Elezioni Usa, Trump: «La scelta è fra il sogno americano e il socialismo»

Il presidente uscente ha accettato la candidatura e ha rilanciato la sfida al democratico Biden parlando di economia, Covid e anche sicurezza Biden «è pericoloso», «debole». «È il cavallo di Troia (immagine già usata da Mike Pence mercoledì 26 e poco prima da Rudy Giuliani ndr) in cui confluisce il peggio dei liberal, Nancy Pelosi e la sinistra radicale, i marxisti, gli anarchici». Trump offre l’esempio «delle 10 città più pericolose d’America; sono tutte guidate da democratici».  Noi distruggeremo il virus, mentre il programma di Biden è una resa al virus».  

«Queste sono le elezioni più importanti della storia americana». Donald Trump comincia subito con il volume della drammatizzazione al massimo. Lo terrà sul quel livello più o meno per tutta la durata del discorso di oltre un’ora con cui ieri sera 27 agosto ha accettato la nomination del partito repubblicano, chiudendo la Convention.

Ha ripetuto molte delle cose già dette lunedì 24 ai delegati riuniti a Charlotte. Ha insistito molto, come era nelle previsioni, sulla dottrina «law and order», legge e ordine. Ma ha soprattutto sferrato un attacco a fondo, totale contro Joe Biden. La sua storia, la sua personalità, la sua idea dell’America. «Mai come questa volta si confrontano due visioni, due programmi, due filosofie così diverse».

Biden «è pericoloso», «debole». «È il cavallo di Troia (immagine già usata da Mike Pence mercoledì 26 e poco prima da Rudy Giuliani ndr) in cui confluisce il peggio dei liberal, Nancy Pelosi e la sinistra radicale, i marxisti, gli anarchici». «Quando la deputata Ilhan Omar ha definito la polizia di Minneapolis un cancro da estirpare dalle radici, Biden non ha detto una parola. Anzi ha postato sul sito l’appoggio di Omar alla sua campagna. La sinistra radicale vuole togliere i fondi alla polizia. E Biden non obietta nulla. Nessuno sarà più al sicuro se dovesse vincere le elezioni».

Trump offre l’esempio «delle 10 città più pericolose d’America; sono tutte guidate da democratici». Poco prima Giuliani, ex sindaco di New York, aveva detto che «con la sinistra radicale al governo, l’America soffrirà come oggi sta soffrendo la Grande Mela, con l’aumento dei crimini, dell’insicurezza». Trump riprende quelle parole e le estende a Portland, Minneapolis, Kenosha. La distinzione tra manifestazioni pacifiche e violenze è saltato, perché hanno prevalso «gli anarchici, i vandali, i distruttori, i saccheggiatori». «È un problema che si può risolvere rapidamente. Basterebbe che le autorità democratiche ci chiamassero e noi arriviamo a sistemare le cose. Non possiamo permettere che le città siano in balia della feccia». Dove per «noi» si intende l’esercito federale, inviato nelle scorse settimane a Portland e poi ritirato, visto che gli scontri con i manifestanti erano diventati ancora più aspri.

Il presidente parla dal grande prato della Casa Bianca che guarda verso l’obelisco di George Washington, il simbolo della capitale. L’atmosfera non è quella di uno dei comizi «selvaggi» negli hangar dell’aeroporto o in un palazzetto con i supporter scatenati. L’audience è formata da qualche centinaio di persone, in prima fila alcuni ministri, poi parlamentari. Ma gli organizzatori hanno invitato una rappresentanza del Border patrol, i poliziotti di confine. Trump li chiama in causa, per dire che «occorre restituire i poteri alla polizia, gli agenti hanno paura di fare il loro lavoro. Noi saremo sempre dalla loro parte. Finché resterò alla Casa Bianca nessuno taglierà i fondi alla polizia».

Poco prima il presidente aveva sollecitato un applauso per il gruppo di infermiere assiepato nelle retrovie. Aveva appena magnificato l’azione del governo contro il «virus cinese». Di nuovo ha garantito che «entro l’anno o forse anche prima avremo il vaccino. Ci sono tre progetti in fase avanzata». Il resto dell’elenco è parte ormai del repertorio: il blocco «tempestivo» dei voli con la Cina, poi con l’Europa. La distribuzione dei ventilatori, dei test. Lo sviluppo delle terapie. «Noi distruggeremo il virus, mentre il programma di Biden è una resa al virus». Peccato, però, che proprio stasera, proprio al vertice del potere americano, praticamente nessuno rispetti le due regole base fissate dagli scienziati americani e mondiali. Distanziamento e, soprattutto, mascherine. Le sedie degli ospiti sono attaccate una all’altra e dalle immagini si scorgono forse una decina di persone con il volto protetto. Tutti gli altri, a cominciare dai politici, zero.

Nella maratona c’è anche spazio per qualche battuta. «Biden dice di essere un alleato della luce. Ebbene avete visto quanti black-out ci sono nella California liberal? Allora mi chiedo come questa gente possa dire di essere alleati della luce, se non è in grado di far funzionare neanche le lampadine». Tutto ciò perché Biden e i democratici vogliono abolire il fracking (la tecnica di estrazione di gas e petrolio, rompendo le rocce) e limitare gli idrocarburi. «Sarebbe un disastro per il Texas, l’Oklahoma, il Colorado, la Pennsylvania, il Wisconsin, il Michigan», commenta Trump mettendo in rilievo gli ultimi tre Stati, quelli in bilico nella mappa elettorale.

E infine la Cina. Trump, per tre anni e mezzo «grande amico» del presidente Xi Jinping, ora torna alla linea anti-Pechino della campagna 2016. «La Cina ha commesso grandi crimini in molte parti del mondo. E ruba i nostri posti di lavoro, la nostra tecnologia. A Biden tutto questo va bene. Del resto lui era favorevole all’ingresso della Cina nel Wto. Non a caso i cinesi vogliono che vinca queste elezioni. Il programma di Biden è “made in China”; il mio è “made in Usa”».

L’ultimo lampo: «Joe dice che lui è empatico con i lavoratori, con chi soffre. Joe, guarda che in Pennsylvania, in New Hampshire, in Ohio non se ne fanno niente della tua empatia. Rivogliono indietro i posti di lavoro rubati dai tuoi amici cinesi. Noi li stiamo riportando in America e continueremo a farlo. Le nostre imprese devono tornare negli Stati Uniti». Finale con il Nessun dorma cantato dal tenore Christopher Macchio e con i fuochi d’artificio, anche questi, molto probabilmente, “made in China”.