Finisce il Conte II, tre ipotesi e il miraggio delle urne

Oggi le consultazioni. Tre scenari: Conte ter appeso al fragile gruppo dei responsabili, governo giallorosso senza "l'avvocato del popolo" o esecutivo delle larghe intese con Forza Italia e Italia Viva. In fondo il miraggio delle urne che nessuno vuole (tranne Meloni), ma potrebbero essere inevitabili. 

La crisi di governo è stata formalizzata ieri mattina, quando il premier Giuseppe Conte, dopo aver riunito il consiglio dei ministri per le comunicazioni di rito, è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Il Presidente Sergio Mattarella inizierà oggi pomeriggio le consultazioni con i partiti per individuare una soluzione.

Confindustria e le parti sociali hanno fatto sentire la loro voce negli ultimi giorni, auspicando un governo forte, e quindi bocciando implicitamente ipotesi di governicchi appesi ai Ciampolillo di turno.

Per tutta la giornata di ieri si sono susseguite indiscrezioni sui possibili sbocchi di una crisi al buio, ma gli scenari possibili al momento sembrano quattro.

Il primo, ritenuto ancora il più probabile e, almeno a parole, sponsorizzato dai vertici del Pd, dei Cinque Stelle e di Leu, è il cosiddetto Conte ter, vale a dire un reincarico al Presidente del Consiglio uscente, chiamato a dar vita a un nuovo esecutivo, con nuovi ministri e diversi equilibri tra le forze di maggioranza. Conte vorrebbe tanto fare a meno di Italia Viva, che però al Senato rimane determinante con i suoi 18 senatori. Ieri si sono costituiti alla Camera e al Senato i gruppi dei cosiddetti responsabili, ma si tratta più che altro di parlamentari provenienti dal gruppo Misto (solo in casi limitatissimi da Forza Italia) che hanno già votato la fiducia al governo la settimana scorsa e che normalmente già sostengono i provvedimenti governativi. Quindi per la stabilità dell’esecutivo si tratta di un passaggio pressochè irrilevante. A Montecitorio al momento Conte potrebbe contare su 324 deputati e a Palazzo Madama su 157 senatori. Sono cifre tutt’altro che rassicuranti, peraltro destinate a scendere in caso di votazioni su temi altamente sensibili come quelli della giustizia, sui quali senatori come Pierferdinando Casini, Riccardo Nencini e Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella) voterebbero certamente in dissenso con la linea del guardasigilli Alfonso Bonafede, rendendo ancora più risicato il margine di vantaggio sulle opposizioni.

Ecco perché non si esclude un secondo scenario, quello di un governo con la stessa maggioranza ma con un Presidente del Consiglio diverso da Conte. Questa è l’ipotesi preferita da Matteo Renzi, che a quel punto potrebbe cantare vittoria per essersi liberato di un rivale nell’area di centro, l’odiato Giuseppi, e potrebbe far pesare i suoi voti al tavolo di trattativa per il nuovo esecutivo chiedendo ministeri di peso. Chi potrebbe presiedere un governo del genere? Se fosse un pentastellato il predestinato sarebbe Luigi Di Maio, anche se non si esclude una soluzione più istituzionale con il Presidente della Camera, Roberto Fico. Se fosse un esponente dem, il più accreditato rimane Dario Franceschini, ma avanza anche la candidatura di Lorenzo Guerini, molto apprezzato dagli americani. Qualora i due partiti principali della coalizione di maggioranza decidessero salomonicamente di optare per un profilo esterno, quello di Marta Cartabia, Presidente emerito della Corte Costituzionale, sarebbe il più gradito, anche da Mattarella.

Terza ipotesi sul tappeto è quella caldeggiata da Forza Italia: un governo istituzionale o di larghe intese, guidato da un esponente del Pd (il segretario Nicola Zingaretti, Enrico Letta o Dario Franceschini), da un esterno (anche in questo caso la Cartabia avrebbe chance) oppure da un soggetto più istituzionale come uno dei presidenti delle due Camere (Roberto Fico o Elisabetta Casellati).

Quarta e ultima ipotesi quella dello scioglimento anticipato delle Camere, con elezioni in primavera. Tutti le escludono, nessuno le vuole (tranne Giorgia Meloni), ma in caso di persistenza di veti incrociati diventerebbero inevitabili perché Mattarella non potrebbe che prendere atto della situazione e porre fine all’agonia attuale.

Al momento i partiti di maggioranza fanno squadra attorno a Conte e dicono che non ci sono altri candidati premier. Ma se l’avvocato del popolo non avesse i numeri e se Matteo Renzi, come è probabile, ponesse tutta una serie di ostacoli per impedire la sua terza investitura come premier, che cosa farebbero i partiti che attualmente fanno quadrato attorno al suo nome? Accetterebbero di andare a elezioni pur di non dare vita ad altri esecutivi, col rischio di un Vietnam nelle urne?

Il Pd e i 5Stelle uscirebbero con le ossa rotte da una prova elettorale, visto che Conte certamente farebbe un suo partito che toglierebbe voti ai suoi attuali azionisti di maggioranza. Ecco perché il sostegno, anche un po’ di facciata, che dem e pentastellati si ostinano a dichiarare a Conte somiglia un po’ a un atto dovuto, prima della presa d’atto che forse con un altro Presidente del Consiglio i voti di Matteo Renzi sarebbero più sicuri e anche i responsabili vicini al centrodestra potrebbero dare una mano. Con la benedizione del Quirinale.