Europa e pandemia, l’illusione della solidarietà

Idealmente le crisi sono opportunità d’integrazione ma in realtà le comunità si chiudono e sfruttano le necessità altrui. "Pandemia significa cose diverse per persone diverse". Il morbo non aggredisce "tutto il popolo" allo stesso tempo e nello stesso modo. L'epidemia da Covid 19 che oggi impazza in Francia, Spagna o Inghilterra, ancor più in America, appare sotto controllo in Cina, paese di origine. È morbo selettivo, dentro le società e fra le nazioni.

La seconda ondata dell’attacco del Covid 19 all’Europa è in formazione. In alcuni Paesi già infuria, in Italia non ancora, ma l’orizzonte sembra scurirsi. Alla prima offensiva noi europei abbiamo reagito con ritardo, in ordine rigorosamente sparso. In funzione delle rispettive culture, dei diversi sistemi istituzionali e sanitari, del rapporto fra centro e periferie. Poi è arrivato il faticoso accordo sul Recovery Fund, cui noi (non altri) abbiamo attribuito proprietà taumaturgiche. Queste saranno deluse se l’interpreteremo come una legge finanziaria all’italiana su cui si avventeranno micro-interessi e lobby locali o corporative. E se i “frugali” del Nord e i nazionalisti dell’Est proveranno a sabotarlo. In entrambi i casi il se è retorico.

Gli ideologi europeisti amano salutare le crisi come opportunità per accelerare l’integrazione. Nella storia, le crisi vanno diversamente. Di questi tempi non sono di moda i classici del liberalismo o del socialismo umanitario. Furoreggiano le teorie del complotto, con l’inevitabile, velenosa coda antisemita. Basterebbe leggere i saggi di Jean Delumeau sui “treni di paura” nell’Europa medievale e moderna per rendersi conto di che cosa accade durante le fobie collettive. Quando le persone si sentono minacciate, di norma non diventano più solidali. Specie se il nemico è invisibile. Le comunità tendono a chiudersi, a sfruttare le debolezze e le necessità altrui. Ci sono nobili eccezioni, come no? Ma appunto: non sono la regola.

Ora più che mai servirebbe coordinare gli sforzi in ambito europeo e non solo. Distribuire compiti e risorse. Ma coordinare vuol dire ordinare dopo essersi consultati. Per noi italiani invece questo verbo è sinonimo di assemblea permanente, in cui nessuno può o vuole ordinare, mentre tutti si sentono abilitati a vetare o “interpretare” eventuali direttive del centro. Vale ancor più per l’Unione europea, dove da tempo l’illusione di un “governo” centrato sulla Commissione (per fare un po’ di confusione ci piace chiamarla “governance”) è tramontata di fronte alla reazione dei singoli Stati membri. Sono loro che hanno fatto l’Ue, non viceversa. Ciascuno l’interpreta dunque secondo i propri interessi (noi un po’ meno, e ce ne vantiamo pure).
Stiamo forse per chiuderci di nuovo le frontiere in faccia. L’operazione sembra avviata. È il caso, per noi molto doloroso, del confine fra Italia e Francia. Nell’Esagono i contagi galoppano, da noi meno, dunque pensiamo a chiudere Ventimiglia. Caso da manuale che ci ricorda l’equivoco generato dal termine “pandemia”. Anthony S. Fauci, il vivace decano della virologia americana che si diverte a irritare Trump, ha bollato quella parola “borderline semantics”: “Pandemia significa cose diverse per persone diverse”. Per Stati o regioni diverse, ci consentiamo di aggiungere. Il morbo non aggredisce “tutto il popolo” allo stesso tempo e nello stesso modo. L’epidemia da Covid 19 che oggi impazza in Francia, Spagna o Inghilterra, ancor più in America, appare sotto controllo in Cina, paese di origine. È morbo selettivo, dentro le società e fra le nazioni.

Se la questione fosse puramente medica, e i medici fossero uguali dappertutto, il problema non sarebbe tanto acuto. Siamo invece in una partita strategica dalle profonde implicazioni geopolitiche ed economiche. Le principali potenze, a cominciare da Stati Uniti e Cina, trattano ciascuna a suo modo la battaglia del Covid 19 quale conflitto geopolitico a somma zero. La fibra delle rispettive società e i rapporti con gli altri Stati ne sono alterati. Da come e quando l’emergenza finirà, perderanno o guadagneranno punti nella competizione internazionale.

Noi italiani e altri europei scopriamo con ritardo – quando lo scopriamo – il sottotesto strategico dell’epidemia. La tentazione dell’autarchia serpeggia in chi pensa di potersela permettere. Per i Paesi più intelligenti e meno solipsisti, tra cui vogliamo includere il nostro, è l’ora di definire insieme un protocollo minimo di approccio alla seconda ondata. Per limitarne i danni. Economici e geopolitici, ma soprattutto culturali. Tenendo insieme libertà e serietà, per parafrasare la replica insolitamente puntuta di Sergio Mattarella a Boris Johnson. Mitigando la retorica allarmistica, forse necessaria nella prima fase. Se ci convincessimo che questa è la peste nera e che a diffonderla e dirigerla c’è chissà quale cabala, saremmo perduti.

Il governo europeo non esiste. Ma i governi europei disponibili a ragionare non devono farne un alibi per scansare l’urgenza di gestire la crisi, anziché acuirla con l’inazione o l’eccesso di reazione. Insieme, per quanto possibile. Senza perdere tempo con chi fissa il proprio ombelico.