Gopnik: “Il populismo è una ricetta che funziona ancora”

Intervista al saggista americano: Nonostante il disastro dell’emergenza Covid il messaggio di Trump continua a fare breccia soprattutto tra chi si chiede: che cosa è meglio per me?"

“L’America si conferma un paese profondamente individualista. E allo stesso tempo pauroso. Dove la ricetta populista di Donald Trump funziona ancora, nonostante il disastro dell’emergenza Covid-19, soprattutto fra chi ragiona in termini di “cosa è meglio per me”. E rigetta la politica identitaria dei dem, ovvero l’idea di una coalizione di minoranze”.

All’indomani del voto Adam Gopnik, 64 anni, ha la voce rauca di chi non ha dormito ed è “al dodicesimo caffè”. Celebre firma del New Yorker autore di numerosi saggi ha dedicato il suo libro, intitolato Il manifesto del rinoceronte, alla crisi del liberalismo. In Italia è pubblicato da Guanda.

Ci faccia un ritratto di questo americano individualista e pauroso, trumpiano ad ogni costo.
“C’è l’americano bianco che teme rivolte razziali nel proprio giardino di casa e ha paura che vengano rotte le vetrine del proprio panificio o della propria lavanderia, senza preoccuparsi minimamente del cosa le scatena. Spaventato dalle strampalate ipotesi di levare fondi alla polizia. C’è l’agricoltore diffidente verso il benessere dei cittadini colti. Ci sono poi gli uomini che sentono di perdere il loro potere, anche economico, nei confronti delle donne. E ci sono i tanti, pure fra gli afroamericani e i latinos, preoccupati soprattutto del loro futuro economico perché hanno perso il lavoro, gli affari sono diminuiti o semplicemente non vogliono correre nuovi rischi in tal senso. Tutte queste categorie hanno seguito il richiamo della retorica populista di Trump. Non necessariamente perché lo ritengono il leader migliore. Ma soprattutto, appunto, perché è quello che funziona meglio per loro”.

Ancora non sappiamo chi ha vinto. Ma di sicuro, da queste elezioni emerge un paese perfino più diviso di prima.
“Non facciamoci illusioni. L’America è divisa fin dalla guerra civile. Quelle ferite non si sono mai sanate, né è mai stato fatto alcunché per colmare le differenze. Negli anni Sessanta, quando vinse Richard Nixon, oltre alla divisione razziale contò anche quella generazionale. Ora pesa quella culturale e di genere. E perfino una nuova: quella fra sani e malati, dove i primi sono pronti a sacrificare i secondi, pur di non cambiare nulla del loro stile di vita. In questo paese il liberalismo è profondamente malato. Attaccato all’ossigeno come se avesse preso il coronavirus”.

L’onda blu attesa da certi analisti non c’è stata. Joe Biden cos’ha sbagliato?
“Premesso che io sono convinto che Biden sarà il prossimo presidente e voglio riconoscergli che ha avuto più voti di qualunque altro candidato nella storia, temo che in tempi di populismo abbia portato avanti un messaggio conciliatorio e troppo centrista. Siamo ben lontani da un’America dove le minoranze si alleano: il suo appoggio a Black Lives Matter non è certo piaciuto ai latini. E poi da una parte avrebbe dovuto spingere più a destra prendendo in maniera ancora più forte e netta le difese della polizia. Dall’altra più a sinistra su temi come la Sanità. Insomma, non ha guardato abbastanza a Barack Obama”.

In cosa avrebbe dovuto emularlo?
“Obama che pure, come primo presidente nero era l’incarnazione della politica identitaria, ha sempre fatto molta attenzione a rigettare l’idea di più Americhe. È stato, insomma, un progressista capace di portare avanti anche messaggi conservatori”.

Come se ne esce?
“La chiave è il dialogo. Ma la verità è che non siamo davanti a due Americhe che non si parlano. Ma a due Americhe che si conoscono profondamente. E non si scelgono, non si piacciono”