da Marie Moreau nel 1825, dedita all’istruzione e all’educazione cristiana: fino al 2008 contava 468 religiose in 76 case in diversi Paesi del mondo. L’altra religiosa, suor Anne Marie Dorcélus, haitiana, appartiene invece alla Congregazione delle Petites Sœurs de Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, fondata ad Haiti nel 1948 da padre Louis-Farnèse Louis Charles. Evangelizzazione e promozione sociale in ambito rurale sono il carisma dell’istituto, presente nell’isola con 35 comunità, tra cui scuole specializzate nell’insegnamento dell’agricoltura, centri di formazione, dispensari, un ospedale, un orfanotrofio, un ospizio e due fattorie. Tutte sono oggi chiuse per protesta.

Anche la Conferenza episcopale haitiana si riunisce a mezzogiorno per celebrare messa, nella chiesa di Saint-Pierre a Pétion-Ville. «Non dobbiamo più permettere che i banditi rapiscano, violentino, uccidano. Mai più», è il grido dei vescovi. «Da diversi anni — scrivono — la vita degli haitiani è piombata nell’incubo: banditi pesantemente armati prelevano e sequestrano cittadine e cittadini di diversi settori. Nemmeno bambini di 5 anni vengono risparmiati. I parenti delle vittime sono costretti a pagare enormi riscatti in cambio della liberazione dei loro familiari, che a volte vengono uccisi. La maggior parte delle persone sono umiliate, violentate, torturate» e «molte famiglie hanno dovuto vendere tutti i loro averi». «Quando finirà questo calvario?» si chiedono. «La cosa peggiore è che il rapimento è diventato una impresa — osservano —. Gli autori di questi gesti malvagi agiscono a volto scoperto e al di sopra di tutto, senza particolari ostacoli.

Nel frattempo la situazione politica è sempre più instabile: nelle ultime ore il primo ministro Joseph Jouthe ha annunciato le sue dimissioni. Il presidente  Jovenel Moïse, che da un anno non vuole lasciare l’incarico e governa per decreto in assenza di un parlamento, ha subito nominato Claude Joseph in qualità di primo ministro provvisorio.

Intanto in Francia è stata aperta una inchiesta e sono in corso contatti a livello diplomatico. Monsignor Launay Saturné, arcivescovo di Cap-Haïtien e presidente della Conferenza episcopale haitiana ha chiesto che le persone rapite siano «rilasciate vive e senza condizioni», implorando le autorità di Haiti «di assumersi la responsabilità di ciò che sta accadendo». L’arcivescovo sa che Papa Francesco ha nel cuore Haiti: «Noi haitiani siamo molto contenti della vicinanza spirituale e di cuore del Papa e lo ringraziamo». Chiede perciò a tutti i cattolici «di pregare, non perdere la speranza e continuare a combattere contro la morte e promuovere la vita».