Genitori e figli travolti dal pensiero debole. Leopardi ci aiuta

I giovani di oggi sono figli di una generazione che discende da quel Sessantotto che ha ripudiato tutto ciò che era stato lasciato in eredità e ha gettato in una discarica «ogni principio di responsabilità e di autorità».La generazione dei padri di oggi è la prima che ha disobbedito ai padri e che obbedisce ai figli. Leopardi ci aiuta. Anche se questo è il panorama odierno, non tutto è perduto. L’educazione e la libertà di educazione, infatti, rinascono laddove c’è un io che si pone di fronte agli altri e inizia a dire ai giovani: «Coraggio, camminiamo insieme. Vale la pena far fatica perché la meta da raggiungere è bella!».

C’è un breve aneddoto familiare che nella sua semplicità testimonia la dinamica della crescita e dell’educazione.
Un giorno mia figlia maggiore ammonì la sorellina: «Tu guarda me, perché io faccio come fa papà”. Fui colto da un brivido, da una profonda emozione e, nel contempo, da un senso di responsabilità e di inadeguatezza. Mi chiesi: «Chi guarda papà? Chi segue? Dove va?». Ogni uomo si muove per imitazione. Tutti abbiamo modelli di riferimento. I primi esempi che guardiamo come fondamentali per la nostra vita sono papà e mamma. Sono loro i nostri primi maestri. I nostri figli guardano quello che guardiamo noi, capiscono bene dov’è il nostro tesoro, cioè a cosa davvero teniamo, i nostri valori, le ragioni per cui fatichiamo. Per questo la prima vera educazione del genitore non è un’azione rivolta verso il figlio, ma verso se stesso. È il genitore che deve camminare, crescere, educarsi. Scrive sant’Ignazio di Antiochia: «Si educa bene con quel che si dice, meglio con quel che si fa, ancor meglio con quel che si è!». E sant’Ambrogio: «Tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato».

In un’epoca come la nostra in cui va di moda il pensiero debole, in cui farsi portavoce di proposte forti appare anacronistico, in un’epoca di relativismo culturale, in cui sono messi in discussione verità, bellezza, amore, bontà (riferimenti tutti riconducibili al campo della verità nei differenti campi) decade anche la necessità dell’educazione. Raramente si affronta nei dibattiti sulla scuola il tema della crisi educativa contemporanea.
Se non c’è una meta riconosciuta, se non esistono una bontà, una bellezza, una verità, un amore a cui essere educati, non ha senso il rischio dell’educazione. Al massimo ci potranno essere degli informatori o dei mediatori di conoscenza. Si chiede il giornalista Antonio Polito nel suo libro Contro i papà (il sottotitolo è significativo: «come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli», edizione Rizzoli):
Eppure, chi di noi padri, arrivato alla sua età, con la propria esperienza, può negare a sé stesso la verità, e cioè che tutto intorno a noi ci dice che è l’educazione (intesa in un senso molto più ampio della semplice istruzione) il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e, al suo interno, dei nostri ragazzi? E allora perché abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli? Abbiamo costruito un modello sociale ed economico tutto teso a rendere la vita facile ai nostri ragazzi […]. In nome dei nostri figli li abbiamo rovinati.
Abbiamo costruito un lungo catalogo dei loro diritti, dal posto di lavoro stabile e adeguato alle loro aspirazioni alla possibilità di essere fuori corso all’università (che deve rigorosamente essere nel raggio di venti chilometri da casa).
Tra l’altro il livello dell’università è sceso in maniera impietosa e i voti sono saliti. A essere deprezzato è il merito. Quanto più i titoli sono omologati e uguali tanto più non contano nulla nella ricerca del lavoro. Un mondo come il nostro in cui non è apprezzato il merito è un mondo sempre più ingiusto.

Statistiche alla mano, l’Italia sembra sempre più il Paese del buonismo, nel campo scolastico, mentre fino a qualche decennio fa ancorava ancora lo studente a una salda cultura. Oggi, in nome di una presunta e non ben attuata modernità, ha svenduto quel carattere culturale che molti Stati ci invidiavano. A scuola è lecito copiare e non scandalizza, anzi gli stessi genitori giustificano i figli affermando che tutti l’hanno fatto quando erano scolari. In altri Paesi, come gli Stati Uniti, la copiatura è stigmatizzata e sono gli stessi studenti a denunciare chi copia, perché quest’atto è percepito come lesivo del valore del merito.
Se guardiamo alle statistiche relative a questi decenni, sorgono naturali due domande: che cosa hanno voluto lasciare i genitori ai figli? Come hanno investito i soldi? La scelta degli italiani è stata finora chiara. La maggior parte dei genitori ha creduto che fosse più importante lasciare i mattoni ai figli piuttosto che investire sull’educazione, nel permettere a loro l’accesso a certe scuole o università. In altri Stati la scelta dei genitori è stata diversa, orientata a permettere al figlio un percorso di crescita, di educazione e d’istruzione che gli avrebbe permesso poi di ricoprire posizioni importanti nella società.

I giovani di oggi sono figli di una generazione che discende da quel Sessantotto che ha ripudiato tutto ciò che era stato lasciato in eredità e ha gettato in una discarica «ogni principio di responsabilità e di autorità».
La generazione dei padri di oggi è la prima che ha disobbedito ai padri e che obbedisce ai figli. Senza nulla voler togliere alla responsabilità personale, bisogna riconoscere che la cultura del Novecento ha somministrato la droga della deresponsabilizzazione illudendo «che non siamo noi i responsabili della nostra sorte, e facendoci così smarrire il senso del dovere» (Polito).

Le nuove dottrine che imperversano nel Novecento, dal pensiero di Freud al marxismo al darwinismo, attribuiscono la responsabilità delle azioni umane a forze nascoste o superiori, rispettivamente l’inconscio, il gruppo sociale, la lotta per la sopravvivenza e l’evoluzione:
Niente di ciò che siamo si può far risalire all’educazione che abbiamo ricevuto, all’esempio che ci è stato offerto, alla cultura in cui abbiamo vissuto. Ma tutto è Natura, tutto ci deriva dai nostri antenati e dagli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvivenza del più forte (Polito).
Secondo l’ideologia contemporanea, che fa riferimento a Rousseau, tutto deriva dalla Natura. Per questo l’educazione non serve più. Con il Sessantotto si afferma un mondo in cui esistono solo diritti senza più doveri, in cui vige una libertà svincolata dalla verità e dalle leggi. L’autorità non è più riconosciuta, così come non viene riconosciuta l’esistenza di un punto di riferimento autorevole e stabile che ci permetta di crescere. Eppure proprio la cultura e la realtà sono l’antidoto al ritorno delle ideologie del passato.

Rileggiamoci Leopardi che fu vittima, fino a venticinque anni, dello stesso abbaglio ideologico, quando incolpò la ragione (cultura, progresso, incivilimento educazione, ecc.) della situazione in cui l’uomo è costretto a vivere e attribuì alla natura l’unica possibilità di vita autentica, piena e perfezionata. Ma già alla fine del 1823 Leopardi comprese la falsità del pensiero di Rousseau (si veda l’articolo pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’1-12-2013, AL CUORE DI LEOPARDI 12- Come spiegare il pessimismo storico e cosmico a scuola?).

Anche se questo è il panorama odierno, non tutto è perduto. L’educazione e la libertà di educazione, infatti, rinascono laddove c’è un io che si pone di fronte agli altri e inizia a dire ai giovani: «Coraggio, camminiamo insieme. Vale la pena far fatica perché la meta da raggiungere è bella!».
Questo è il vero maestro, che non si presenta come salvatore del mondo, ma diventa compagno di strada. Allora il ragazzo si mette in cammino in una compagnia, certo della bontà del sacrificio.