Gli italiani a Bagdad: «Restiamo qui anche se gli altri dovessero partire»

Tra i nostri Carabinieri nel nuovo rifugio di Camp Dublin, nei giorni caldi del dopo-Soleimani. A stare con loro e con gli agenti iracheni di stanza all’Accademia della polizia locale, la storia della missione italiana è soprattutto quella di un grande lavoro di cooperazione e sforzo quotidiani. Come già in altri teatri, a partire da Afghanistan e Kosovo, i Carabinieri hanno il compito di addestrare le forze dell’ordine locali. Oltre 37.000 poliziotti iracheni sono passati nelle loro classi dall’inizio della missione nel 2015 ad oggi. «In media teniamo almeno una ventina di corsi contemporaneamente in tutto il Paese, che vedono impegnati tra i 500 e 700 allievi iracheni. I temi più richiesti e seguiti sono l’addestramento per il controllo delle rivolte civili in modo non cruento e le tecniche per il disinnesco di ordigni esplosivi, specie quelli artigianali nel cuore delle zone urbane», spiega ancora l’ufficiale. I corsi dal 4 gennaio sono temporaneamente sospesi e il Parlamento iracheno la settimana scorsa ha deliberato di espellere i contingenti stranieri. Il voto deve ancora essere ratificato e resta controverso. Una scelta (già comunque rifiutata con forza dagli americani) che getta non poche ombre sul futuro del contingente internazionale in Iraq.

La regola è semplice: se è possibile raggiungere i rifugi anti-missile in 7-8 secondi, allora vale la pena provare. Anche di notte, si salta fuori dalle coperte e si corre. Se però le brandine sono lontane dalla porta e uscire necessita più tempo, allora ci si getta a terra, riparando la testa con le braccia. «La notte dell’allarme più grave, quella dei massicci bombardamenti iraniani tra il 7 e 8 gennaio dopo il blitz americano contro Qassem Soleimani, non c’è stato bisogno di correre. I comandi Usa ci avevano avvisato con quattro o cinque ore di anticipo e l’allarme rosso è arrivato mezz’ora prima. Comunque molti di noi avevano già lasciato Camp Union3, che sta nella Zona Verde più esposta presso l’ambasciata americana, per venire qui a Camp Dublin. E subito ci eravamo piazzati nelle aree protette per trascorrervi la notte. Poi comunque qui le cose sono rimaste tranquille, perché a Bagdad i missili iraniani non sono mai arrivati». Parola del comandante dei 130 Carabinieri operanti in Iraq, colonnello Saverio Ceglie, nato a Bari 49 anni fa, arruolato nel 1989 e giunto a Bagdad nel luglio scorso.

Ieri i rifugi erano vuoti, con le luci al neon sempre accese, riserve di bottiglie d’acqua sparse e qualche bancale di legno sul terriccio a fungere da panche improvvisate. Siamo stati per gran parte del pomeriggio con Ceglie e i suoi ufficiali nella base italiana posta a meno di due chilometri in linea d’aria da dove, all’una di notte del 3 gennaio, le bombe Usa bersagliarono con precisione micidiale il convoglio di Soleimani. «Quello sì che ci ha colto di sorpresa. Le bombe ci hanno svegliati con fracasso intenso, ma breve, meno di un minuto. Le sirene sono suonate subito dopo. E siamo corsi a ripararci. Dopo una mezzoretta i social media locali pubblicavano già le foto e i dettagli dell’operazione», raccontano.

A stare con loro e con gli agenti iracheni di stanza all’Accademia della polizia locale, la storia della missione italiana è soprattutto quella di un grande lavoro di cooperazione e sforzo quotidiani. Come già in altri teatri, a partire da Afghanistan e Kosovo, i Carabinieri hanno il compito di addestrare le forze dell’ordine locali. Oltre 37.000 poliziotti iracheni sono passati nelle loro classi dall’inizio della missione nel 2015 ad oggi. «In media teniamo almeno una ventina di corsi contemporaneamente in tutto il Paese, che vedono impegnati tra i 500 e 700 allievi iracheni. I temi più richiesti e seguiti sono l’addestramento per il controllo delle rivolte civili in modo non cruento e le tecniche per il disinnesco di ordigni esplosivi, specie quelli artigianali nel cuore delle zone urbane», spiega ancora l’ufficiale. I corsi dal 4 gennaio sono temporaneamente sospesi e il Parlamento iracheno la settimana scorsa ha deliberato di espellere i contingenti stranieri. Il voto deve ancora essere ratificato e resta controverso. Una scelta (già comunque rifiutata con forza dagli americani) che getta non poche ombre sul futuro del contingente internazionale in Iraq.

Non sarebbe del resto la prima volta che una missione deve essere interrotta a causa del deteriorarsi della situazione sul campo. Uno degli ufficiali qui ricorda la sua missione chiamata «Cirene» con la polizia libica per 8 mesi tra il 2012 e 2013. «Allora il Paese tra Tripoli e Bengasi stava nel caos, fummo costretti ad abbandonare». Ma in Iraq per ora prevale l’ottimismo. «Noi siamo pronti a riprendere le nostre attività subito. Per adesso approfittiamo della pausa per affinare i nostri programmi», dicono i Carabinieri. Da Erbil il generale Paolo Fortezza, che comanda i 926 effettivi dell’intero contingente italiano, ci spiega che «l’operazione non cambia le sue finalità nel rapporto con le unità irachene o curde con cui ha relazioni di partnership». Dunque: «A tutt’oggi non ci sono motivi per modificare i programmi addestrativi». E’ del resto il generale che comanda l’Accademia irachena, il 52enne Hussein Zabun, a ribadire a gran voce la necessità che gli italiani restino. «Hanno un compito fondamentale. I Carabinieri sono utilissimi specie per addestrare i nostri agenti a controllare le rivolte pacificamente. Il Paese ne ha un bisogno urgente. Qui ci sono elementi provocatori che sparano sui giovani che manifestano nelle nostre piazze. Gettare benzina sul fuoco è gravissimo». E conclude: «Io mi batterei per tenere gli italiani in Iraq anche se tutto il resto della coalizione dovesse partire».