GOOD- BYE

A mezzanotte la Gran Bretagna lascia la Ue. Johnson parlerà al Paese: «Sorge un’alba nuova»

Stasera si scioglie un matrimonio infelice andato avanti per ben 47 anni. La Gran Bretagna lascia a mezzanotte l’Unione europea: arriva così a compimento il mandato del referendum del giugno del 2016, che aveva visto il 52 per cento dei britannici votare a favore della Brexit.

«Questo è il momento in cui sorge l’alba e il sipario si alza su un nuovo atto», dirà stasera il primo ministro Boris Johnson in un discorso alla nazione che sarà trasmesso dalla Bbc. «È un momento di vero rinnovamento nazionale e di cambiamento», proseguirà il premier, che sottolineerà come «il nostro compito come governo — il mio compito — è riunire il Paese e portarlo avanti».

Perché questo è il messaggio che arriva da Downing Street: voltare pagina e superare le divisioni di questi anni. Ed è per questo che sono state evitate celebrazioni trionfalistiche dell’uscita dalla Ue: non ci saranno festeggiamenti pubblici, anche se sulla facciata della residenza del primo ministro, al numero 10, verrà proiettato un orologio che scandirà i minuti dell’ultima ora prima della Brexit, che però sarà accompagnato da un gioco di luci che intende sottolineare il legame fra le nazioni che compongono il Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord).

Questa è l’alba di una nuova era nella quale non accetteremo più che le vostre possibilità dipendano dalla parte del Paese in cui cresci

E infatti lo sguardo è tutto rivolto alle sfide che si aprono domani. «La cosa più importante da dire stasera è che questa non è una fine ma un inizio», continuerà Johnson in tv. «Questa è l’alba di una nuova era — prosegue il discorso — nella quale non accetteremo più che le vostre possibilità, le possibilità della vostra famiglia, dipendano dalla parte del Paese in cui cresci». È la priorità dichiarata del governo: «È il momento in cui cominciamo a unire e a salire di livello». Il che vuol dire sanare quelle disparità economiche e sociali che erano dietro al sì alla Brexit: e non a caso stamattina l’esecutivo terrà una riunione straordinaria a Sunderland, la prima città che nel 2016 dichiarò il voto per l’uscita dalla Ue, ma anche il simbolo di quel Nord desolato e de-industrializzato che ha pagato più caro il prezzo della crisi (e che a dicembre ha votato in massa per Boris). È stato un percorso tortuoso e accidentato, quello che ha condotto fino a stasera. Il voto di tre anni e mezzo fa non aveva placato la contrapposizione tra filo e anti-europei: anzi l’aveva esacerbata. Gli oppositori della Brexit hanno fatto di tutto per impedirla e questo ha portato il Parlamento e la politica britanniche alla paralisi. La situazione si è sbloccata solo con le elezioni dello scorso dicembre, quando Boris Johnson ha ottenuto una maggioranza schiacciante e un mandato chiaro per portare a compimento l’uscita dalla Ue. E così è stato.

La questione tuttavia non è chiusa. Tutto il 2020 sarà occupato dai negoziati per definire le relazioni future tra Gran Bretagna e Unione europea: si punta a un ambizioso trattato di libero scambio, ma difficilmente si farà in tempo a concluderlo. E allora il rischio è che alla fine dell’anno si materializzi una rottura drammatica e definitiva. Ma per il governo di Boris Johnson la sfida è anche interna: dovrà riuscire a tenere assieme il Paese, di fronte alle spinte secessioniste della Scozia filo-europea e alle sirene della riunificazione irlandese.

La cosa più importante da dire stasera è che questa non è una fine ma un inizio.

Il sipario si alza su un nuovo atto

Alla fine, il prezzo da pagare per la Brexit potrebbe rivelarsi molto alto.