Giuseppe e Maria, figura dell’unione Cristo-Chiesa

Fin dai primi secoli cristiani, santi e scrittori ecclesiastici hanno visto nel verginale matrimonio di Giuseppe e Maria una figura dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa, il segno storico più elevato del mistero grande di cui parla san Paolo. Da qui nasce l’opportunità di una nuova celebrazione della “Festa dello Sposalizio”, che sarebbe un valido aiuto per la pastorale sul matrimonio.

Nel parlare dello sposalizio di Giuseppe e Maria si è già detto che, come tutto è iniziato da una coppia (Adamo ed Eva), così tutto doveva essere restaurato a partire da una coppia, chiamata a custodire ed educare il divino Redentore dell’umanità.

Fin dai primi secoli cristiani, santi e scrittori ecclesiastici hanno visto nel verginale matrimonio di Giuseppe e Maria una figura dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa, il segno più elevato – tra i matrimoni di ogni tempo – del mistero grande di cui parla san Paolo nella Lettera agli Efesini (Ef 5, 21-33). Se, infatti, la moglie deve stare sottomessa al marito come al Signore, e il marito ha il dovere, come fa Cristo con la Chiesa, di amare la moglie come il proprio corpo, quale matrimonio è arrivato a tanto come quello castissimo tra Maria e Giuseppe? E allora la Sposa di Cristo deve guardare costantemente a quel matrimonio per orientare il suo agire.

La scelta di Gesù di chiamarsi sposo (Mt 9, 15) «getta indirettamente luce anche sulla verità profonda dell’amore sponsale», scrive san Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie. Usando l’immagine dello sposo «per parlare di Dio, Gesù mostra quanta paternità e quanto amore di Dio si riflettano nell’amore di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio» (LF, 18).

La verginità che contraddistingue l’unione dei due genitori di Gesù non contraddice ma esalta la dignità di quello che Wojtyla descrive come sacramento primordiale. Come osserva padre Tarcisio Stramare (†2020) a proposito di Maria e Giuseppe: «Nessun matrimonio è stato, quanto il loro, specchio, riflesso, sacramento della carità più altruista e disinteressata. Essi hanno veramente vissuto il loro matrimonio come puro “dono sponsale” e sono degni, perciò, – è san Tommaso stesso che lo dice – di rappresentare il mistero della Chiesa: “Fu conveniente che la Madre di Dio fosse unita in matrimonio… per significare la Chiesa, che è vergine e sposa”» (La Santa Famiglia di Gesù, Shalom, 2010, p. 54).

Il loro matrimonio doveva essere insieme la culla per accogliere il Figlio di Dio e il mezzo per la reciproca elevazione nella santità. In particolare, san Giuseppe beneficiò nel massimo grado degli effetti dell’amore di Maria. Se l’Immacolata ama l’uomo tanto più questo, quale immagine di Dio, è vicino a Lui, e poiché «fa parte della santità e della virtù della moglie amare suo marito», come ricorda il gesuita Francisco Suárez (†1617), ne consegue che nessun’altra creatura è stata amata da Lei come Giuseppe, che a sua volta – con il dono totale di sé – aiutò la Madonna a realizzare pienamente la vocazione di Madre di Dio. Inoltre, essendo Lei adornata di ogni perfezione, nessuno sposo nella storia è mai stato amato più di Giuseppe.

Argomenta Suárez: «È verosimile che la beata Vergine abbia desiderato esimi doni di grazie e aiuti per il suo sposo, che amava in modo singolare, e li abbia impetrati con le sue preghiere. Infatti, se è vero come è vero che uno dei mezzi più efficaci per ottenere da Dio i doni della grazia è la devozione verso la Vergine e la sua intercessione, chi può credere che il santissimo Giuseppe, dilettissimo alla Vergine e devotissimo, non abbia ottenuto per suo mezzo l’esimia perfezione della santità?».

La Chiesa è chiamata a proseguire e insegnare la perfetta carità che ha regnato nella Santa Famiglia – la «Trinità terrena», com’è stata definita – dove l’amore di Dio e del prossimo hanno trovato il loro punto comune e la loro irradiazione in Gesù. È una Famiglia i cui membri si sono superati in umiltà, incarnando l’insegnamento evangelico del servizio, dove Gesù, il Figlio di Dio, era sottomesso ai genitori e così crebbe in età, sapienza e grazia; Maria, Sua Madre, seconda solo a Dio, era sottomessa a Giuseppe; e tutti e tre insieme vivevano in obbedienza alla volontà del Padre, condizione alla base della carità.

I Vangeli ci restituiscono fugaci, ma significativi, spaccati della vita di questo prototipo di “piccola chiesa domestica”. Di certo, sebbene il culmine della Redenzione sia il Calvario, non si può trascurare il fatto che ogni momento della vita terrena di Gesù, svoltasi per gran parte sotto la guida e nell’amore di Maria e Giuseppe, sia stato redentivo. Afferma il Catechismo: «Le parole e le azioni di Gesù nel tempo della sua vita nascosta e del suo ministero pubblico erano già salvifiche. Esse anticipavano la potenza del suo mistero pasquale. Annunziavano e preparavano ciò che egli avrebbe donato alla Chiesa quando tutto fosse stato compiuto. I misteri della vita di Cristo costituiscono i fondamenti di ciò che, ora, Cristo dispensa nei sacramenti mediante i ministri della sua Chiesa, poiché – aggiunge il Catechismo citando san Leone Magno – “ciò che […] era visibile nel nostro Salvatore è passato nei suoi sacramenti”» (CCC 1115).

Tutto questo – la Salvezza – ha avuto origine da un matrimonio, quindi da una mirabile famiglia, che è stata assunta da Gesù insieme a tutte le altre dimensioni dell’umanità (l’essere figli, i riti religiosi, il lavoro, la fatica, il dolore, la morte…), all’infuori del peccato, per liberarci dalla schiavitù generata da quest’ultimo. Perciò nel piano divino dell’Incarnazione, e conseguentemente della Redenzione, era indispensabile sia il libero sì di Maria sia quello – implicito prima, esplicito poi – di Giuseppe, che fin dalla fanciullezza (parola, tra gli altri, di san Tommaso e Maria di Ágreda) aveva fatto voto di verginità e, appena saputa l’origine della maternità divina, «fece» come l’angelo del Signore gli aveva comandato (Mt 1, 24). «Maria e Giuseppe non sono stati preordinati isolatamente. Dio nel suo amore ha predestinato Maria per san Giuseppe, san Giuseppe per Maria, tutti e due per Gesù. Se Dio ha pensato con tanto amore a Maria come madre del Redentore, ciò non fu mai indipendentemente dal suo matrimonio verginale con Giuseppe», scrive Charles Sauvé (Le mystère de Joseph, Nizza 1978, p. 30).

Alla luce di quanto sommariamente visto, si capisce perché Giovanni Gersone (Jean Gerson, †1429) avesse proposto di istituire la festa dello “Sposalizio di Maria con Giuseppe”, celebrata nei secoli da diversi ordini religiosi, introdotta nello Stato Pontificio nel 1725 da Benedetto XIII e infine soppressa, con l’Istruzione della Congregazione dei Riti del 14 febbraio 1961, tranne che per i luoghi che hanno speciale motivo di celebrarla. «Oggi, questo “speciale motivo” non ce l’avrebbero tutti?», chiedeva padre Stramare, sottolineando l’opportunità, per aiutare la pastorale sul matrimonio, di celebrare la festa – che ha già il suo testo liturgico – in tutta la Chiesa, magari il 23 gennaio.