Fake news cinesi e spioni a Bruxelles. L’Europa si sveglia

Per la prima volta l’Eu denuncia ufficialmente l’opera di disinformazione attuata dalla Cina

Recita un detto un po’ stucchevole che “c’è sempre una prima volta”, e la prima volta per l’Unione Europea di dichiarare ufficialmente che la Cina conduce politiche di disinformazione nei paesi dell’Unione Europea è arrivata il 10 giugno 2020, quando la Commissione Europea e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza hanno reso pubblico un comunicato congiunto indirizzato al Parlamento Europeo, al Consiglio Europeo e ad altre entità comunitarie dal titolo “Affrontare la disinformazione sul Covid-19 – Dire le cose come stanno”. E dire le cose come stanno implica fare i nomi dei disinformatori, citati a pagina 3 del testo:

«Attori stranieri e alcuni paesi terzi, in particolare Russia e Cina, si sono impegnati in operazioni di influenza mirate e in campagne di disinformazione riguardo al Covid-19 nell’Unione Europea, nei paesi suoi vicini e globalmente, cercando di pregiudicare il dibattito democratico e di esacerbare la polarizzazione sociale, e di migliorare la propria immagine nel contesto creato dal Covid-19».

La Ue da anni denuncia operazioni di disinformazione di origine russa, al punto di aver creato già nel 2015 una speciale task force all’interno del suo Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas nell’acronimo inglese, che supporta l’azione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri) per controbattere quelle che la Ue considera operazioni di disinformazione da parte della Russia indirizzate sia ai paesi della Ue che a quelli del partenariato orientale (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina). La task force si chiama East Stratcom, e il comunicato congiunto “Affrontare la disinformazione sul Covid-19 – Dire le cose come stanno” non fornisce alcun dettaglio sulle presunte interferenze cinesi, ma rimanda in nota a un rapporto della task force che viene periodicamente aggiornato e che si intitola “Short Assessment of Narratives and Disinformation around the Covid-19 Pandemic”.

L’ultima edizione del rapporto copre il periodo 23 aprile – 18 maggio e in esso la parola “Cina” è citata 61 volte e la parola “cinese” 36 volte, mentre la parola “Russia” è citata 37 volte e la parola “russo” 17 volte. Nel paragrafo che introduce la maggior parte delle citazioni sulla Cina si legge:

«In linea con le nostre precedenti analisi, il generale scopo della Cina di controllare la narrativa sul Covid-19 e di respingere ogni critica al paese è ancora presente. La Cina “che ha fatto sacrifici per far guadagnare tempo al resto del mondo” è ritratta come un attore responsabile e trasparente nella pandemia e un modello che gli altri paesi dovrebbero seguire. In parallelo, quando fatti conclamati o le narrative prevalenti potrebbero essere viste come sfavorevoli alla Cina, o potrebbero offrire sostegno a critiche verso le autorità cinesi, sembra esserci uno sforzo per creare dubbi al loro riguardo. Per esempio si creano dubbi circa il ruolo della Cina nell’epidemia di Covid-19 e si controbattono la richieste internazionali per un’indagine indipendente sulle origini dell’epidemia del virus in Cina. Allo stesso tempo, si è notato un cambiamento di linea nel senso di sfidare e irridere più direttamente l’amministrazione degli Stati Uniti e la sua risposta alla pandemia. I media cinesi sotto controllo dello Stato indicano insabbiamenti da parte americana ed esigono spiegazioni da quel paese».

Il giorno primo della comunicazione congiunta Commissione Europea – Alto rappresentante per gli esteri la vice presidente della Commissione Vera Jourova in una conferenza stampa organizzata per preannunciare il documento che sarebbe stato reso pubblico il giorno dopo aveva detto ai giornalisti: «Abbiamo per la prima volta deciso di nominare la Cina nel nostro rapporto. Sono contenta che l’abbiamo fatto perché se abbiamo le prove dobbiamo dire ciò. È tempo di dire la verità». Le parole della Jourova, che proviene dal paese della Ue col più alto tasso di opinioni negative nei confronti della Cina, e cioè la Repubblica Ceca, sembrano alludere allo scandalo che aveva investito l’Eeas nel mese di aprile, quando la Reuters, sulla base delle dichiarazioni di quattro diplomatici di cui non faceva i nomi, aveva scritto che l’Eeas aveva fermato la pubblicazione di un rapporto sulla disinformazione nella Ue che denunciava il ruolo della Cina e aveva attenuato il linguaggio dello stesso su pressione delle autorità cinesi. L’Eeas aveva smentito di aver attenuato le accuse alla Cina dopo l’intervento dei suoi diplomatici che avevano letto una versione fatta trapelare sul periodico online Politico che li aveva mandati su tutte le furie. Fatto sta che la versione ufficiale del documento pubblicata il 24 aprile conteneva ancora accuse alla Cina, ma di tono più moderato di quelle contenute nel testo diffuso da Politico pochi giorni prima, e che pochi giorni dopo, il 30 aprile, Josep Borrell, cioè l’Alto rappresentante per gli affari esteri, ammetteva in conferenza stampa che diplomatici cinesi gli avevano «espresso la loro preoccupazione» nei riguardi della bozza di testo pubblicata da Politico.

L’atmosfera si è fatta tesa per i rappresentanti della Cina a Bruxelles nel primo semestre di quest’anno, man mano che emergevano notizie relative a casi di spionaggio accertato o presunto. A metà del mese di maggio il quotidiano francese Le Monde per primo dava notizia dell’espulsione su richiesta dei servizi di controspionaggio belgi di un dirigente dell’Istituto Confucius a Bruxelles, il secondo nel giro di un anno dopo che nel 2019 il Belgio aveva espulso il direttore del Confucius Song Xinning con accuse di spionaggio e di reclutare una rete di agenti sul posto formata da cinesi residenti da lungo tempo in Belgio e da studenti universitari che venivano invitati in Cina con borse di studio e poi diventavano destinatari di doni, lauti rimborsi spese e contratti di consulenza una volta tornati in patria. Il Comitato di controllo dei servizi segreti belgi ha addirittura aperto un’inchiesta per sospetti che gli stessi servizi del Belgio siano stati infiltrati dalla Cina. Le Monde racconta pure che sin dal 2010 i servizi belgi sospettano che la Cina usi l’ambasciata di Malta per spiare le attività della Commissione Europea e del Consiglio Europeo, entrambi poco distanti dall’edificio al numero 25 di rue Archimede che ospita l’ambasciata di Malta in Belgio, la sua rappresentanza presso la Ue e un consolato. Malta smentisce le accuse e afferma che l’intervento cinese nella ristrutturazione della sede nel 2007 si è limitato alla fornitura degli arredi e altro materiale di lavoro e non ci sono apparecchiature per intercettazioni o altro. Qualcuno ricorda che nel 2014 i governi cinese e maltese hanno firmato un memorandum d’intesa per una cooperazione a medio termine che qualcuno assimila a un’adesione maltese all’iniziativa della Nuova Via della Seta, e che negli ultimi anni la Cina ha fatto importanti investimenti a Malta attraverso aziende come la Shanghai Electric Power, Huawei, RHZL e AbaChem. In particolare nel 2014 Shanghai Electric Power, azienda di Stato, ha investito 320 milioni di euro e acquistato il 33 per cento di Enemalta, la compagnia maltese dell’energia.

Altra vicenda che ha scosso gli ambienti della Ue a Bruxelles è stata l’inchiesta aperta dalla giustizia tedesca in gennaio contro Gerhard Sabathil, alto funzionario tedesco della Ue ora accusato di spionaggio per conto di Pechino. Nel 2016, mentre copriva il posto di ambasciatore della Ue in Corea del Sud, Sabathil avrebbe consegnato o fatto consegnare documenti confidenziali al ministero cinese della Sicurezza dello Stato. Il funzionario ha lavorato fra le altre cose alla Direzione generale per la concorrenza, è stato direttore per l’Asia nord-orientale e il Pacifico dell’Eeas e ha diretto gli uffici Ue in Norvegia, Islanda e Germania. Quella stessa Eeas che nel febbraio dell’anno scorso informava che secondo le sue stime a Bruxelles operavano 250 spie cinesi e 200 spie russe.