Eugenetica, le radici profonde della cultura dello scarto

Il direttore de La Croce Mario Adinolfi ha avviato da qualche giorno una nuova rubrica su Instagram. Nella puntata di lunedì un interessante incontro con il professore di storia economica all’Università di Palermo ma originario di Firenze, Luca Fiorito, con il quale ha parlato di Eugenetica.

L’Eugenetica è il capitolo più buio della nostra storia recente e per molti, erroneamente, l’eugenetica fa correre i nostri pensieri al periodo del nazismo mentre altra è la realtà dei fatti.

Strettamente connessa al razzismo corre la riedizione dell’antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che non necessiti di un Dio Salvatore e di una Redenzione

In realtà il sogno di poter manipolare l’evoluzione biologica dell’uomo a fini qualitativi è un’idea molto antica che ritroviamo nel pensiero greco ed a seguire nel ’700 e fortissimamente nell’800 europeo e statunitense. L’eugenetica moderna è un prodotto dell’Inghilterra vittoriana: e nasce a sinistra, all’interno del mondo progressista.

L’eugenetica è presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di Platone; nella “Città del sole” di Tommaso Campanella, anch’essa organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per i cavalli, anche all’uomo. Soprattutto, l’eugenetica moderna, riporta, come si è accennato, al nome di Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che nel 1883 coniò la parola “eugenics”.

Le dottrine di Galton vennero attuate per la prima volta, con sistematicità e scientificità, negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, prima di essere riprese da Hitler che col suo programma eutanasico, volto a eliminare malati, anziani, mutilati e deformi, avrebbe definitivamente screditato una “scienza” accreditata fino ad allora di grandi entusiasmi, non solo presso molti scienziati, ma anche presso diversi governi nel mondo.

Nel “Mein Kampf”, dopo aver spiegato che lo Stato, la nazione, «dovrà impedire ai malati o ai difettosi» di procreare, Hitler aggiungeva: «Basterebbe per seicento anni non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l’umanità da una immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi pressoché incredibile». Del resto Rudolf Hess era solito definire il nazismo una “biologia applicata”, mentre lo studioso Lifton definì il nazismo come una “biocrazia”, perché fondato su una visione di controllo assoluto dei processi biologici: utilizzando il termine darwiniano “selezione”, i nazisti cercarono di sostituirsi alla natura (selezione naturale) e a Dio, per essere loro a dirigere e controllare l’evoluzione umana. Tale biocrazia si esplicò con le leggi razziali sul matrimonio, con la creazione di luoghi appositi dove ariani e ariane di particolare bellezza e forza venivano spinti ad unirsi all’unico fine di procreare una discendenza “superiore”, con la sterilizzazione forzata, l’eutanasia di determinate categorie di inadatti e improduttivi, e l’utilizzo dell’aborto per le donne tedesche gravide di bambini non “puri”, o per le donne dell’est, dopo le conquiste seguite allo scoppio della guerra.

L’eugenetica ha inoltre un successo spaventoso all’interno del dibattito economico del tempo. Nasce da un cugino alla lontana di Darwin, sir Francis Galton, il quale legge Darwin in modo sbagliato e ritiene importante un controllo ottimale sulla popolazione. Esiste un problema quantitativo e qualitativo: i poveri sono un’eredità scadente che non puoi aiutare. La povertà era un calcolo aritmetico non causa di errori politici. Un dato drammaticamente sociale viene trasformato in un messaggio di natura biologica inesorabile.

Ma queste idee, come si diceva, dovevano la loro fortuna, prima che ad Hitler, al pensiero e all’opera dello scienziato Francis Galton, il primo a proporre con una certa sistematicità e con un notevole seguito, l’idea di matrimoni selettivi, di segregazione dei disgenici, di sterilizzazione di barboni, poveri, malati, idioti, persone assai genericamente “inferiori”, allo scopo di impedirne la procreazione, per migliorare la razza, convinto che le caratteristiche “sia fisiche, sia mentali, sia morali” delle persone “fossero ereditarie”.

Con Galton tutto divenne spiegabile in base all’ereditarietà, mettendo assolutamente tra parentesi i fattori ambientali e il mistero della libertà individuale, con la conseguenza di «convertire problemi come la criminalità, la prostituzione, la disoccupazione, l’improduttività» in fenomeni patologici, determinati esclusivamente dalla natura biologica. Il criterio di discriminazione proposto da Galton per identificare “adatti” e “inadatti” fu l’integrazione sociale, o più in breve, il successo, con la conseguenza inevitabile di una visione “classista” per cui poveri, emarginati, alcolizzati, spesso immigrati italiani o irlandesi o neri, vennero catalogati tra gli “inadatti”, tra le persone da isolare, da controllare, da sterilizzare, affinché il loro patrimonio genetico non si diffondesse. Il fine di Galton era quello di «guidare attraverso l’eugenetica il corso dell’evoluzione al fine di raggiungere nessun altro scopo se non il bene dell’umanità intera», sacrificando se necessario i singoli individui, e affiancando alla selezione naturale, incompleta, una selezione artificiale, guidata dagli uomini superiori. Galton arrivò a negare il peccato originale come categoria teologica, e a riproporlo in chiave determinista, come una problematicità biologica, da eliminare in vista di una meritocrazia biologica. Keyles, insistendo sull’accento messianico dell’opera galtoniana, osserva che «Galton trovò nell’eugenetica un sostituto scientifico dell’ortodossia clericale, una sorta di fede secolarizzata, capace di avverare concretamente il sogno di un miglioramento del genere umano», sino a prospettare, nella sua novella “Kantsaywhere” l’idea di un “paradiso eugenetico”, «dove vigono tre classi divise su base biopsichica, e dove l’ordine e la felicità sono garantiti dalla segregazione dei malati (disgenici) e dall’accoppiamento dei migliori (eugenici)» .

Si capisce molto bene che l’idea di fondo di Galton era assolutamente atea, materialista, determinista, e perché nello stesso tempo egli vedesse nella Chiesa il grande nemico, e nell’eugenetica una sorta di religione atea, civile, di salvezza, che avrebbe realizzato, come si diceva, la razza pura, la razza felice, intelligente, bella, giusta e persino ricca. Si discute molto se Galton abbia o meno preso spunto da Charles Darwin, ma sembra che sia piuttosto difficile negarlo, nonostante poi Galton sia andato ben al di là delle più estreme ipotesi del cugino. Certo è che alcune sue idee erano già in nuce nello stesso Darwin, il quale citava spesso e volentieri, e non per contraddirlo, ma per elogiarlo, il suo bizzarro parente.

Il professor Fiorito è chiaro: «L’eugenetica si divide dunque in positiva e negativa. Quella positiva va ad ereditare il gene, quella negativa è individuare gli scarti da segregare o sterilizzare perché minacciano la bellezza della razza. L’idea di “purificazione” dalle imperfezioni dava una società etica ed efficiente e l’evoluzione è anche la legge di Dio per le menti di quel periodo. Allora era proposta un eugenetica di Stato che ha avuto un successo straordinario negli USA ed era molto forte nell’ala della narrativa americana».

«Negli USA l’eugenetica arriva in due modi: il mito della razza nordica ma anche un avversione verso gli italiani e le persone dell’est Europa e vi era un dibattito grottesco perché gli stessi americani nascono da inglesi fuggiaschi. Soprattutto c’era un’idea rimasta radicata ad oggi che se sei povero è colpa tua e se non sei ricco sei poco intelligente».

Uno tra i fondatori dell’American Eugenics Society, Madison Grant, sosteneva l’esistenza di tre razze europee: i Nordici, dominatori, avventurieri, aristocratici, fiduciosi in se stessi, protestanti; gli Alpini, sottomessi all’autorità politica o religiosa; ed infine i Mediterranei, cattolici, schiavizzati totalmente. Alcuni dati presenti in testi di psicologia dell’epoca riportavano che l’83% degli ebrei, l’80% di ungheresi, il 79% di italiani e l’87% di russi andava giudicato ‘debole di mente’, candidato quindi alla sterilizzazione…

«La retorica che i ricchi sono i migliori è un tipo di pensiero che arriva sino agli anni 30 e che dopo l’olocausto svanisce ma non sparisce, evapora soltanto apparentemente. In Scandinavia si continua la sterilizzazione di alcuni “soggetti” sino agli anni 50/60» continua il professor Fiorito.

«Dobbiamo essere attenti, responsabili e non ipocriti le parole pesano, le parole sono il calice prezioso del significato. Chi parla male pensa male», aggiunge Fiorito.

«Se vado ad includere il test per l’albinismo nelle diagnosi pre-impianti che messaggio sto dando? Il messaggio è siccome paghi il prodotto che devo darti è perfetto e quindi siamo fuori dallo strumento labile diagnostico. Devi anche darmi la possibilità di fare scelte responsabili e non terrorizzarmi psicologicamente e quindi convincermi ad abortire. Siamo oltre l’amniocentesi».

«È importante parlare di come è posta la legge sui diversamente abili. Si hanno tutele per fare il concorso da telefonista ma non darmi fastidio se vuoi fare il concorso da professore universitario. Si combatte per le quote rosa ma il ragionamento non viene ampliato a tutti. Siamo davanti ad un discorso di eugenetico ampio ma bisogna analizzare come gli viene posta la scelta. Se gli strumenti di selezione sono gratuiti e li terrorizzi sin dall’inizio non ti stai comportando bene. Altro punto l’eugenetica dello stato autoritario ha la stessa conclusione della decisione “democratica di oggi”. Le azioni vanno valutate dalle conseguenze ultime. Le scelte non sono così libere è il quadro normativo che determina certe scelte ed è lo stesso identico meccanismo dell’eutanasia. L’atto che porta alla stessa conseguenza è valutato in due modi diversi» (quella che chi vi scrive da sempre considera il pericolo della faziosità).

«Nel capitalismo dei social e dei modelli di perfezione non avere una foto su instagram con l’effetto “circo Togni”è avvilente e questo è il messaggio della nostra società».

Quindi il docente universitario aggiunge: «L’eugenetica moderna rischia di diventare estetica e canonista, nell’800 era purificatrice. Siamo passati dall’eugenetica-estetica all’eugenetica-etica. I nostri figli sono i beni posizionali per eccellenza come ha scritto Luigino Bruni noi spendiamo molto nei beni posizionali.

La Francia è il Paese dove la politica eugenetica è più spinta. In Cina non hanno nessun tipo di barriera e remora etica. Quel nord Europa progressista l’utilizzo del NIBT (eugenetica di sterminio) ha portato a quota zero il numero dei bimbi nati in Islanda. In Norvegia la stessa modalità è stata salvata da un veto di parlamentari cristiani. Ma il mondo cattolico dovrebbe riflettere di più su questi temi».

Il futuro è sempre meglio del passato, sostengono i progressisti. Quelli che “non vogliono restare indietro”, quelli che ti etichettano come troglodita e bigotto. Bisogna accettare il progresso e liberarsi dei retaggi del passato, hanno ripetuto da sempre i militanti delle varie ideologie che ciclicamente sono comparse nella storia.

Ieri era lo schiavismo, poi la dea ragione illuminista, poi il darwinismo sociale, poi il comunismo marxista, poi la teoria della razza, il “rientro dolce” per salvare il pianeta terra. Oggi c’è l’ideologia gender, colonizzazione mentale che Papa Francesco non ha esitato, per l’appunto, a paragonare alle dittature del XX secolo.

Da ricordare le parole di Papa Francesco sull’eugenetica pronunciate il 21 Ottobre del 2017: «È “ancora troppo forte nella mentalità comune un atteggiamento di rifiuto” della disabilità come se questa condizione “impedisse di essere felici e di realizzare se stessi”. Papa Francesco sceglie l’udienza ai partecipanti al Convegno “Catechesi e persone con disabilità: un’attenzione necessaria nella vita quotidiana della Chiesa” per denunciare una “falsa concezione della vita”: è quella che esclude i deboli e i fragili e che purtroppo domina “a livello culturale” traducendoci in “espressioni che ledono la dignità di queste persone”. E afferma con forza: “Lo prova la tendenza eugenetica a sopprimere i nascituri che presentano qualche forma di imperfezione”. Invece, aggiunge il Pontefice, “tutti conosciamo tante persone che, con le loro fragilità, anche gravi, hanno trovato, pur con fatica, la strada di una vita buona e ricca di significato. Come d’altra parte conosciamo persone apparentemente perfette e disperate». E chiarisce: «È un pericoloso inganno pensare di essere invulnerabili. Come diceva una ragazza che ho incontrato nel mio recente viaggio in Colombia, la vulnerabilità appartiene all’essenza dell’umano”.

“La crescita nella consapevolezza della dignità di ogni persona, soprattutto di quelle più deboli, ha portato ad assumere posizioni coraggiose per l’inclusione di quanti vivono con diverse forme di handicap, perché nessuno si senta straniero in casa propria”. Eppure, prosegue, “una visione spesso narcisistica e utilitaristica porta, purtroppo, non pochi a considerare come marginali le persone con disabilità, senza cogliere in esse la multiforme ricchezza umana e spirituale”».

Dinanzi a certe tendenze che alimentano la cultura dello scarto, il Papa propone come “risposta” l’“amore”. «Non quello falso, sdolcinato e pietistico, ma quello vero, concreto e rispettoso. Nella misura in cui si è accolti e amati, inclusi nella comunità e accompagnati a guardare al futuro con fiducia, si sviluppa il vero percorso della vita e si fa esperienza della felicità duratura», sottolinea Francesco. E ricorda che «la fede è una grande compagna di vita quando ci consente di toccare con mano la presenza di un Padre che non lascia mai sole le sue creature, in nessuna condizione della loro vita». Poi il richiamo: «La Chiesa non può essere “afona” o “stonata” nella difesa e promozione delle persone con disabilità. La sua vicinanza alle famiglie le aiuta a superare la solitudine in cui spesso rischiano di chiudersi per mancanza di attenzione e di sostegno». Quindi l’invito alle comunità affinché non manchino «le parole e soprattutto i gesti per incontrare e accogliere le persone con disabilità». E specialmente la liturgia domenicale «dovrà saperle includere, perché l’incontro con il Signore Risorto e con la stessa comunità possa essere sorgente di speranza e di coraggio nel cammino non facile della vita».

L’ultima parte della riflessione di Papa Francesco è dedicata alla catechesi che «è chiamata a scoprire e sperimentare forme coerenti perché ogni persona, con i suoi doni, i suoi limiti e le sue disabilità, anche gravi, possa incontrare nel suo cammino Gesù”. Secondo Papa Bergoglio, “nessun limite fisico e psichico potrà mai essere un impedimento a questo incontro». Ai sacerdoti il Papa chiede di «non cadere nell’errore neo-pelagiano di non riconoscere l’esigenza della forza della grazia che viene dai Sacramenti dell’iniziazione cristiana”. E a tutta la comunità suggerisce di «superare il disagio e la paura che a volte si possono provare nei confronti delle persone con disabilità”. Da qui l’esortazione a «inventare con intelligenza strumenti adeguati perché a nessuno manchi il sostegno della grazia» e a formare «catechisti sempre più capaci di accompagnare queste persone”. Non solo. Francesco sollecita anche che «sempre più nella comunità le persone con disabilità possano essere loro stesse catechisti, anche con la loro testimonianza, per trasmettere la fede in modo più efficace».