Fukushima, dieci anni dopo: perché la tragedia nucleare non è ancora finita (e quanto tempo servirà ancora)

Dieci anni, nell’invisibile mondo dell’atomo, equivalgono a un battito di ciglia, la carezza di una brezza leggera. L’11 marzo 2011 è il giorno entrato nella Storia per lo spaventoso terremoto-tsunami che sconvolse il Nordest del Giappone innescando l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, l’esplosione dei reattori, l’emissione di radioattività nell’ambiente, l’evacuazione forzata di 180 mila cittadini, il terrore per le conseguenze dell’inquinamento di terra e mare intorno alla centrale.

Dove siamo, oggi, a dieci anni da quel terribile evento? La centrale è ancora lì e lo sarà per almeno altri quarant’anni: queste le previsioni per lo smantellamento degli impianti ancora incrostati di materiale radioattivo che si è fuso nelle ore e nei giorni dopo l’invasione dell’area da parte dell’onda di tsunami. Ma sono stime ottimistiche che vengono aggiornate, in peggio, troppo di frequente.

Le zone intorno all’impianto di Daiichi, un tempo brulicanti di vita civile, sono un’edizione rinnovata della regione di Chernobyl, in Ucraina, ancora deserta di vita dopo l’esplosione del reattore nel 1986. Ma allora si trattò di un unico nucleo uscito dal controllo dei tecnici per un errore umano, un’esplosione seguita dai drammatici tentativi di ricoprire quel che rimaneva del mostro. A Fukushima i reattori devastati sono quattro, sono ancora lì, e renderli inoffensivi è una scommessa tecnologica prima che di volontà. Quello che le squadre di «ripulitori» stanno facendo nei campi e nelle strade ricoperte di particelle mortali è noto: si tratta di scavare gli strati superficiali di terreno e riporli in un luogo protetto fino alla fine del pericolo (decenni o centinaia di anni a seconda del tempo di decadimento).