Elezioni Usa, il tradimento dei latinos: ora ballano con “Macho Trump”

Il presidente incarna il loro líder ideale: ha fatto i soldi, ma soprattutto è un “duro”. Biden invece si è mosso tardi e male con gli ispanici e ha puntato di più sul voto afroamericano

Ogni 30 minuti negli Stati Uniti “nasce” un nuovo elettore di origine latino-americana, ma Joe Biden non se n’era preoccupato. E così il voto della più consistente minoranza etnica (un termine difficile da usare per 32 milioni) ha svoltato decisamente a destra. Donald Trump, memore del 2016, aspettava ballando davanti all’Air Force One sulle note dei Village People. Un momento: non è lui quello del muro al confine messicano; della separazione dei dreamers, i bambini immigrati con genitori clandestini; il presidente che chiude il quadriennio con un +10% di disoccupati fra i latinos? Non importa, non abbastanza. Contano di più altri fattori: due canzoni, una “guerra tra poveri”, certe voci diffuse dalla radio e dal web e una vecchia profezia attribuita a Ronald Reagan.

Sabato notte Donald Trump ha concluso la sua giornata di comizi in un luogo strategico, l’aeroporto di Opa-locka, vicino a Miami, che un tempo ospitava gli esuli appena sbarcati da Cuba. La folla comprendeva anti-castristi di diverse generazioni, immigrati venezuelani, colombiani, qualche portoricano. Sono stati arringati con poche parole e molta musica. Prima Los Tres de la Habana con La canciòn de Trump (il cui ritornello annuncia “Oh mio dio, vado a votare per Donald”) e poi il gran finale con Macho Man dei Village People (“Qualunque uomo vuole essere un macho”). Per quanto imbarazzante, la scena conteneva temi e modi per conquistare il voto ispanico. “Es la economia, tonto”, è sempre l’economia, stupido. Nella classifica degli interessi veniva al primo posto per l’80% degli elettori latinos. La sanità al secondo. Immigrazione e lotta al razzismo, staccati. Non esattamente l’agenda di Biden. Soprattutto, non quella che gli attribuiva la propaganda avversaria, che per mesi lo ha dipinto come un socialista, amico dei regimi da cui le loro famiglie sono fuggite. Di più, Trump ha incarnato il loro líder ideale.

Anzitutto non è un politico in senso stretto, come Biden, uno che ha fatto carriera in un partito. È invece un irregolare, uno che ha fatto i soldi (non importa come). Soprattutto è un duro, un macho appunto: uno che dice quello che pensa e se quello che pensa è sbagliato lo dice lo stesso e non se lo rimangia. Perfino quando non porta la mascherina Trump è considerato un modello, perché sfida il nemico. Del Biden mascherato l’elettore ispanico trumpiano dice: “E la borsetta no?”. Non è un caso che ad aprire i comizi in Florida sia apparso Henry Carlos Cejudo, lottatore di origini messicane, oro a Pechino 2008, più giovane vincitore statunitense della storia. Fletteva il bicipite anche per il suo boss, mentre quello toccava i tasti giusti: libertà religiosa (per gli evangelici), istruzione per tutti e l’eterna carta vincente dell’anticomunismo. Si dirà: niente di nuovo sotto il sole della Florida, del Texas o di altri stati dove il voto ispanico pesa. Niente che non esistesse quattro anni fa. Perché allora questa volta Trump ha conquistato 160 mila voti in più tra i latinos soltanto a Miami? Perché ha dominato tra i maschi?

Oltre alla sua campagna, che li corteggia da molto tempo, hanno contato le scelte di Biden: quelle fatte e quelle non fatte. Su questa parte della scacchiera si è mosso tardi e male. In un ideale carnet di ballo ha danzato prima con i bianchi e con i neri, cercando rimedi alle loro recenti o storiche insoddisfazioni. Negli spot e negli appelli in difesa degli immigrati è stato percepito più pietista che solidale. Solo in estate avanzata ha messo su la musica del trapper portoricano Bad Bunny, ma non era il suo ritmo. Intanto radio in lingua spagnola diffondevano informazioni come questa: “Uno dei fondatori di Black Lives Matter pratica la stregoneria, chi vota Biden sostiene anche lui e i suoi malefici” e altre annunciavano che il mite democratico era in realtà l’avamposto di una dittatura di neri ed ebrei. Tutto rilanciato su migliaia di account twitter e gruppi whatsapp.

Obama fu definito “il primo presidente ispanico”. Conquistò oltre due terzi del voto latino. Vinse entrambe le volte in Florida. La differenza? Aveva scritta nei geni, sul viso, nella biografia, una storia diversa da quella di Biden, più affine a chiunque cercasse una strada per risalire la china americana. Obama è stato in grado di sovvertire la profezia di Reagan che disse al proprio incaricato per la propaganda tra i latinos: “Hai il compito più facile, quelli sono repubblicani per natura, attendono solo di scoprirlo”. Geraldo Cadava, autore di The Hispanic Republican sostiene che non è necessariamente così, che è un elettorato contendibile: non solo Obama, anche Carter lo sedusse. Certo, è pigro: ha alte percentuali di astensionismo. Biden ha fatto campagna soprattutto perché esercitasse il proprio diritto al voto. Peccato che molti, accogliendo l’invito, abbiano ballato con Trump.