FU VISTO UN UOMO COME UN ANGELO ALL’ALTARE

L’imponente, maestosa, marmorea statua di lui collocata in una nicchia nella basilica di San Pietro, dà quasi la cifra della sua statura spirituale e teologica; di lui sacerdote santo, della cui celebrazione eucaristica rimase memoria viva in chiunque vi avesse partecipato, al punto che di lui restò il detto: “fu visto un uomo come un angelo all’altare”.
Stiamo parlando di San Luigi Maria Grignon de Monfort, autore del libro più bello, completo e spiritualmente incisivo sulla Vergine Maria, che ogni Cristiano dovrebbe aver letto e fatto suo; il libro 📖 più bello mai scritto da dita umane, essendo che la Bibbia è stata scritta dal Dito di Dio: “Il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine”.
San Luigi de Monfort ha dato origine a un movimento imponente di santità all’interno della chiesa che ha coinvolto fedeli di ogni stato e condizione, dai semplici battezzati, ai sacerdoti, ai religiosi di ogni ordine e congregazione, agli alti ecclesiastici, ai sommi pontefici.
Così ad esempio il Papa San Pio X non solo raccomandò di leggere il suo “Trattato”, suo capolavoro – come si è detto – ma accordò per iscritto la Benedizione Apostolica “a tutti quelli che lo leggeranno”.

Negli anni Quaranta il giovane Karol Wojtyla, allora operaio nelle cave di pietra della Solvay, portava sempre con sé il libriccino del Montfort, da cui imparò il significato dell’autentica devozione alla Madonna: “Mentre prima mi trattenevo nel timore che la devozione mariana facesse da schermo a Cristo invece di aprirgli la strada – scriverà poi san Giovanni Paolo II – […] compresi che accadeva in realtà ben altrimenti. Il nostro rapporto interiore con la Madre di Dio consegue organicamente dal nostro legame col mistero di Cristo”.
Proprio il Trattato ispirò al papa polacco il motto “Totus Tuus”, le due parole iniziali della consacrazione a Gesù per le mani di Maria.
Secondo di 18 figli, Luigi nacque in Bretagna da una famiglia profondamente cristiana.
Dopo gli studi al collegio dei gesuiti di Rennes, nel 1692 si trasferì al seminario parigino di San Sulpizio: nell’occasione il padre gli offrì il cavallo, ma il giovane preferì percorrere a piedi i circa 350 km tra Rennes e Parigi. Nel tragitto donò tutto quello che aveva ai mendicanti. Divenne sacerdote nel giugno 1700.
L’anno successivo andò a Poitiers, dove iniziò a operare come cappellano dell’ospedale, che fungeva pure da ospizio per anziani e senzatetto. Più volte fu costretto a lasciare il nosocomio e la città a causa dell’ostilità di alcuni dirigenti.
A ciò faceva da contraltare l’affetto dei bisognosi, che arrivarono a scrivere una lettera al superiore del Montfort: “Noi, quattrocento poveri, vi supplichiamo molto umilmente, per il più grande amore e la gloria di Dio, di farci ritornare il nostro venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, il signor Grignion”.
In quella fase conobbe Maria Luisa Trichet, la beata che divenne la prima delle Figlie della Sapienza, il ramo femminile monfortano a cui si affiancò poi quello maschile della “Compagnia di Maria”.
Nel 1703 vide la luce la sua prima opera teologica, L’Amore dell’Eterna Sapienza, dove il Montfort espone la centralità della croce nella vita del cristiano e spiega che Gesù lo si ama poco perché lo si conosce poco:
“Conoscere Gesù Cristo, la Sapienza incarnata, è sapere abbastanza. Sapere tutto e non conoscere Lui, è non saper nulla”.
Lo scritto è un caposaldo della sua dottrina, perché vi indica già la vera devozione a Maria come “il più meraviglioso dei segreti” e come la via più semplice e diretta “per acquistare la Divina Sapienza”.
Questa consiste appunto nell’appartenenza totale a Cristo, approdo necessario per sviluppare tutte le potenze dell’anima.
Andò in pellegrinaggio per consiglio da papa Clemente XI, che lo nominò missionario apostolico e gli disse: “Nelle sue diverse missioni, insegni con forza la dottrina al popolo e ai ragazzi e faccia rinnovare solennemente le promesse battesimali”.
Le sue terre di missione furono soprattutto la natìa Bretagna e la Vandea, dove il santo si profuse nell’insegnamento del Catechismo e in grandi manifestazioni pubbliche di culto, che culminavano spesso nell’innalzamento di una croce.
Promosse anche riproduzioni del Calvario, come quella monumentale di Pontchateau, terminata dopo 15 mesi di lavoro di centinaia di persone provenienti da ogni parte della Francia e dall’estero, prima che i suoi nemici convincessero re Luigi XIV a farla distruggere con il pretesto della sicurezza nazionale.
Verrà per due volte ricostruita, l’ultima dopo la devastazione dei rivoluzionari francesi.
L’apostolato del Montfort si rivelò fondamentale in un’epoca in cui il cattolicesimo si trovava attaccato in Francia da giansenisti e protestanti vari, deisti e razionalisti.
Lui affrontò tutti i nemici della Chiesa con carità e vigore, trasmettendo al popolo le verità di fede, anche attraverso canti popolari da lui composti per accendere ancora di più i cuori dell’amore di Dio.

E in tutto questo la sua mariologia, chiaramente cristocentrica, è stata decisiva:
“È dunque sicuro – scrive nel Trattato – che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda”.