Franco Garelli: «Italiani di poca fede, 40 giovani su 100 senza Dio»

Indagine del sociologo sulla religiosità dai 18 agli 80 anni. «Una Chiesa stanca e invecchiata, appena 22 su 100 alla messa festiva». Nell’ultimo quarto di secolo l’Italia si è allontanata da Dio. Solo 75 cittadini su 100 credono nell’esistenza di un «Essere superiore», prima erano 82; solo 65 pensano che la religione aiuti a trovare il senso profondo della vita, prima erano 80; solo 22 non mancano mai alla messa domenicale, prima erano 30. E poi 38 sono dubbiosi, prima erano 30; 23 ritengono che la fede riguardi le persone più ingenue e sprovvedute, prima erano 5; 76 si dichiarano cattolici, prima erano 88; 30 si ritengono attivi nell’apostolato, prima erano 41.

Franco Garelli

Il sociologo Franco Garelli ha l’hobby della fotografia. Ama immortalare i volti. «Se andassi allo stadio, guarderei più i tifosi che i gol», dice. Il ritratto uscito dalla sua indagine Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) è talmente dettagliato che la Cei ha deciso di contribuirvi con 100.000 euro, un parziale rimborso ai ricercatori coinvolti. Anche se molte immagini restano nel cassetto. Per esempio, durante la messa nella chiesa della Gran Madre di Dio, a Torino, Garelli si è accorto che uno dei presenti registrava l’omelia di don Paolo Fini, parroco di frontiera applaudito anche per gli strali lanciati contro il sindaco Chiara Appendino. «Alla fine una signora s’è avvicinata al fedele e gli ha chiesto: “Scusi, ma perché usa il magnetofono?”. L’altro ha risposto: “Così poi a casa riascolto e medito”. E l’anziana: “Ah, non lo fa per cambiare vita!”».

Una condizione che riguarda il Paese.
«Negli ultimi 25 anni i non credenti sono cresciuti del 30%, mentre le altre fedi sono passate dal 2 all’8%. È un cattolicesimo stanco. Già nel 1998 il cardinale Carlo Maria Martini distingueva i cristiani in quattro gruppi: della linfa, del tronco, della corteccia, del muschio. I primi, convinti e attivi, rappresentano il 22%; i secondi, non sempre attivi, il 30%; i terzi, attaccati all’albero per tradizione e cultura, sono la maggioranza, il 44%. Infine vi è un 4% di critici che si riconoscono soltanto in alcune idee del cattolicesimo».

Comunque c’è l’avanzata degli atei.
«Ma non come in altri Paesi, dove ormai costituiscono la metà della popolazione. Da noi prevale una religiosità fai da te e si ricorre alla Chiesa nei momenti clou dell’esistenza. Fatto curioso, perché non viviamo più in un mondo di destino bensì in un mondo di scelte».

Che cos’è accaduto negli ultimi cinque lustri per giustificare questa situazione?
«È diminuita la pratica religiosa. I riti sono ritenuti facoltativi. La preghiera assidua, che un tempo coinvolgeva il 60% della popolazione, oggi riguarda il 40%».

Lei è cattolico, giusto?
«Da bambino servivo messa. Fui ricevuto in udienza a Castel Gandolfo da Giovanni Paolo II nel 1996. Trascinava i piedi con una tenacia incredibile. E quei due occhi… Folgoranti. Il sacro fragile».

Lo chiedo al cattolico: si può essere credenti senza messa e senza preghiera?
«Come nutri la fede? C’è un cammino di ricerca o non c’è nulla? Oggi il bisogno religioso è più un’intenzione che un’esperienza, questo ci dice l’indagine».

Però non mi ha risposto.
«Un cristiano va a messa e prega, certo. Ma le persone danno molta più rilevanza alla condizione soggettiva».

Per loro la messa è un rito ripetitivo.
«È il limite della religione di maggioranza. Basterebbe cercare la temperatura alta nelle parrocchie di elezione, nei luoghi di riflessione, carità, volontariato».

Avete interpellato più di 3.200 persone tra i 18 e gli 80 anni. Gli italiani in questa fascia di età sono 42 milioni. Un campione dello 0,0076% è rappresentativo?
«Dal punto di vista statistico è un valore elevatissimo. Potevamo sceglierne appena 500, come fanno altri. Con l’Ipsos ho deciso di tenere i numeri molto alti per identificare meglio i sottogruppi».

Tanto poi, come mi raccontò Antonio Golini, docente di demografia, «serve sempre “una manaccia” che combini i dati e dia loro robustezza», così sosteneva il suo maestro, Giuseppe Pompilj, che insegnava calcolo delle probabilità.
«Il compianto cardinale Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino, veniva alle mie conferenze. Ero fortunato a non annoiarlo: altrove a metà relazione si metteva a sfogliare un giornale. Alla fine si complimentava con me: “Bravo! Solo che per voi sociologi è tutto facile. Quando un dato non vi piace, lo correggete”. C’è chi sostiene che la Chiesa non teme le statistiche, ma fa di tutto per cambiarle».

Quanto è durata l’indagine?
«Un anno e mezzo, lavorandoci in tre».

Non desta sospetto che a finanziarla sia stata la Conferenza episcopale?
«Capisco l’obiezione, ma l’aiuto di enti o fondazioni è prassi comune. Il vescovo Nunzio Galantino, all’epoca segretario della Cei, l’ha vista come una sfida. Alla fine non era affatto meravigliato dai dati. I preti stessi mi descrivono una situazione persino peggiore di quella emersa».

Tre quarti degli italiani credono. Allora perché quel titolo, «Gente di poca fede», che riecheggia un’ammonizione di Gesù nel Vangelo di Luca?
«Non è uno stigma. Segnala semplicemente che nelle religioni oggi prevale più un’attenzione culturale che spirituale. C’è un dato significativo: il 69% ritiene che non sia anacronistico credere in Dio. Non esiste un muro a separarci dalla fede. La chiamerei accettazione della biodiversità religiosa. Difficile scorgere in giro non credenti granitici».

È ciò che mi disse 15 anni fa monsignor Gianfranco Ravasi: «Mancano gli atei autentici, per i quali non credere, alla Nietzsche, o anche seguire la via del male, alla Sartre, era pur sempre una scelta lacerante, sofferta».
«Chi crede sa che è faticoso credere. Chi non crede sa che è faticoso non credere. Un riconoscimento reciproco».

Fin dalla seconda riga del suo saggio lei pone l’accento sulla crescita dell’ateismo e dell’agnosticismo tra i giovani.
«Fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».

Non credono in Dio, però fra di loro le bestemmie sono diventate interiezioni.
«Un modo per far colpo, accentuare le differenze, dichiararsi al di sopra delle regole. Sono esasperazioni della generazione “senza”, in larga parte anche senza lavoro e senza prospettive di futuro».

Questo, secondo lei, «getta una luce sinistra sulle sorti del cristianesimo».
«Si guardi attorno: è una Chiesa stanca, composta più da corpi lenti che da corpi freschi e tatuati, più da teste bianche o calve che da teste folte o rasate. Le liturgie del clero anziano sono in sintonia con gli adagi della vita anziché con gli allegri. Ma se i preti inventano proposte vivaci, i giovani impegnati arrivano».

I matrimoni con rito religioso a partire dal 2018 risultano meno di quelli celebrati in Comune. Sono circa il 50%, mentre negli anni Novanta erano l’80%.
«È la crisi del matrimonio tout court, aggravata dal prurito verso qualsivoglia impegno pubblico. Si pensa che sia sufficiente suggellare il vincolo in privato».

Il 46% degli intervistati è contrario all’8 per mille alla Chiesa cattolica.
«Un dato inedito, acuito dalla crisi del welfare. Si accusa la Chiesa di essere ricca e si vorrebbe che lo Stato destinasse questo miliardo di gettito ad altri bisogni. In compenso 50 su 100 sono favorevoli all’ora di religione a scuola e 70 su 100 al crocifisso negli uffici pubblici».

E 40 su 100 sono «cattolici culturali».
«Il gruppo cresciuto di più negli ultimi 20 anni. Anziché tagliare il cordone ombelicale, si mettono in stand by. Ma se individuano una figura significativa, si attivano. Sono stato preside nella facoltà che fu di Norberto Bobbio e fra i doveri di rappresentanza vi erano i funerali, ai quali talvolta arrivavo in ritardo. Finivo così tra il popolo delle colonne, in fondo alla chiesa. E lì trovavo facce non proprio da sacrestia che all’omelia mi stupivano: “Zitto, fammi ascoltare”».

Solo il 20% degli italiani nega la liceità morale dell’aborto in qualsiasi caso.
«L’83% lo accetta se vi sono gravi rischi per la salute della madre, il 78% se sussistono probabilità di malformazioni, il 70% se la gravidanza è conseguenza di uno stupro. Il diritto all’obiezione di coscienza del personale medico, riconosciuto dal 59% dieci anni fa, ora è ammesso solo dal 36%».

Il 63% è favorevole all’eutanasia.
«Una percentuale raddoppiata e assai vistosa, considerato che 76 su 100 si dichiarano cattolici. Un segno dei tempi. Significa che la questione interpella nell’intimo le persone, le famiglie. Prevale invece la cautela su altre frontiere della bioetica, come l’utero in affitto, accettato solo dal 20% del campione».

L’eclissi del sacro non sarà uno dei tanti malesseri provocati dal benessere?
«Senz’altro. Eppure, come 25 anni fa, 60 su 100 sentono che Dio li protegge».

La secolarizzazione deriva da 75 anni di pace? Il vescovo castrense Angelo Bartolomasi pronunciò nel 1915 una frase oggi attribuita per errore a Marcello Marchesi: «In trincea non ci sono atei».
«Siamo in guerra contro la pandemia. Ho svolto un’altra indagine a fine marzo: il 20% ha dichiarato che prega di più».

La sua fede non ha mai vacillato?
«Peter Berger avrebbe detto che è ricca di dubbi. Però mi apre vasti orizzonti».

All’Università di Torino era rispettato?
«Sono allievo di un grande laico, Luciano Gallino, che dopo la tesi di laurea su giovani e religione m’invitò a rimanere al suo fianco. Gli obiettai: ma qui si studia la lotta di classe. E lui mi rispose: “Vedrà che fra qualche anno i suoi temi diventeranno di stretta attualità”».

Dove si sente d’essere più vicino a Dio?
«In montagna, a Mandriou, sopra Champoluc. Lì il tempo è scandito da una meridiana del Settecento che reca questa scritta: “Je decline vers l’éternité”».