EMERGENZA POST COVID/ Lutti, ansia, disagi: l’onda lunga del dolore psichico

Gli effetti della pandemia e del lockdown stanno portando a galla paura, ansia, disturbi. L’emergenza psicologica colpisce soprattutto gli adolescenti

Dopo quella sanitaria, economica e sociale, c’è una quarta miccia accesa e che potrà deflagrare in una nuova emergenza. C’è già chi la definisce una “bomba psicologica”, a innescarla un periodo intenso di pericolo globale, invisibile ma letale, poi un radicale cambiamento di abitudini personali, familiari e sociali, infine la prospettiva di scenari non del tutto rassicuranti, se non addirittura inquietanti. Una miscela che può detonare in stati di ansia, stress, paura e frustrazione. Quanto è concreto questo pericolo? Chi sono le fasce d’età più suscettibili? Con quali disturbi forse saremo chiamati a convivere? Ne abbiamo parlato con Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano.

 

Quali disturbi, problematiche e conseguenze sono stati riscontrati nella popolazione durante questa fase di lockdown? Nel ritorno a una nuova “normalità anomala”, ci si aspetta che questi in parte si auto-risolvano, che si manifestino in modo differente o ancora che possano prendere forma sintomatologie e disturbi di altro tipo?

Un diffuso disagio ad adattarsi a nuovi ritmi e nuove modalità relazionali ha caratterizzato la fase di lockdown. Un primo shock è stato determinato dal brusco cambio di passo: da condizioni di elevata mobilità a un confinamento forzato, con un incerto distanziamento scolastico e lavorativo e drammatiche perdite di ruolo e di lavoro. La crisi sanitaria, economica e sociale del 2020 genererà malesseri di lungo termine come già accaduto in occasione di altre crisi collettive, l’ultima delle quali quella del 2008. Per i più, la nuova normalità sarà riconquistata con uno spontaneo riadattamento al vivere collettivo. Ma ci vorrà diverso tempo per identificare e curare a fondo le sofferenze di chi avrà visto amplificato il suo ritiro sociale e i suoi sentimenti depressivi.

Quali sono i pensieri e i fattori che hanno portato all’insorgenza di questi disturbi?

La pandemia è stata una potente lente di ingrandimento in grado di far notare le fragilità, le incrinature dei percorsi individuali e della storia collettiva. L’agenda improvvisamente vuota ha causato sentimenti di smarrimento in chi è abituato a condurre un’esistenza misurata su obiettivi di breve termine. Chi tende a regolarsi invece solo in base alle proprie esigenze, ha capito d’improvviso che nessuno può prescindere dagli altri. Chi ancora ha tratti accentuati di dipendenza, ha avuto occasione di accentuare gli aspetti fobici e i tratti scrupolosi, cercando invano di tenere tutto sotto controllo.

È noto che una percentuale non trascurabile di popolazione sviluppi una sintomatologia ansiosa o depressiva. Secondo lei, gli individui saranno in grado di riconoscere l’essenzialità di un aiuto psicologico o tenderanno a riversare i problemi sul Sistema sanitario nazionale?

Le esperienze passate mostrano che, purtroppo, tutti gli indicatori di salute calano a picco e per lungo tempo a seguito dei traumi collettivi. Le persone sono meno propense a investire in cure e prevenzione. L’attenzione è anzitutto volta a “far quadrare i conti” ed è possibile che l’ordine dei bisogni psicologici venga trascurato. Per molti sarà immediato rivolgersi alla sanità pubblica territoriale, domandando farmaci per curare l’insonnia, per ridurre gli attacchi di panico o per contrastare stati di confusione. La domanda d’aiuto che si manifesta attraverso i primi segnali di malessere potrebbe essere raccolta suggerendo anche di riferirsi a uno spazio di ascolto e supporto qualificato in senso psicologico.

Se pensiamo all’incremento delle violenze domestiche, si può ritenere che sia stato causato da problematiche dovute al lockdown (difficoltà economiche, impossibilità a uscire di casa, stress…) o piuttosto questa epidemia ha semplicemente portato a galla comportamenti che con buona probabilità si sarebbero comunque manifestati nel corso del tempo?

Senza dubbio nel corso del lockdown si sono moltiplicati i provvedimenti dell’autorità giudiziaria a tutela delle vittime di violenza domestica. A mio avviso, il confinamento domestico ha esacerbato episodi di violenza fisica e verbale già presenti. È ben possibile che una parte dei soprusi sarebbero rimasti misconosciuti per più tempo. Speriamo che la pandemia abbia offerto la possibilità di mettere alla luce e denunciare un clima di aggressività che non avrà così modo di protrarsi nel tempo.

Si è parlato di “emergenza psicologica”. Quali disturbi e problematiche si riscontrano maggiormente?

Ho osservato che sono gli adolescenti ad aver sopportato il maggior carico di dolore psichico. Certamente i bimbi più piccoli e i giovani adulti hanno patito la condizione di isolamento, adulti e anziani si sono confrontati con limitazioni e fatiche, ma moltissimi teenager hanno accumulato rabbia e frustrazione incalcolabili. Separati dai loro amici, immersi in ambienti familiari dove gli adulti erano a loro volta disorientati, limitati nei movimenti e negli spostamenti, impossibilitati a svolgere alcun tipo di attività di gruppo… Così, soprattutto nel contesto metropolitano, le richieste di consultazione per azioni contro di sé e contro gli altri sono decisamente aumentate. Teniamo conto che non si è potuta offrire un’adeguata risposta alle famiglie essendo di fatto interrotte le azioni di supporto educativo domiciliare e di ascolto diretto in molti studi specialistici.

Esistono modalità per prevenire la loro insorgenza? Si può affermare che il governo ha trascurato l’aspetto psicologico, senza aver diffuso e mostrato l’importanza di strategie di prevenzione?

Chi, a livello nazionale e locale, ha operato decisioni politiche, era consapevole della necessità di trovare un equilibrio virtuoso tra la protezione delle vite umane nella fase dell’emergenza sanitaria e la salvaguardia delle condizioni di equità, solidarietà e sviluppo sociale dopo la fase acuta. Il sostegno psicologico resta sempre e comunque una priorità: servirà tanto all’elaborazione dei lutti e dei traumi quanto nel sostegno alle difficoltà scolastiche, economiche e lavorative che potranno aversi.

È attivo un numero per il supporto psicologico. Quando un individuo chiama, come avviene il supporto? Sono note l’importanza e l’efficacia della “normalizzazione” dei sintomi come primo passo. Come prosegue poi il colloquio telefonico?

È importante poter avere l’occasione di manifestare una richiesta di ascolto personalizzato quando si è immersi in una vicenda collettiva traumatizzante. Rivolgersi via filo e gratuitamente a un professionista attento è il primo passo per interrogarsi sulla necessità di ricevere in seguito anche un aiuto più articolato. La possibilità di confrontarsi con un esperto estraneo vincolato al segreto professionale è già una via di liberazione: si confidano a un terzo quelle angosce di cui non si vuole parlare con parenti e amici che, coinvolti nello stesso trauma collettivo, non sono nelle condizioni di aiutare o non si intende ulteriormente preoccupare.

Gestione del lutto. Lascerà segni profondi?

Ho studiato a lungo gli esiti delle tragedie dovute a eventi naturali (terremoti, alluvioni…) e le conseguenze a lungo termine di catastrofi generate dalla mano dell’uomo, occupandomi in modo particolare delle conseguenze psicologiche nella popolazione attuale dopo la tragedia del Vajont nel 1963 e dei danni sociali e relazionali procurati dal rilascio di diossina nei dintorni di Seveso nel 1976. Essendo originario di Bergamo, ho visto con i miei occhi l’atroce dolore sperimentato dalla città, dalla sua provincia e da buona parte della Lombardia. Ci sono purtroppo tutte le condizioni per un protrarsi per decenni di un’onda lunga di dolore e silenzi.

Le relazioni sociali giocano un ruolo cruciale nel benessere di un individuo. La privazione di queste (se non attraverso i social) che impatto potrà avere?

In qualunque momento dell’esistenza siamo determinati dalla nostra natura sociale. La pandemia di Covid-19 ha imposto limitazioni inimmaginabili anche ai gesti di scambio non verbale più comuni: un sorriso, stringere le mani, dare un abbraccio… La nostra natura sociale è però molto adattiva, per cui ci abitueremo a sfruttare ogni possibile alternativa per far valere il nostro bisogno di confrontarci e stare con gli altri. I social e i mezzi informatici possono rappresentare un veicolo ulteriore per colmare le distanze fisiche e per interfacciarsi con chi è costretto a una ridotta mobilità. La rete, che abbiamo sfruttato in tutta fretta per evitare la paralisi comunicativa, può rivelarsi come un luogo in cui approfondire e sviluppare forme inedite di cultura e di solidarietà.

Nei ricoverati come ha impattato la totale solitudine che ha caratterizzato il ricovero in ospedale (medici senza volto perché tutti coperti, impossibilità di vedere familiari, comunicazioni molto limitate…)? Come può essere arginato o risolto questo problema?

Dai racconti dei medici che si sono dedicati con cuore e competenza ai malati di Covid-19, mia moglie compresa, ho raccolto la testimonianza certa che, malgrado le fastidiose protezioni, in prima linea i malati non sono stati lasciati soli. Medici e infermieri hanno scritto i loro nomi sui camici, hanno rassicurato con le parole e gli sguardi chi era spaventato, hanno cercato di mantenere e sostenere le comunicazioni con i parenti. Gli operatori sanitari hanno rivelato il loro valore affrontando turni impegnativi sia per l’impegno fisico sia per il timore di contagiare se stessi e i propri familiari. La lezione che possiamo apprendere è che l’aiuto decisivo per gli operatori e per i pazienti giunge solo da una seria revisione delle politiche mercantilistiche che inquinano il sistema sanitario, deprivano il sistema pubblico di risorse e ostacolano l’attuazione di un diritto alla salute universale. Nel dettato costituzionale si legge a chiare lettere che le ingiustizie e le diseguaglianze si contrastano con l’equità.

Lei ha lanciato l’iniziativa “Parole buone” per aiutare a vivere e affrontare questa emergenza. Mentre, da poco usciti dal lockdown ci prepariamo a una nuova normalità, può indicare le tre parole buone oggi più utili a coltivare una buona resilienza? 

Durante il lockdown e nella fase di ripresa sono stato aiutato da una quindicina di esperti a disseminare in rete alcuni contenuti positivi utili. Le “Parole Buone” sono apparse su Facebook, Instagram, Youtube, sono state rilanciate da blog o/e web-radio. In considerazione delle fatiche sociali ed economiche che ancora ci aspettano, indico tre nuove parole su cui soffermarsi: semplicità, prossimità e solidarietà. Sono l’una sorella dell’altra, una sfumatura l’una dell’altra, perché a chi sa fare sintesi è data la possibilità di individuare l’essenza da custodire e rilanciare; a chi si rende conto della ricchezza delle reti di senso e di relazione sono date maggiori chance di ripresa dopo un trauma; chi è solidale è già all’opera per un orizzonte ampio, già abitato dalle luci del futuro.

(Marco Biscella)