Hai un momento, Dio?

L'incontro con Dio, l'invidia per le suore, l'architettura, i libri, la paura del buio, lo stupore, l'amore, l'orrore delle vacanze. Conversazione con Elisa Fuksas, Questo romanzo è la storia della sua conversione.  Nel momento in cui ho scoperto Dio per me è successo qualcosa di molto simile all’innamoramento, quando si prova uno stupore continuo guardando la persona che si ama. Tuttora, non smetto di meravigliarmi. Vorrei che accadesse anche nella realtà, con gli altri. Cerco qualcuno che mi faccia un effetto simile.

Nel suo libro succede tutto al mattino presto. All’alba. Talvolta anche prima. Moravia diceva che è appena svegli che si deve scrivere, perché si è incontaminati, e anche perché il telefono non squilla. Così, e visto che il libro lo ha finito, chiamo Elisa Fuksas molto presto, alle prime luci del giorno, e lei mi risponde subito, da Venezia, uno squillo e mezzo dopo, mi sembra sveglia da ore, e non dice “pronto”, dice “grazie per la puntualità”. Le rispondo che ho sei minuti di ritardo, mi dice che il ritardo (se lieve) è una forma di educazione, ed è la possibilità che diamo agli altri di sbagliare, di avere un imprevisto, di non essere perfetti, il modo in cui alleviamo la pressione delle aspettative. E io che avevo semplicemente indugiato sul mio caffè.

Però ha ragione. Nel suo libro scrive: “Serve il caso anche per far accadere le cose cui siamo destinati”. “Ama e fai quel che vuoi” (Marsilio) è il suo primo vero romanzo, così almeno dice lei, che ne ha scritti alcuni altri, dopo aver fatto l’architetto per un po’ (perché sì, è la figlia di quel Fuksas) e aver subito mollato, ed aver girato spot, film, documentari.

Questo romanzo è la storia della sua conversione, di come una volta uno che lei conosceva appena le ha detto che voleva sposarla, allora lei gli ha risposto che lui era già stato sposato, e lui aveva detto che era passato molto tempo e che l’avrebbe sposata in chiesa e lei aveva pensato: “Non sono battezzata, ”. E allora poi, sapete, lei aveva cominciato a pensarci, a lui, a Dio, la chiesa, il matrimonio dei suoi genitori, che si sono sposati due volte, una in palestra quando lei era molto piccola, e una in chiesa, quando era già adulta.

Ha scritto che le chiese sono naturali per lei. Accipicchia, impegnativo.

Volevo dire che mi ci sento a casa. Da piccola le visitavo con mio padre, per lui erano il posto dove potevi vedere un Caravaggio, c’era la pala d’altare più bella d’Europa. Lui ha quello sguardo, diciamo così, tecnico.

Da archistar?

Da architetto.

Lo dice perché è sua figlia e allora accorcia le distanze?

No, anzi. Quando lui lavorava alla Nuvola, io decisi di farne un documentario per avere una relazione con lui. E non perché lui sia sfuggente o distratto, ma perché le uniche relazioni che riesco a stabilire con amici, fidanzati, familiari sono quelle in cui c’è una produzione: io devo fare qualcosa con qualcuno o per qualcuno. Ci deve essere l’azione a legare le intenzioni. Quel documentario è un atto d’amore e di connessione.

Come mai ha smesso di fare l’architetto?

Perché l’architettura è il senso della vita di mio padre, non il mio.

Le dispiace non raccogliere la sua eredità?

Moltissimo. Ma non ci riesco.

Cosa le riesce?

Non lo so, forse niente. Una delle cose che più temo al mondo è la domanda: di cosa ti occupi? Non so rispondere. Dico, di solito, “scrivo”, ma non so se sia il mio mestiere. Di certo non è l’unico.

Alain de Botton ha scritto che l’architetto è il vero filosofo del nostro tempo e che l’architettura è una disciplina che connette tutte le altre, le fa dialogare.

Ha ragione. L’architettura ha qualcosa di sacro perché è l’espressione della volontà collettiva dell’uomo. La interpreta, sintetizza l’aria di un tempo, o almeno si sforza di unire le infinite arie del tempo, gli infiniti spiriti del tempo in cui viviamo. Non c’è mai un’atmosfera di tutti in cui possiamo muoverci e questo mi dispiace, perché rende difficoltoso lavorare in squadra, fare progetti collettivi. A me piacerebbe moltissimo lavorare con gli altri, è la cosa che più mi manca.

Per lavorare insieme agli altri però è anche necessario non essere egoisti, o no?

Certo, ma è secondario rispetto al vivere immersi in uno spirito del tempo realmente condiviso. Io temo che sia per questo, e non perché siamo egoisti o egocentrici, che non riusciamo, e parlo della mia generazione, a esprimere una classe politica che ci rappresenti. L’altro giorno ho incontrato Francesco Rutelli, che conosco appena, e gli sono andata incontro, entusiasta, dicendogli che dovrebbe candidarsi e tornare a fare il sindaco di Roma. Mi ha risposto: dovete farlo voi, è il vostro turno. Io però non conosco nessun mio coetaneo che sogni di diventare sindaco. Così come conosco pochissimi miei coetanei che pensano di poter cambiare le cose attraverso la politica.

La fede cambia le cose?

La vita cambia le cose. Il solo modo di vivere è trasformarsi, mutare continuamente, stare sempre in movimento.

Mi colpisce l’insistenza con cui scrive nel libro che credere in Dio non la ha cambiata.

Mi ha accresciuta, non cambiata. Tutti i preti con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa: cambiano gli occhi, si ha accesso all’invisibile, si avverte il mistero, ma si resta se stessi. Nel momento in cui ho scoperto Dio per me è successo qualcosa di molto simile all’innamoramento, quando si prova uno stupore continuo guardando la persona che si ama. Tuttora, non smetto di meravigliarmi. Vorrei che accadesse anche nella realtà, con gli altri. Cerco qualcuno che mi faccia un effetto simile.

Il rapporto con gli altri è diverso da quando crede in Dio?

Il mio ex fidanzato mi ha detto: sei il fallimento di Dio! Voleva dire che neanche la religione mi ha tolto i miei difetti, le mie paure, le mie ansie. Ed è così, ma penso sia normale, giusto. Però sono più disponibile. E vado sempre in pace nel mondo, non credo più ai nemici, non credo che il mondo non ci ami, non penso che sia il nostro ostacolo: penso soltanto che ci consideri molto poco.

Ho letto molti altri racconti di conversione e tutti parlavano di una mutazione profonda, di una rivoluzione. Lei no. Mi sembra che il suo libro racconti più precisamente un ritorno a casa.

Sì, io mi ero mancata tanto. Prima non ero io, e da tempo cercavo un modo di spostarmi da me. L’amore ti fa uscire da te. O la fede. Quando l’ho fatto, mi sono resa conto che stavo vivendo in una dimensione inautentica, che non mi apparteneva.

A un certo punto scrive di aver scoperto, studiando i testi sacri, di essere molto ignorante. Parla di una “ignoranza che è una cosa dell’altro mondo”.

Mi riferivo proprio a quella realtà inautentica, alla dimensione fatta di convenzioni nella quale ci ritroviamo poi tutti, e dove vivere è automatico: puoi attraversare, fare, occupare in modo automatico, senza troppo sforzo, con serenità. Odio la serenità, anche soltanto sentire la parola mi innervosisce e, di più, mi terrorizza, quasi quanto la morte. Chissà cosa ci faranno tutti con la serenità, davvero non capisco. Come le vacanze: da cosa andiamo in vacanza? La serenità mi dà l’idea della vacanza prolungata, qualcosa di completamente insensato.

La serenità la tiriamo in ballo quando parliamo di felicità.

Sì, perché la felicità ci sembra una chimera, un’utopia infantile. E così per fare i saggi, gli adulti, diciamo che esiste soltanto la serenità, che è durevole, mentre essere felici non è che un attimo, ed è tanto transitorio quanto stupido. Diciamo. Mentiamo, naturalmente.

Essere infelici è una colpa?

Eccome se lo è. Io cerco la felicità: si raggiunge e si ottiene combattendo. La serenità anche, forse, ma io della serenità non me ne faccio niente.

E cosa la rende felice?

Forse il mio cane, perché non subisce l’entropia. Più lo guardo e più mi piace perché mi rendo conto di non capirlo e che tra noi c’è una distanza incolmabile, data anche dal fatto che molte cose che io faccio per avere la sua attenzione, sortiscono l’effetto opposto. C’è un bellissimo, abissale mistero negli animali, ed è importante avercelo sempre davanti, poterci interagire anche senza risolverlo, spiegarlo.

Sono felice anche mentre faccio le cose e mi distraggo dalla vita, perché vivere mi è molto difficile. Mi rende felice dimenticarmi di me, ecco: in quei momento, intuisco, ho idee, intravvedo un senso. Per capire le cose, bisogna stare fuori di loro. La fede mi ha aiutata a compiere quel passo, a trovare il coraggio di farlo, a capire che non tutto dipende da me, e che io sono parte di un disegno che agisce su di me indipendentemente da quanto lo afferro. Il mistero prende il volto delle cose che possono parlarci, ma non è detto che capiremo tutto quello che ci diranno. A volte, basta osservare, ascoltare. Una delle ragioni per cui mi piace moltissimo invecchiare è questa: mi sembra si vada verso una dimissione dell’obbligo al senso, alle spiegazioni, alle argomentazioni. Gli altri non pretendono più nulla, rispettano le tue decisioni anche quando son incomprensibili.

Che infanzia ha avuto?

La ricordo molto poco. La mia vita è iniziata quando è nata mia sorella. Avevo tredici anni e capii subito che lei era una questione di cui io mi dovevo occupare e di cui dovevo essere testimone.

Ha mai pensato di farsi suora?

Temo di non avere più l’età. Mi sono informata, però, e ho scoperto che si può anche fare una vita consacrata, senza prendere i voti, vivendo a casa propria. Fai una promessa, non prendi i voti. Se commetti un errore, se quella nuova vita, quel modo nuovo di stare al mondo ti sono stretti e quindi ne infrangi le regole, ti confessi. Metti che prometti la castità e però non mantieni la promessa? Ti confessi.

Comodo.

Forse. Ma la grandezza del cristianesimo è il perdono.

Ne abusa?

Affatto. Io perdono gli altri ma difficilmente me stessa. Perché non mi sembra giusto perdonarsi. È necessario essere intransigenti. E non per non sbagliare, ché tanto male e bene si invertono continuamente, ma per non restare fermi.

Cosa le piace delle suore?

Sono donne del tutto dedite a una cosa superiore, ulteriore. Non hanno più il problema di chi sembrano, chi sono, il tempo non le tocca più, hanno i capelli coperti. Una donna senza capelli è così difficile da interpretare. Non avrò mai il loro coraggio, credo.

L’amore di Dio lo sente davvero?

Sì. All’inizio non capivo la simmetria: tu chiedi e lui ascolta, lui dà. In realtà, Dio ti dà indietro l’amore che tu gli dai, aumentato. Infatti, più amo e più mi sento amata. Sono convinta che Dio ci ami senza metterci alla prova, senza soppesare il giusto e lo sbagliato: è vero che siamo tutti suoi figli, tutti uguali. Quello che a noi sembra prova o punizione, non lo è: siamo noi che diamo quel senso, quell’interpretazione. Un anno dopo il mio battesimo ho avuto il cancro, lo racconto nel mio documentario “iSola”, adesso a Venezia, e quando avrei dovuto operarmi è arrivata la pandemia, così sono rimasta settimane chiusa in casa con il mio cane a chiedermi se quella fosse una prova, un test di fede. Non lo era, ma io gli ho dato quel valore.

Test superato?

La mia fede in Dio non ha vacillato nemmeno per un momento.

Ha avuto paura di morire?

La ho sempre. Per questo non dormo e ho paura del buio. Sin da bambina, addormentarmi mi sembra una prova, una simulazione della morte. Da piccola prima di andare a letto mi facevo il bagno perché pensavo: se non mi sveglio più, almeno sono pulita e in ordine.

Molto pragmatica.

Sì. Quando aspettavo che mi portassero in sala operatoria, e me la facevo sotto, ho visto il crocifisso nella mia stanza e ho pensato: se quest’uomo ha subito frustrate, insulti, violenze di ogni tipo, io posso ben superare un’anestesia totale. A quel punto m’è presa una specie di euforia, e ho cominciato a essere impaziente di affrontare la sfida.

Le dispiace che nessun suo amico creda in Dio e che lei non possa condividere con nessuno la sua fede?

Mi dispiace per loro, non per me. E poi non è vero che non posso condividerla: la vera preghiera è sempre quella che fai per gli altri, il bene che chiedi per loro toccherà anche te, perché il bene gira ed è più universale del male. Una mia amica dice sempre che è importante che vada bene a uno di noi, soltanto a uno di noi: gli altri ne beneficeranno. La solitudine, poi, non mi dispiace. Il rapporto con il mistero deve essere solitario, unico, un vis à vis. Agli appuntamenti davvero importanti si va da soli.

Teme che gli altri la condizionino?

Gli antropologi tengono sempre a mente che quando osservano le popolazioni che studiano, l’osservazione cambia l’osservato. Lo sguardo degli altri mi piace, però mi cambia, e tra me e Dio non voglio disturbi, mediazioni, condizionamenti.

Lei è più lei nella vita o nel racconto?

Nel racconto. Perché lì c’è quella distanza che permette di capire e di uscire allo scoperto senza le sovrastrutture che ho deciso di non rimettermi più addosso. Quando racconto, non ho niente sotto controllo, non rispetto scalette, intenzioni, programmi: non ho altro ruolo che lasciarmi andare. Anzi, più che di ruolo forse dovrei parlare di funzione. E allora sono libera. Le cose migliori, in fondo, le faccio quando non mi rendo conto di dove arrivo, quando non mi pongo un obiettivo, non costruisco una strategia (senza contare che anche quando vorrei essere strategica, combino dei disastri enormi, proprio non sono capace di rispettare un piano e seguirlo). All’inizio, quando ho deciso di scrivere questo libro, volevo raccontare una storia simile alla mia, e avevo adottato la terza persona, e prendevo appunti continuamente, scrivevo tutto quello che mi capitava e poi lo trasformavo, lo lavoravo, facevo di me stessa un personaggio. Presto, mi sono resa conto che non funzionava, mancava di verità, allora ho cambiato tutto e mi sono messa a dire le cose come sono andate, come sono state, ho tirato fuori il backstage. E questa è stata la scelta cardinale che mi ha fatto organizzato il resto.  Ho cercato di inventare una me che è un po’ un’altra, ma quell’altra è molto più me di quanto pensassi. È un’ombra, un micromosso che non è una sfocatura ma proprio un fotogramma in più.

Dice che dobbiamo essere più essenziali. Perché?

Il mondo è cambiato, dobbiamo rinunciare alle vecchie certezze e ai vecchi filtri, perché ci riportano a come eravamo. Questo virus è annidato nella nostra memoria, ci ha messi al bivio, un bivio infinito (non ci sono mai solo due strade) per poter ripensare tutta la nostra storia, i nostri traguardi. Non è detto che cambieremo, ma almeno possiamo pensare al perché siamo diventati cosa siamo diventati.

Esiste la libertà?

La fede è uno spazio di libertà, il primo che ho trovato in vita mia. Scrivere è stata una specie di preghiera che mi ha consentito di arrivarci.