Gallera: «Macché riportare la sanità a Roma. È lì il buco nero dell’emergenza coronavirus»

Intervista all’assessore lombardo: «Se qualcosa ci insegna questa tragedia è che per servire decentemente i cittadini ci vuole un serio federalismo. Non dimentichiamo che ci sono stati momenti in Lombardia in cui tutti abbiamo sfiorato la disperazione, tanto l’emergenza sembrava dilagare e travolgere ogni dispositivo sanitario. Non c’era medicina di territorio che potesse tenere. Il virus è esploso subito e con una virulenza e velocità di contagio tale che occorreva immediatamente ospedalizzare le vittime… Ce l’abbiamo fatta. Adesso bisogna mantenere alta la guardia. Ma diciamocelo: la Lombardia ha compiuto un’impresa straordinaria dentro condizioni politiche e strutture di protezione civile nazionali che si sono dimostrate non all’altezza della situazione.

Tanto per cominciare, forse la Lombardia riuscirà ad utilizzare in extremis i fondi che il ministero della Giustizia ha messo a disposizione di Cassa ammende per ridurre il sovraffollamento delle carceri. Provvedimento che per essere attuato esige il concorso regionale. Concorso che nei giorni scorsi due assessori della Lega avevano insensatamente negato, lasciando Regione Lombardia isolata, rispetto a tutte le altre, compreso il Veneto del leghista Luca Zaia, nel suo stravagante rifiuto di alleggerire le carceri italiane note per il loro sovraffollamento.

«Apprendo questa cosa da lei in questo momento. Le assicuro che mi attiverò presso i miei colleghi perché l’iter venga completato e il provvedimento governativo, che è giusto, venga celermente attivato con una delibera». È l’assessore alla Sanità della Lombardia che ti aspetti a parlare a Tempi. Pacato e incisivo. Giulio Gallera, Forza Italia, tra i sempre più rari esempi in politica di personalità di carattere, concretezza, equilibrio. È al suo secondo mandato di vertice della sanità. Dopo l’esperienza con il leghista Roberto Maroni, è col governatore Attilio Fontana che ha dovuto affrontare in Lombardia la virulenza di una epidemia senza eguali in Italia. Paragonabile soltanto al caso di New York. Dove il coronavirus ha già fatto molte più vittime che in tutta la Lombardia e più contagi che in tutta Italia.

La semplice evocazione del caso newyorkese dovrebbe già far comprendere che i numeri delle vittime e dei contagi non sono di per sé significativi per arzigogolare intorno a presunti ritardi, disfunzionalità, arretratezze di un determinato sistema sanitario. Anzi. Stiamo parlando di due sistemi sanitari tra i più avanzati al mondo. È andata così. La grandine del coronavirus ha massacrato la Lombardia mentre sulle spiagge siciliane si continuava (e si continua) a godersi il sole; e l’aria frizzantina sulle colline dell’entroterra.

Assessore, le giro la domanda che Lilli Gruber ha posto al consulente scientifico del governatore del Veneto: «Perché la Lombardia non ha avuto il vostro successo?». Consulente di Zaia: «Perché hanno seguito le direttive del governo». È andata così?

Non scherziamo. L’unico tema è: noi abbiamo avuto la bomba atomica. E nell’immediato, un numero incredibile di contagi e di vittime. Tutti gli altri: o hanno avuto numeri diversi, o tempi diversi, o entrambe le cose. Ogni altra interpretazione è solo decontestualizzazione o, peggio, rimozione dei fatti. In Veneto hanno avuto un piccolo focolaio in un piccolissimo comune. E sono riusciti ad arginarlo. Noi abbiamo avuto enormi focolai a Lodi, Bergamo, Brescia, Cremona. Queste le città dell’epicentro del virus. Qui abbiamo dovuto gestire un flusso drammatico di persone che arrivavano negli ospedali in condizioni gravissime.

A Como, Varese e Mantova, invece, abbiamo avuto un numero di contagiati nettamente inferiore rispetto a Padova, Verona e Venezia. Ma non è che in queste province lombarde siamo stati più bravi che in Veneto. È che la bomba atomica è scoppiata in certe località e non altrove. Dovendo così affrontare – come ha detto bene il professor Gattinoni descrivendo gli ospedali della Lombardia durante l’emergenza del marzo aprile scorsi – «una medicina di guerra».

Dimenticare quello che si è visto nei nostri ospedali, speculare per politica politicante sui presunti “default” della sanità in Lombardia (ma guardatevi in giro, per favore, voglio sapere chi in Italia avrebbe potuto sostenere l’impatto con migliaia di pazienti bisognosi di terapie intensive), non fa onore né all’intelligenza, né alle vittime, né ai sacrifici, alla dedizione e alle energie messe in campo da tutti, ma proprio tutti: dagli operatori sanitari in prima linea ai funzionari regionali, dai volontari alle forze dell’ordine.

Non dimentichiamo che ci sono stati momenti in Lombardia in cui tutti abbiamo sfiorato la disperazione, tanto l’emergenza sembrava dilagare e travolgere ogni dispositivo sanitario. Non c’era medicina di territorio che potesse tenere. Il virus è esploso subito e con una virulenza e velocità di contagio tale che occorreva immediatamente ospedalizzare le vittime… Ce l’abbiamo fatta. Adesso bisogna mantenere alta la guardia. Ma diciamocelo: la Lombardia ha compiuto un’impresa straordinaria dentro condizioni politiche e strutture di protezione civile nazionali che si sono dimostrate non all’altezza della situazione.

Non ci sono stati errori da parte vostra?

Errori ne sono stati fatti. Ovvio. Solo chi non fa, come si dice, non sbaglia mai. Ma un conto è riconoscere quello che non ha funzionato riconoscendo che qui è successo qualcosa di inimmaginabile, siamo stati i primi in Europa ad affrontare un’onda d’urto pazzesca. Un altro conto è la speculazione politica contro la Lombardia, una speculazione indegna davanti a una tragedia di questa portata…

È mancata la medicina territoriale?

È una questione che esamineremo con attenzione e della quale terremo conto per aggiustare il sistema. Ma ripeto, non è questione di errori o di mancata medicina territoriale, è questione di una catastrofe senza precedenti. Ho usato e continuerò a usare la metafora della bomba atomica. Chi come noi l’ha vissuta in prima linea sa di cosa stiamo parlando e non ha certo tempo da perdere nello sport tanto caro a chi evidentemente è fuori dalla realtà. Davanti all’eccezionalità degli eventi che hanno stravolto la vita della gente nella nostra regione e, come si è visto, dopo di noi che siamo arrivati appena dopo Wuhan, hanno stravolto il mondo intero, a cominciare da tutta Europa, solo l’ottusità ideologica può insistere nel verso di ricercare le responsabilità dolose. Piuttosto, è vero che chi ci doveva dare gli strumenti per affrontare in modo adeguato questa guerra, non ce li ha dati. Le mascherine, i camici, i tamponi, insomma i famosi dispositivi anticoronavirus… Protezione civile e governo non ce li hanno dati…

Questo dei dispositivi e, in special modo, delle mascherine è diventato un tormentone nazionale. Il Comune si lamenta e punta l’indice contro la Regione, la Regione il governo, il governo la Protezione civile. Si chiama gioco dello scaricabarile.

È un fatto, che governo e Protezione civile a cui spetta per legge il compito di gestire e di coordinare a livello nazionale la sicurezza sanitaria in condizioni di emergenza, non hanno svolto adeguatamente questo compito. Mascherine, camici, tamponi, reagenti, guanti eccetera… Governo e Protezione civile non li hanno predisposti per tempo e non li hanno distribuiti per tempo alle Regioni. Ancora oggi ci accusano di non fare tanti tamponi quanti sarebbero necessari. In realtà noi facciamo il possibile, ci siamo auto-organizzati, ma purtroppo resta il limite dei reagenti, non ci sono nelle quantità da noi richieste.

Ancora. È un fato che a metà febbraio il primo carico di mascherine è andato in Cina come gesto di solidarietà del nostro ministro degli Esteri. In Lombardia, come ricorderà lei stesso, prima sono arrivati dispostitivi non a norma e le mascherine che parevano straccetti. Poi qualcosa non ha funzionato, come ha ammesso lo stesso commissario Domenico Arcuri, e i carichi destinati alla Lombardia ci hanno messo oltre un mese ad arrivare a destinazione. Infine abbiamo fatto da soli.

Caso delle Rsa e delle centinaia di morti nel Pio Albergo Trivulzio. Autocritiche?

Le Rsa sono enti privati con responsabilità, competenze e gestione autonome. Ma anche qui, come si fa a dimenticare che siamo stati tutti presi alla sprovvista da una bomba atomica? Come si fa a pensare che gli anziani siano rimasti vittime di comportamenti dolosi? Magari ci sarà stato anche qualche caso di irresponsabilità, disattenzione, sciatteria. Però escludo che si possano fare generalizzazioni. Per quanto ci riguarda, cosa dovremmo “autocriticare”? Solo chi ha perduto il senso della realtà può ragionare alla rovescia davanti a una tragedia che ha devastato il mondo intero, e così partire dalla ricerca dei “colpevoli”. In Canada il governo ha inviato l’esercito nelle case di riposo. Qui da noi, come ho detto, anche per gli anziani sono mancati i dispositivi di protezione.

Infine, come Regione, abbiamo nominato una commissione di inchiesta, con esperti di alto di livello, perché ci aiuti a capire cosa è successo. E a individuare, se ce ne sono state, falle e responsabilità di sistema. Però, è successa la stessa strage ovunque nel mondo. E non è colpa di qualcuno se il virus ha colpito e falcidiato la parte di popolazione più fragile. Il dato statistico europeo ci ricorda tragicamente che la metà delle vittime della pandemia erano anziani, ospiti in Rsa. In ogni paese ci sono stati focolai e vittime in quei focolai sono state le persone più deboli. Accade in Francia, Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Spagna. Ovunque e dappertutto la maggioranza delle vittime è costituita da persone anziane.

Un amico primario mi dice che adesso è indispensabile riaprire, uscire dal lockdown, tornare – sia pure con tutte le precauzioni del caso – a una qualche normalità. E mi fa il suo esempio: «Per quanto mi riguarda mi sono saltate ben 1.200 (milleduecento) visite su appuntamento: se non si riaprono gli ambulatori le persone non moriranno di coronavirus ma moriranno di tutte le atre patologie».

Sì certo, per questo come Regione Lombardia la settimana scorsa abbiamo approvato una delibera proprio per riattivare i servizi sanitari ordinari fino a un massimo del 60 per cento delle capacità. È chiaro però che ci saranno una sanità ante Covid e una post Covid. Come c’è una vita, personale e sociale, ad ogni dimensione, dal lavoro al tempo libero, dai trasporti a ogni altro servizio pubblico, che funzionerà in maniera totalmente diversa da come ha funzionato fino all’ultima settimana di febbraio 2020. È chiaro che in ogni presidio sanitario dovremo avere delle misure di protezione e di attenzione altissime. Andranno tamponate le persone che arrivano in pronto soccorso e le persone che hanno interventi chirurgici programmati. Mentre familiari e accompagnatori dovranno munirsi di dispositivi come in ogni ambiente lavorativo. Inoltre, le visite in ambulatoriali dovranno essere ben programmate e svolte nel mantenimento delle distanze tra un paziente e l’altro… Insomma entriamo in un altro mondo. A meno che intervenga un miracolo o un vaccino a fermare un virus che ha nella velocità di contagio l’arma di falcidia e sovvertimento della vita così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Insomma, bisognerà anche spiegare bene che nessuno oggi può mettere in campo misure di sicurezza che azzerino il rischio di infezione. Voglio dire: non si può rinunciare a vivere per non morire di coronavirus. O sbaglio? O hanno ragione quei governatori che annunciano che si potrà recarsi nel loro territorio, in vacanza o per lavoro, solo se muniti di un “passaporto sanitario”, fatti i debiti tamponi o dopo test che abbiano stabilito che un determinato soggetto è “in sicurezza”, come adesso usano dire gli affabulatori?

Non sbaglia. Non esiste ad oggi la possibilità di mettere “in sicurezza” le persone. Come è noto, il tampone ti dà una fotografia istantanea della tua condizione rispetto al Covid. Un’ora dopo, questa condizione può mutare. Poniamo: fai il tampone 24 ore prima di prendere il traghetto, tutto ok, poi incroci a un autogrill un portatore sano e ti imbarchi. Bene che vada devi farti un altro tampone appena sbarchi. E comunque sia, devi metterti in isolamento appena raggiungi il posto delle tue vacanze. Mi pare complicato.

Detto questo, ad oggi, non si può ottenere nessun “passaporto sanitario” perché a nessuno si può dare la “patente di immunità”. Purtroppo anche le persone che hanno gli anticorpi non si può dare certezza che non possano nuovamente ammalarsi. Anche questo delirio sui seriologici, di nuovo per questa ansia di ricerca di una “patente” immunitaria, è qualcosa di completamente irragionevole. I test ci dicono solo se c’è stata una infezione, e nient’altro. È un esame che individua la presenza di anticorpi specifici nel siero di persone affette o che sono state affette dal virus. Qualunque sia l’esito, questo test non ci cautela dalla possibilità del contagio. Al contrario, può dare una falsa sicurezza di immunità ed esporre così cittadini e lavoratori a un maggior rischio.

Sento che ci sono in giro grosse speculazioni intorno a questi test. Oggi non c’è azienda che non abbia ricevuto una mail da una società di consulenza che garantisce una procedura di controllo e di sicurezza da virus. Sbagliato consegnarsi a queste consulenze. Perché si rischia di distogliersi dalle vere procedure di controllo e di sicurezza che ogni azienda può e deve realizzare senza ricorrere a particolari competenze. Anche nelle aziende funzionano le normali misure di contenimento: temperatura, distanziamento, gel, mascherine. Questi sono i pilastri. Questo è il modo con cui si lavorerà. Questa è la nuova organizzazione del lavoro al tempo del Covid.

Dunque, non c’è nessun tampone e nessun altro esame clinico che possa dare certezza a chicchessia di acquisire una “patente di immunità”. Ad oggi la situazione è questa. Capisco il problema, chi è che non vorrebbe avere la certezza di non ammalarsi? Purtroppo questa certezza non c’è. Entriamo in un altro mondo. Bisognerà accettare e abituarsi, finché non si trova un rimedio, a spostarsi, frequentarsi, lavorare, fare vacanza, in compagnia dei dispositivi sanitari. Immaginate cosa vorrà dire tutto ciò per i più piccoli, i più fragili, vecchi, disabili. È un sistema educativo e di welfare tutto da reinventare. Ma temo che le risposte non potranno venire da Roma. Ci saranno modi e condizioni – già lo vediamo nel diverso approccio che hanno Regioni e anche Comuni all’interno di ogni regione – completamente diversi di strutturare la risposta ai bisogni educativi e di welfare.

Ma allora, quando Giuseppe Conte dice che il governo garantirà i movimenti estivi, le vacanze degli italiani, sta ancora una volta dicendo una cosa che, come si dice, non sta né in cielo né in terra?

Mi pare che Conte già a febbraio avesse detto che dovevamo stare tutti tranquilli e che tutto era sotto controllo. Per quello che ne abbiamo capito, ad oggi, valgono soltanto le misure di precauzione e di contenimento dette sopra. Questi sono gli unici metodi che avranno un senso, tanto per andare al lavoro, quanto per andare in vacanza, al ristorante come a scuola.

“Mascherine”. Possiamo scrivere la parola fine alle polemiche?

È successo quello che le ho detto: era tutto sotto controllo del governo già agli inizi di febbraio. Al punto che era l’Italia, attraverso il ministero degli Esteri e la Regione Toscana, ad aiutare la Cina ad uscire dall’emergenza coronavirus con l’invio di qualche container di mascherine. Poi, con lo scoppio della bomba in Lombardia, scopriamo che dobbiamo fare da soli perché la Protezione civile ce ne invia poche. E neanche a norma (anche adesso ce ne arrivano tante da Roma non certificate). Dopo di che, il commissario Arcuri si scusa perché il carico di marzo non si sa quando arriverà a destinazione. Infine siamo noi che abbiamo dovuto provvedere in proprio. Non c’è più nessuna polemica. C’è solo un’unica verità che è un po’ quella del consulente di Zaia. Protezione civile e governo, più che un aiuto, sono stati di ostacolo.

Quindi il bilancio della gestione dell’emergenza in collaborazione col governo è negativa…

Assolutamente negativa. Lei pensi che qualunque dispositivo – mascherine, camici, tamponi, respiratori – arrivasse in Italia dall’estero veniva bloccato in dogana dalla Protezione civile e gestito secondo metodi che a noi sono risultati (e risultano) ad oggi misteriosi. Per non parlare del del tira e molla sui decreti, zone rosse eccetera. Pensi alla storia dei tamponi. Ci hanno accusati di farne pochi. “Averceli”, abbiamo detto noi. Anche perché, se hai i tamponi ma non hai i reagenti, sei sempre punto a capo. Il governo ci ha detto per tramite il commissario Arcuri: tranquilli, ci pensiamo noi. È passato un mese, li ha visti lei? Non hanno ancora trovato né tamponi, né reagenti.

Ma lo stesso vale per i camici e i respiratori. Insomma, questi che oggi ci vengono a parlare di centralizzazione della sanità, di riportare le funzioni a Roma, sono loro i veri buchi neri di tutta quanta la gestione dell’emergenza coronavirus. Ecco, se qualcosa ci insegna questa tragedia è che per servire decentemente i cittadini devi acquisire sempre più responsabilità dirette, decisionali, autonomia, rispetto a Roma. Bisogna rimettere in moto il processo iniziato dalla commissione Antonini e attuare sul serio un serio federalismo.

Lo pensiamo anche noi, assessore, e lo abbiamo scritto: l’Italia si salva, nella presente emergenza e nella ripresa che speriamo venga al più presto, solo se diventa un paese federale, libero dalle pastoie centraliste, al Sud come al Nord, dalle isole a Trieste. Mentre a Roma pare stiano addirittura pensando a come fare per piazzare un rappresentante dello Stato in ogni azienda a cui lo Stato faccia pervenire soldi in questa fase di emergenza. Proposta che ha la stessa logica di chi a Bruxelles, in cambio degli aiuti economici, chiede il commissariamento nei fatti dell’Italia.

Forse è proprio questo che li ha messi in allarme giù a Roma: il fatto che poi noi siamo riusciti a fare da soli, recuperando le mascherine, i camici, i respiratori. Per carità, qualcosa è arrivato anche da Roma. Ma non con la tempestività di cui abbiamo avuto bisogno. Quando dico “buchi neri” non ne faccio una questione di persone. Non me la prendo personalmente con Conte piuttosto che con Arcuri. Constato semplicemente che il sistema centralista non funziona. Tant’è, se invece di centrare tutto su Roma, su Conte uomo solo al comando, sulla protezione civile di Angelo Borrelli e sul commissario per l’emergenza, il governo avesse convocato per tempo le Regioni e a ciascuna avesse detto di agire in base alla valutazione dei propri bisogni e che in caso il governo avrebbe integrato l’azione delle Regioni, sono certo che l’avremmo gestita tutti molto meglio. Perché ci saremmo muniti dei dispositivi per tempo e non saremmo stati qui a dipendere giorno per giorno dalle decisioni, dai sistemi e dai sottosistemi romani.