Guerre irregolari, la strategia Usa contro Russia e Cina

Ci sono tweet che fanno più danni di un missile, ondate di fake news che condizionano i governi più di un bombardamento, speculazioni economiche ostili e manovre politiche nell’ombra che sovvertono un Paese più di un’invasione. È il volto nuovo dei conflitti: la “guerra irregolare”, spesso chiamata anche “Dottrina Gerasimov” dal nome del generale russo che l’ha teorizzata. Non è un caso. Mosca è stata la prima ad applicare queste regole del gioco su una scacchiera dove bianchi e neri, amici e nemici, sono confusi in una grande zona grigia: è lì che si combatte, ma senza sparare un colpo. L’occupazione della Crimea, con i soldati impiegati solo per l’ultima mossa, è l’esempio più noto. Subito imitato dall’Iran con le operazioni di destabilizzazione in Iraq e adesso dalla Cina con la campagna di intimidazione contro Taiwan.

Finora gli Stati Uniti sono stati spiazzati. Hanno pensato solo alla lotta contro il terrorismo islamico: convinti che sarebbero bastati i raid delle forze speciali a garantire la vittoria, non hanno capito la rivoluzione. C’è voluto un generale fuori dagli schemi come Jim Mattis, il marines chiamato al Pentagono da Donald Trump e poi tra i primi a dimettersi, per convincere l’America a scendere nella trincea dell’Irregular Warfare. E proprio nel giorno in cui il presidente veniva ricoverato, il ministero della Difesa ha deciso di desecretare le linee guida per i conflitti irregolari “nella speranza che rassicurino il pubblico americano, gli alleati e la comunità internazionale sulla nostra determinazione a contrastare le sfide”, ha spiegato il sottosegretario Joe Francescon.

Il fatto che una scelta strategica così importante sia stata annunciata in un momento tanto delicato da una figura di secondo piano come Francescon testimonia lo scontro di visioni all’interno dell’amministrazione Usa. Tutti sono consapevoli della necessità di reagire all’offensiva “non convenzionale” dei rivali ma l’unica risposta è quella elaborata da Mattis. E si basa su posizioni, a partire dal ruolo chiave delle alleanze, che Trump non condivide.
La minaccia però è chiara: “Avversari come la Russia e la Cina usano queste tattiche per manipolare la popolazione, sfruttando i social media per corrodere la legittimazione delle democrazie e delle istituzioni. Pechino concede prestiti per costruire infrastrutture a paesi terzi aspettandosi che il denaro serva a sostenere la sua strategia militare globale”. Queste “influenze maligne” vanno contrastate senza scatenare una guerra aperta.
Il documento parte da una considerazione amara: gli Stati Uniti sono sempre arrivati in ritardo. In Vietnam, in Afghanistan e in Iraq le forze armate sono scese in campo senza conoscere i nemici e senza tattiche adeguate. Quelle erano guerriglie vecchio stile, ora il duello è ancora più insidioso. Avviene nell’ambiguità e nell’ombra, mentre i generali statunitensi vivono di manuali e procedure. Per questo devono cambiare testa: nelle guerre irregolari il capitale umano conta più degli arsenali, bisogna spingere su tasti diversi facendo leva sulla propaganda e sull’economia. E se non si vuole abbassarsi al livello del nemico che semina menzogne in Rete, allora va costruito uno “scudo di credibilità” così forte da neutralizzare le bugie e disinnescarne l’effetto politico.

È chiaro che la partita va oltre le capacità del Pentagono, a cui resta il compito di dettare le direttrici dello “scontro non convenzionale”: “carattere, obiettivi, intensità e termini della competizione”. Poi toccherà ad altri entrare nella zona grigia e muovere le pedine giuste. Quali? Tutte da inventare. E questa è la sfida: gli Stati Uniti vogliono istituzionalizzare una lotta senza regole, creando figure innovative. C’è chi teme che tutto questo riporti in auge gli antichi metodi della Cia, maestra delle trame ai tempi del Muro di Berlino. Ma il mondo è cambiato e nei piani di Washington oggi l’unica intelligence che conta è quella artificiale: l’AI destinata a dominare ogni campo di battaglia, regolare o meno