«Gli appelli a lasciare non ci riguardano Senza di noi, chi aiuta?»

Cairo (Croce Rossa): «Restiamo nel Paese»

Croce Rossa Afganistan

Alberto Cairo, italiano di Cuneo, è cittadino afghano ad honorem dal 2019, ma vive nella «tomba degli imperi» dal 1990. L’acqua contaminata, il caldo senz’aria condizionata, le notti senza elettricità, i cibi coperti di polvere e mosche non l’hanno convinto ad andarsene. Quando è arrivato, Kabul era una città distrutta dalla guerra contro l’Urss. Bisognava solo ripartire. Invece ci sono stati altri 30 anni di combattimenti. Lui è l’«uomo che restituisce le gambe». Costruisce protesi di plastica a chi ha perso l’arto su una mina: 180 mila persone in trent’anni, 16 gambe nuove al giorno, ogni giorno per 11 mila giorni uno dietro l’altro.

Cairo, come si sta a Kabul aspettando l’arrivo dei talebani?

«Negozi e mercati sono aperti, le strade affollate. Certo la gente tranquilla non è, non fa che chiedersi cosa succederà, che ne sarà di loro. Molti vorrebbero lasciare il Paese. Ci sono anche tanti sfollati. Si sono sistemati da parenti e amici, chi ha i mezzi affitta una stanza, i poveri, un gran numero, si accampano dove possono, senz’acqua e senza aiuti. Nel Centro di Riabilitazione della Croce Rossa Internazionale si lavora regolarmente, mancano solo i pazienti della provincia».

Gli americani preparano l’evacuazione. Lei che farà?

«Ho sentito dell’invito a partire. Non ci riguarda. Se se ne va la Croce Rossa chi rimane? Ci tuteleremo in ogni modo possibile. Io conto di proseguire con il mio lavoro per feriti e disabili. Immagino che avremo molto da fare, visto l’altissimo numero di ricoverati negli ospedali e le nuove mine anti-uomo piazzate. Vergogna per chi gliele ha fornite».

Ha notizie degli altri centri della Croce Rossa nel Paese?

«Sono in contatto con tutti e sette i nostri centri di riabilitazione. Sono aperti o riapriranno a breve».

Si sente protetto dal lavoro che fa?

«Se i Talebani prendono il potere, sarà il quinto regime sotto il quale lavoriamo. La Croce Rossa è rispettata perché imparziale ed estremamente utile. Non siamo qui per questo o quel regime, ma per la popolazione. I governanti lo sanno. Tutti i governanti».

Il rischio

«Non si ripeta ciò che è accaduto negli anni 90, quando ci si dimenticò di questo popolo»

Quando crede arriveranno i talebani a Kabul?

«Non so rispondere. Gli afghani sono ormai convinti che Kabul cadrà. Si augurano che il passaggio di potere avvenga pacificamente, che le parti si accordino in qualche maniera, evitando bombe e combattimenti. Lo spero anch’io, ricordo bene i combattimenti della guerra civile. Morti e distruzione per anni».

Che cosa resterà dell’Afghanistan che la Comunità internazionale ha sostenuto negli ultimi 20 anni?

«I cambiamenti sono stati numerosi. Tanti sono andati a scuola (maschi e femmine, anche se non in maniera uniforme nel Paese) con effetti straordinari sulla società; la televisione, i telefoni e internet sono inarrestabili; un miglioramento nelle infrastrutture ha avuto luogo, molte le nuove costruzioni, gli ospedali e le università aperte (anche se spesso non di qualità). Soprattutto l’Afghanistan sa molto di più del mondo».

Cosa dice a chi sostiene che «tanto in Afghanistan sono abituati a combattersi tra loro» o «che non sanno fare altro»?

«Dico di tacere. Come lo dico a quelli secondo i quali gli afghani sono abituati a soffrire, per cui il loro dolore fa meno male. Nessuno ha il diritto di scordarsi che la stragrande maggioranza di chi è nato qui non è colpevole di questa guerra che dura da oltre 40 anni. La subisce e non ha mezzi per liberarsene».

Cosa possiamo fare come singoli e come Occidente?

«Non dimenticare l’Afghanistan com’è successo negli Anni Novanta. Ricordo il vuoto di informazione di allora. Era disperante. Oggi il mondo, se vuole, può sapere e può anche pacificamente fare moltissimo perché si rispettino i principi umanitari e i diritti umani».