Guerra nel Nagorno-Karabakh, frutto dell’espansionismo turco

La guerra fra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh è un conflitto locale. Ma alle spalle della decisione del dittatore azero Aliyev di riconquistare il territorio del Nagorno-Karabakh, abitato da armeni, c'è l'appoggio della Turchia. La Russia, alleata dell'Armenia, per ora resta in disparte.

Due settimane di guerra convenzionale tra armeni e azeri hanno determinato quasi 100 mila sfollati, centinaia di caduti tra i due eserciti e limitati successi militari conseguiti dall’offensiva scatenata dalle forze di Baku in un conflitto che ha molte motivazioni e che va analizzato sotto diversi aspetti per comprenderne la portata e i riflessi che coinvolgono anche l’Europa.

La regione del Nagorno-Karabakh vive fin dall’inizio degli anni ’90 una conflittualità determinata da un retaggio storico che affonda le sue radici nei contenziosi e poi nelle crisi degli imperi turco, russo e persiano culminati poco più di un secolo or sono nel genicidio armeno del quale la Turchia non ha mai riconosciuto la paternità. La nascita dell’Unione Sovietica, che inglobò Armenia e Azerbaigiam, ha creato i presupposti delle profonde divisioni etniche che il duro regime sovietico ha potuto mantenere latenti solo fino alla sua dissoluzione. La provincia del Nagorno Karabakh, l’Artsakh per gli armeni, venne assegnata nel 1921 alla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian (nonostante fosse abitato in maggioranza da armeni), da Josep Stalin che all’epoca Mosca aveva nominato commissario per le nazionalità. Dichiaratosi indipendente dopo il crollo dell’URSS, il Nagorno Karabakh subì nel 1992 una dura repressione da parte degli azeri che scatenò l’intervento dell’Armenia, scesa in campo in soccorso ai connazionali della regione. Il conflitto si protrasse fino al 1994 provocando 30 mila morti (un numero enorme considerato che gli abitanti del Nagorno-Karabakh sono appena 150 mila) determinando il successo armeno. Il cessate il fuoco, stipulato grazie alla mediazione del “Gruppo di Minsk” formato da Francia, USA e Russia, si limitò a congelare il conflitto, non a risolverlo.

L’Azerbaigian, forte di una popolazione di 10 milioni di abitanti (più del triplo dei 3 milioni di armeni) e delle ricchezze determinate dall’export di gas e petrolio, non ha mai rinunciato a riprendersi la regione puntando anche su un massiccio riarmo, rafforzatosi anche negli ultimi anni nonostante il crollo delle quotazioni energetiche avesse ridotto le capacità finanziarie di Baku. I brevi, ma violenti, scontri del 2016 ai confini tra Azerbaigian e Armenia non coinvolsero la regione contesa del Nagorno Karabakh, a differenza dei combattimenti registratisi nel luglio scorso e che oggi possono venire interpretati come le “prove generali” della grande offensiva scatenata dagli azeri a fine settembre.

Le forze militari dei due contendenti sono state potenziate negli ultimi anni: gli armeni hanno acquistato in Russia carri armati T-72 e T-90, caccia Sukhoi, missili da difesa aerea S-300 e Tor M2 oltre a missili balistici tattici Iskander e OTR-21, mentre gli azeri si sono riforniti per lo più in Russia, Turchia e Israele di artiglieria e lanciarazzi campali, carri armati T-90, missili antiaerei, droni e missili balistici tattici LORA. In termini militari il conflitto in corso è ti tipo convenzionale, con massicci bombardamenti di artiglieria, attacchi di mezzi corazzati e truppe rintanate nelle trincee, ma è anche una guerra ad alta tecnologia dove i “droni suicidi” israeliani Harop hanno colpito molti mezzi corazzati e difese aeree armeni al punto da determinare una grave crisi diplomatica che tra Erevan e Gerusalemme.

In termini geopolitici il conflitto nasce anche da motivazioni interne al regime azero del presidente Alyiev che dall’ottobre 2003 è succeduto al padre e ha sempre mantenuto le redini del Paese e che sembra puntare sul richiamo nazionalistico per far tacere le opposizioni e il malcontento popolare determinato anche dalle difficoltà economiche. Ragioni che non consentono di considerare il conflitto in Nagorno Karabakh come una limitata esibizione muscolare poiché gli obiettivi dichiarati da Baku sono ambiziosi e prevedono la completa occupazione (per loro “liberazione”) della regione. Il governo azero ha infatti reso noto che le ostilità cesseranno solo quando l’intero Nagorno Karabakh sarà liberato, aspetto che ha contribuito al massiccio esodo di cittadini armeni. Del resto che i due contendenti facciano sul serio lo dimostrano anche i bombardamenti missilistici attuati dagli azeri su Stepanakert e dagli armeni su Ganja, seconda città azera: attacchi che vedono l’impiego di missili balistici tattici che hanno l’obiettivo terrorizzare la popolazione minandone fiducia e consenso nei confronti dei rispettivi leader.

Il risultato è che anche nella democratica Armenia ieri sono state rafforzate le norme della legge marziale, vietando dichiarazioni e pubblicazione critiche nei confronti del governo e che possano minare lo sforzo bellico.

La guerra in Nagorno Karabakh presenta quindi tutte le caratteristiche dei conflitti tra nazioni con motivazioni territoriali, etniche e religiose (islamici contro cristiani) ma, pur essendo regionale, va considerato parte di una più ampia manovra offensiva della Turchia, grande sponsor politico e militare del governo azero. Oltre a fornire mezzi e armi agli azeri, Ankara potrebbe aver impiegato i propri cacciabombardieri in aiuto all’offensiva di Baku, ha messo in campo consiglieri militari e qualche migliaio di mercenari siriani, veterani delle milizie jihadiste che hanno combattuto Damasco e che la Turchia impiega oggi su diversi fronti (inclusa la Libia) come “carne da cannone”.

La guerra in Nagorno-Karabakh può infatti essere anche letta come l’ultima (per ora) iniziativa bellica turca dopo l’occupazione di varie aree del Nord della Siria, l’intervento bellico in Libia e le provocazioni militari attuate ai danni di Grecia e Cipro nel Mediterraneo Orientale. Quindi un contesto che va ben oltre la regione caucasica: non a caso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che la crisi “sarà risolta solo con la fine dell’occupazione armena” del Nagorno Karabakh, mentre la Grecia ha stretto nei giorni scorsi un accordo di cooperazione militare con l’Armenia, contro il nemico comune turco.

La Russia, alleato storico dell’Armenia, sul cui territorio schiera una brigata dell’esercito e un nutrito reparto aereo, mantiene per ora una posizione neutrale cercando di favorire il dialogo tra le parti un conflitto. Un assetto politico teso a conseguire diversi obiettivi: mantenere le prerogative di Mosca in campo negoziale per guidare un accordo per il cessate il fuoco, evitare un ulteriore braccio di ferro con la Turchia dopo le crisi in Siria e Libia e non compromettere le buone relazioni con l’Azerbaigian per non consegnare l’ex repubblica sovietica all’orbita turca. Del resto anche Alyiev non può rinunciare a mantenere un “buon vicinato” con il potente vicino russo e, in assenza di una vittoria in Nagorno Karabakh conseguita con una improbabile guerra-lampo, si troverà presumibilmente a negoziare con gli armeni grazie alla mediazione russa.

L’intensità della battaglia potrebbe infatti limitare la durata del conflitto, poiché un suo prolungamento potrebbe rivelarsi insostenibile per le capacità militari e finanziarie dei due rivali.