Governo Draghi, il giudizio sarà sui fatti

Diciamo la verità: quando l’altra sera abbiamo sentito la lista dei ministri, e quando ieri li abbiamo visti sfilare nel rito del giuramento, accanto al sentimento prevalente di fiducia con cui l’opinione pubblica ha seguito la nascita del governo Draghi si è percepita anche una punta di delusione.

Tecnici senz’altro preparati, ma il cui nome non sempre «suona», la cui sintonia con i cittadini è tutta da costruire; e poi molti politici, i confermati e i «revenants», tra cui non tutti avevano lasciato ricordi meravigliosi. Ma alla fine anche questo governo non sarà giudicato dai nomi, bensì dai fatti.
La sensazione è che i partiti, usciti dalla porta, siano rientrati dalla finestra: il Pd, che era e resta in sofferenza, «blindato» con tre ministeri ai tre capicorrente; in Forza Italia premiata la parte che si era battuta per distinguersi da Salvini e ancorarsi al centro; nella Lega riconosciuto il ruolo di Giorgetti, fondamentale nella svolta europea; tra i 5 Stelle Di Maio non si tocca. Ci sono tecnicalità comprensibili, anzi opportune: i rapporti con il Parlamento toccano ai grillini, che sono il gruppo più numeroso e più inquieto; gli affari regionali al centrodestra, che è l’orientamento della maggioranza dei governatori.
Se manca un po’ il senso della svolta, il coinvolgimento del meglio della società civile — che in altre esperienze fu tentato con i Veronesi, i De Mauro, i Ronchey —, resta però un dato: la leadership di Draghi, che gestirà di persona molti dossier, a cominciare dai rapporti con l’Europa; e le questioni urgenti che lo attendono. Altro che «non deve tagliare, deve spendere»; come se fosse un compito facile. Le emergenze indicate da Mattarella — sanitaria, sociale, economica — sono lì, intatte. Il piano di vaccinazioni, partito bene, ora langue: le case farmaceutiche non hanno rispettato i patti; l’Europa ha puntato su un vaccino arrivato tardi e che ha creato qualche dubbio; occorre uno sforzo logistico senza precedenti per recuperare terreno. Poi c’è l’enorme partita del Recovery fund, in cui si è smarrita la maggioranza precedente, dimostrando la propria inadeguatezza. La lezione di questi decenni è che il denaro non basta: della montagna di carta creata dalla finanza mondiale, alle aziende e agli investitori non è arrivato abbastanza. La cifra di 209 miliardi in sé vuol dire molto ma non tutto; si tratta di convertirli in investimenti che creino lavoro per i cinquantenni che l’hanno perso o lo perderanno e per i giovani che il lavoro non l’hanno mai trovato. Su questo saranno giudicati i ministri, non sul loro curriculum o sulla mise con cui hanno giurato al Quirinale, in un clima mai così rarefatto, quasi asettico, da sala operatoria.
Si intravedono poi i possibili punti di tensione per il nuovo governo. Il primo è la scuola. È bastato che filtrasse qualche indiscrezione — sull’ipotesi di prorogare l’anno scolastico a fine giugno — per scatenare la reazione dei sindacati. E’ un tema cruciale, che incrocia la formazione, la socialità e il rapporto tra le istituzioni e i giovani, la generazione che dopo quella dei grandi anziani ha pagato il prezzo più alto alla pandemia. Il secondo è la politica dell’immigrazione, che con l’attenuarsi dei contagi e la fine dell’inverno tornerà a farsi sentire, e richiederà una linea comune: non basterà evitare di parlarne. Lo stesso vale per la giustizia, nodo della politica italiana degli ultimi trent’anni: qui la competenza della nuova Guardasigilli e la mediazione del Quirinale dovranno trovare soluzioni in un campo minato da culture politiche divergenti, costrette a convivere nella stessa maggioranza che va dalla Boldrini a Salvini; anche se al governo, su questo e altri argomenti, la distanza politica che separa un Guerini da un Giorgetti potrebbe rivelarsi meno ampia.
Non soltanto sarà complicato tenere insieme dem e leghisti sui migranti, grillini e berlusconiani sui magistrati. La navigazione presenterà altre incognite. L’importante è affrontarle consapevoli di quanto sia grave la situazione, di quanto stiano soffrendo gli italiani, di quanto abbiano necessità di provvedimenti concreti e anche di uno spirito di speranza. Alla fine, questa esperienza potrebbe rivelarsi un’opportunità non solo per l’economia ma anche per i partiti; ad esempio se facilitasse la nascita di una destra europea di governo, con buona pace degli assenti.
In sintesi: il ceto politico questo è; la soluzione Draghi resta la migliore possibile; adesso si tratta di partire, sperabilmente con le forze della maggioranza che remano tutti nella stessa direzione, e gli osservatori chiamati a fare la loro parte; che consiste anche nel non perdere lo spirito critico.