Etiopia sull’orlo della guerra civile: il Nobel per la pace ordina i raid aerei

Il premier Abiy e l’offensiva militare per piegare i leader del Tigray. L’analisi dello storico Uoldelul Chelati Dirar: «Rischi d’implosione per lo Stato etiopico e per l’intera regione»

Mentre il mondo guarda da un’altra parte, l’Etiopia è con un piede dentro la guerra civile. Abbiamo chiesto allo storico Uoldelul Chelati Dirar, esperto di Corno d’Africa e docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’università di Macerata, di inquadrare la crisi che sta vivendo un Paese di oltre 100 milioni di abitanti guidato da un premier, Abiy Ahmed, che nel 2019 è stato insignito del premio Nobel per la Pace. Un giovane politico che nel 2018 si presentò al mondo con queste parole: «La pace è la casa comune, e la porta d’entrata è una sola». Lo direbbe anche oggi, mentre si combatte nella regione settentrionale del Tigray? Le vittime si contano a decine. Abiy ha rimosso il ministro degli Esteri, il capo delle Forze Armate e quello dell’intelligence dandone annuncio via Twitter, senza fornire spiegazioni. L’allarme dell’Onu: 9 milioni di persone rischiano di restare intrappolate nei combattimenti o di essere costrette a lasciare le proprie case.

Che cosa sta succedendo in Etiopia?
Venti di guerra civile sembrano incombere minacciosi gettando il Paese in una situazione di pericolosa tensione con rischi gravissimi per l’intera regione. La situazione già tesa per via del mancato svolgimento delle elezioni generali previste per lo scorso agosto e La decisione dello Stato federale del Tigray di procedere unilateralmente con proprie elezioni, è rapidamente deteriorata negli ultimi giorni».

Che cosa ha fatto precipitare la crisi?
La decisione del Parlamento federale di interrompere tutti i ponti con l’amministrazione dello Stato federale del Tigray e la reazione del governo del Tigray di rifiutare la presenza del comandante militare del Comando Nord inviato dal Governo centrale e di chiudere il proprio spazio aereo a qualsiasi velivolo. Infine, fonti governative parlano di un attacco da parte di forze tigrine a basi militari dell’esercito federale, ma mancano al momento riscontri ufficiali.

Che notizie arrivano dal Tigray?
«Dallo scorso martedì sera l’intera regione del Tigray è isolata e non raggiungibile telefonicamente, i servizi di accesso a internet bloccati e l’erogazione di corrente elettrica sospesa. Il governo federale ha inoltre dichiarato sei mesi di stato di emergenza in tutta la regione e il Primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato l’avvio di operazioni militari per domare la ribellione del Tigray. Sono in corso combattimenti e sembrerebbe che l’aviazione etiopica abbia bombardato alcune postazione militari in Tigray».

Chi sono i contendenti di questo conflitto?
In questa crescente tensione i contendenti sono da un lato il Primo Ministro Abiy Ahmed, capo del Governo Federale etiopico e leader del nuovo Partito della Prosperità, e dall’altro l’amministrazione dello Stato federale del Tigray guidata dal Tigray People Liberation Front (TPLF), l’organizzazione che è stata l’artefice principale della caduta, nel 1991, della dittatura militare guidata dal Colonnello Menghistu Haile Mariam e che, fino al 2018, ha controllato continuativamente il governo federale».

I motivi di questa divisione?
«Dopo la nomina a primo ministro di Abyi Ahmed si è assistito a un continuo crescendo di tensioni tra lui e il TPLF. Alla base c’è l’inconciliabile differenza su quale debba essere il progetto per il futuro dell’Etiopia. Da un lato vi è la prospettiva di federalismo etno-linguistico fortemente voluta dal TPLF e ratificata dalla Costituzione del 1994; dall’altro lato la prospettiva del cosiddetto medemer (sinergia in lingua amarica) teorizzata da Abiy Ahmed che, di fatto, propone un superamento del modello federale e prospetta il ritorno a modelli costituzionali più centralizzati. La strategia del medemer si è tradotta in un turbinio di cambiamenti nella vita sociale e politica del Paes».

Cambiamenti in positivo?
«Alcuni di questi cambiamenti hanno generato una grande speranza tra la popolazione etiopica e gli osservatori internazionali. Basti ricordare la liberazione di migliaia di prigionieri politici, l’autorizzazione al rientro in patria di oppositori rifugiatisi all’estero, la denuncia dell’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza e l’enfasi sulla necessità di dare visibilità politica ed economica alle donne».

E poi c’è stata la distensione con il grande nemico della porta accanto, l’Eritrea…
«L’evento più significativo è stato indubbiamente l’annuncio a sorpresa — nel 2018 — dell’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra Etiopia e Eritrea, che erano di fatto sospesi da venti anni. Paradossalmente è stato proprio l’avvio del processo di pace con l’Eritrea ad innescare un rapido deterioramento dei rapporti tra il Primo Ministro Abiy Ahmed e il TPLF».

Perché?
«Da un lato l’avvio del processo di pace, per quanto approvato, è stato percepito da parte della leadership del TPLF come un colpo di mano in quanto non aveva visto un coinvolgimento attivo del Tigray, di fatto lo Stato federale con la maggior parte di confine condiviso con l’Eritrea e il più direttamente coinvolto nella tragica guerra del 1998-2000. A peggiorare la situazione si è aggiunto il rapido avvio di strette relazioni tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente eritreo Issayas Afewerki, con numerosi scambi di visite tra i due capi di Stato».

Come hanno reagito i dirigenti del Tigray?
«Il consolidarsi dei rapporti tra i due capi di Stato è stato visto dalla leadership del TPLF come il segnale di una strategia mirata a marginalizzarli politicamente dopo che per più di un ventennio il TPLF è stato il principale attore politico sullo scenario etiopico e l’artefice della grande trasformazione economica e sociale. Le dichiarazioni del presidente eritreo Isaias Afewerki non hanno certo contribuito a dissipare queste preoccupazioni. Nel discorso con cui dichiarava di accettare la proposta di pace del governo etiopico, Isaias aveva parlato di un “game over” per la leadership tigrina, mentre in un’intervista dichiarava esplicitamente di non poter rimanere spettatore passivo dinnanzi all’evolversi della situazione politica etiopica. Sembrerebbe quindi che lo Stato dell’Eritrea si configuri sempre più come un ingombrante convitato di pietra all’interno del pericoloso evolversi della crisi etiopica».

Quali sono i rischi per l’Etiopia?
«Indubbiamente la crisi è innanzitutto una questione etiopica, legata alla messa in discussione degli assetti federali ed alla ridefinizione degli equilibri di potere tra le varie forze politiche. Se non viene fermata in tempo, l’attuale crisi potrebbe innescare un’ulteriore frammentazione politica lungo linee etniche dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente inquietanti, come dimostrato anche dal recente episodio che ha visto l’uccisione nello stato federale dell’Oromia di decine di civili di origine Amhara».

E i pericoli per la regione?
«Si tratta di una crisi complessa, che si dipana su più livelli e che, se non fermata, potrebbe destabilizzare l’intera regione del Corno d’Africa, azzerando i faticosi processi di crescita economica e di trasformazione sociale avviati negli ultimi trent’anni. L’Etiopia sta da tempo perseguendo una strategia di leadership regionale che l’ha portata a svolgere un ruolo centrale in numerosi scenari di crisi dalla Somalia al Sudan. Inoltre la nuova inedita alleanza tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente Isayas Afewerki sta portando a tensioni e irrigidimenti da parte di vari esponenti politici della regione che denunciano quello che per loro è un progetto egemonico destinato a comprimere e irrigidire gli spazi politici nazionali».

Poi c’è la crisi della diga sul Nilo…
«Ecco un’altra questione particolarmente spinosa che agita gli equilibri regionali: il progetto ormai in fase di conclusione della cosiddetta Grand Ethiopia Renaissance Dam (GERD). Avviato dal ex primo ministro Meles Zenawi, il progetto di questa grande diga sul Nilo è destinato a risolvere il problema del crescente fabbisogno energetico etiopico ma è fortemente osteggiata dall’Egitto ed è vista con preoccupazione dal Sudan».

Trump ha detto di recente che l’Egitto potrebbe bombardare la diga…
«L’Egitto ha ripetutamente espresso la sua ostilità al progetto che considera una minaccia alla propria sopravvivenza e alla sua produzione agricola, ed ha esplicitamente minacciato la possibilità di ricorrere all’uso della forza per arrestarlo. In questo l’Egitto sembrerebbe godere dell’appoggio dell’amministrazione americana uscente, il che complica ulteriormente uno scenario già particolarmente intricato».

Che cosa è necessario fare per fermare la crisi nel Tigray?
«È urgente l’intervento della comunità internazionale per cercare di incoraggiare una soluzione negoziale che allontani lo spettro di un devastante ritorno della guerra in una regione che è stata già a lungo martoriata. Le voci della ragione devono trionfare sull’irragionevole ricorso alle armi».

Il mondo è distratto dalla pandemia e dall’esito delle elezioni negli Stati Uniti. Quali sono le sue previsioni?
«Il primo ministro Abiy è stato insignito del Nobel per la Pace ma ora sta utilizzando con un una certa spregiudicatezza la forza delle armi invece di cercare una mediazione, magari ricorrendo a organismi regionali. L’impressione è che il suo progetto fosse di realizzare un blitz chirurgico per rimuovere l’attuale leadership del TPLF e sostituirla con amministratori in sintonia con la sua linea politica. Fallito il blitz la prospettiva è di un braccio di ferro militare inteso a rafforzare le reciproche posizioni. Per entrambi i contendenti è in gioco la sopravvivenza politica. Tuttavia, è evidente che nessuno potrà uscire vincente da un protrarsi dei combattimenti. La soluzione non potrà che passare attraverso un tavolo di negoziati. In caso contrario, il rischio più immediato è l’implosione dello Stato etiopico, già destabilizzato da drammatiche lacerazioni interne, con un catastrofico effetto a cascata sull’intera regione».