Eutanasia, i paletti della Consulta

Per i medici nessun dovere, per i malati sarà necessario stabilire sempre un percorso di cure palliative La sentenza della Corte Costituzionale sull’aiuto al suicidio ridimensiona il presunto “diritto” a morire.

Il medico non è obbligato ad aiutare un paziente a togliersi la vita: solo non è punibile per il reato di aiuto nel suicidio, previsto dall’articolo 580 del Codice penale, se il malato versa in alcune specifiche condizioni. E attenzione: tra queste, vi è l’effettivo (previo) coinvolgimento del malato in un percorso di cure palliative.

Piantando nella sentenza depositata ieri questi precisi pa- letti, la Corte costituzionale ha innalzato gli argini entro i quali dovrà muoversi la nuova legge sul fine vita. D’ora innanzi, dunque, sarà penalmente tollerato l’aiuto al suicidio, ma solo quando presto prestato a una persona sottoposta a trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, che resti tuttavia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Precisa però la Consulta che «in accordo con l’impegno assunto dallo Stato con la citata legge […] il coinvolgimento in un percorso di cure palliative deve costituire […] un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente».

 

Non sfugga un particolare: l’anno scorso, nell’ordinanza 207 che ha posto le basi della sentenza depositata ieri, si diceva che l’inserimento in un percorso di cure palliative «dovrebbe costituire » un pre-requisito dell’accesso al suicidio. Oggi, invece, questa previsione assume carattere vincolante: è infatti scritto «deve costituire». Il motivo di ciò è la Corte stessa

a spiegarlo:

 

«Si cadrebbe, altrimenti, nel paradosso di non punire l’aiuto al suicidio senza avere prima assicurato l’effettività del diritto alle cure palliative », che con la legge 38 del 2010, afferma la Consulta, sono divenute un «impegno assunto dallo Stato». I giudici fissano poi altri due vincoli, anticipati in precedenza dalla Corte. Il primo, contenuto nell’ordinanza 207, prevede che la verifica delle condizioni richieste e la materiale esecuzione del suicidio assistito avvengano in una struttura sanitaria pubblica. Il secondo, invece, indicato per la prima volta nel comunicato stampa successivo all’udienza del 24 settembre, prevede che in ogni caso debba essere assunto il parere del Comitato etico territorialmente competente. La Consulta fonda questa parziale illegittimità costituzionale dell’articolo 580 codice penale – quello che puniva sempre e comunque l’aiuto al suicidio – sulla legge 219/2017, con la quale il diritto costituzionale (sempre sancito) a rifiutare le cure è stato esteso anche ai trattamenti salva vita (come per esempio idratazione e nutrizione). Da qui, in parole povere, così ha ragionato la Consulta: “staccando la spina”, alcune persone muoiono in modo dignitoso, altre meno. È dunque discriminatorio per il malato – in alcune limitate e drammatiche circostanze – punire chi dietro sua richiesta ne provoca una morte immediata e senza dolore. Ma ecco un altro importante chiarimento: «La presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici». Il suicidio non sembra dunque diventare un “nuovo diritto”, bensì più semplicemente una facoltà del singolo, esercitabile in un limitato (e oggettivamente raro) concorso simultaneo di circostanze.

 

Stando alla lettera della sentenza, infatti, non vi è alcun obbligo delle strutture sanitarie di garantire

questo “servizio”. Fattispecie prevista invece – per esempio – dalla legge 194 sull’aborto.

È dunque questo il recinto entro il quale dovrà muoversi il Parlamento: un’area ben delimitata, che non potrà lasciarsi abbattere dalle forti istanze eutanasiche alla base della vicenda giudiziaria iniziata nel 2017 presso la Corte d’assise di Milano e poi approdata in Consulta. Giustappunto: cosa accade ora al processo contro Marco Cappato, il tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni provocatoriamente autodenunciatosi dopo aver accompagnato dj Fabo a morire in una clinica suicidiaria Svizzera? L’assoluzione dell’imputato appare quasi scontata. Pur infatti precisando che le condizioni fissate nella sentenza «valgono esclusivamente per i fatti a essa successivi», e che «quindi non possono essere richieste per i fatti anteriori, come quello di dj Fabo-Cappato», la Consulta dispone l’assoluzione anche nei processi in corso qualora «l’aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche diverse da quelle indicate», purché in presenza di «garanzie sostanzialmente ad esse equivalenti ». E Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale, parzialmente dipendente da un respiratore, il suo desiderio di morire l’aveva rappresentato a tutti. Capo dello Stato compreso.

 

Escluse le strutture private e qualsiasi obbligo per i camici bianchi: per i giudici la richiesta si limiterà a una “facoltà del singolo”. E in ogni caso dovrà essere assunto il parere del Comitato etico territorialmente competente