Fine vita (cioè fine della carità)

Lo scontro non è fra i buoni dell’autodeterminazione e i sadici dell’obbedienza, ma fra legge e carità. Sarà la fine della professione medica e di quella vocazione che ha spinto tanti operatori sanitari a intraprendere questo nobile mestiere. Non serve leggere il catechismo o il vangelo per capirlo, basta ascoltare un medico laico come Alberto Zangrillo, uno che non ha paura di dire che «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale».

In cosa consiste lo scontro

E la questione non è, come cercano di farci credere, che è in atto la contrapposizione tra due schieramenti: di qui i buoni per la libertà e l’autodeterminazione, per la “fine degna”, per le storie coraggiose alla Mare dentro e Invasioni barbariche, e di là i sadici che vogliono far vivere a tutti i costi i malati, i sofferenti e i “vegetali” perché hanno la testa piena di dogmi e precetti. Lo scontro non è fra libertà (intesa come autodeterminazione) e obbedienza scema, ma fra legge e carità. La prima limita la libertà, la seconda la fa esprimere nella sua suprema potenza. Qui, per come la vediamo noi, è il nocciolo della questione.

 

Non più libertà, ma meno

Questo giornale ha sempre sostenuto che sul fine vita nessuna legge è meglio di qualsiasi legge. Lo ha fatto perché pensa che solo nell’ambito di un rapporto (quello fra medico e paziente, quello fra medico e familiari del malato) sia possibile prendere una decisione rispetto a certe situazioni che, anche grazie ai progressi della medicina, si vengono a creare in determinate circostanze. Ogni legge è, per se stessa, un vincolo alla libertà. Segna il perimetro tra il lecito e l’illecito. Al punto in cui siamo, senza alcun intervento della politica, farà fede quanto stabilito dalla Consulta e il suicidio assistito sarà introdotto in Italia. Questo porterà non “più libertà”, ma meno. Ridurrà i medici a beccamorti, a esecutori testamentari e la morte a un affare burocratico, di scartoffie, cavilli, testamenti. Sarà la fine prima di sofferenti e malati, poi di depressi e “inutili”; prima col consenso, poi anche senza (come l’Olanda insegna).

Sarà la fine della professione medica e di quella vocazione che ha spinto tanti operatori sanitari a intraprendere questo nobile mestiere. Non serve leggere il catechismo o il vangelo per capirlo, basta ascoltare un medico laico come Alberto Zangrillo, uno che non ha paura di dire che «tra l’esecuzione capitale stile prigione dell’Arkansas e suicidio assistito nella clinica svizzera non c’è una differenza sostanziale».

 

Non innamoratevi troppo

La fine consapevole, la “dolce morte”, come la chiamano, è la negazione della libertà perché riduce tutti a monadi, a esseri slegati dagli altri, autoderminati appunto, quindi soli, preoccupati di “non innamorarsi troppo” come diceva Enzo Jannacci (che, infatti, oltre a essere un cantautore, era anche medico).

Nella famosa intervista sulle sberle e le carezze del Nazareno, Jannacci illustrava così la sua reazione alla domanda di un paziente di farla finita:

«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decine di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

 

Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo?

«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti” (oggi potremmo dire i giudici, ndr). Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore».

 

La scappatoia dell’autodeterminazione

L’autodeterminazione è più semplice della libertà, ne è un surrogato e una scappatoia: il paziente stabilisce i termini della vita e abolisce il dovere della cura; la libertà è più complessa perché significa che non posso fare tutto ciò che voglio di me stesso, ma mi concepisco in relazione con gli altri e riconosco di non essere padrone della vita e della morte.

Soprattutto, il supremo errore che l’introduzione del suicidio assistito porterebbe in Italia è l’assassinio della carità, cioè della libertà di accudire, stare vicino, curare i nostri fratelli uomini. E questo non è uno slogan, ma una vita come testimoniano migliaia di casi e di persone tutti i giorni: nel nascondimento di un’esistenza dedicata fra le mura di casa o nei reparti di ospedali, o con esempi pubblici come i casi di Romano e Cristina Magrini, le suore Misericordine di Eluana Englaro, Anna Micheli, Carlo Marongiu, Susanna Campus per citare solo casi noti ai lettori di Tempi.

 

Curare gli inguaribili

“Dare la morte” è il tradimento stesso della medicina. È stata, infatti, l’adozione del messaggio ippocratico in ambiente cristiano durante il Medioevo a far nascere la medicina occidentale: si è cominciato ad assistere i malati infettivi mettendo a rischio la propria vita per la speranza cristiana nella resurrezione di Cristo e per la carità cristiana che portava ad amare la vita in qualunque condizione fosse.

La “buona morte” non è una conquista moderna, è un ritorno al passato: si uccide la pietà, la carità, la possibilità di curare anche se non si può guarire. Lo si fa con la giustificazione della legge, della norma asettica e dettagliata in articoli e commi ammantata di belle parole e partecipazione. Lo si fa “per amore”, ma così si uccide l’amore.