Elezioni, una sfida con poche certezze

PD e Cinque Stelle arrivano alle urne con tante paure. Il governo spera nel pareggio 3-3 nelle regioni che contano, mentre il centrodestra sogna il cappotto (7-0, Valle d’Aosta inclusa). Se il destino di Campania (De Luca), Liguria (Toti) e Veneto (Zaia) sembra segnato e se al referendum sul taglio dei parlamentari sembra probabile il “sì”, tutte le altre partite si giocano sul filo del rasoio.

Hanno fatto di tutto per rinviare le elezioni amministrative, nel tentativo di cementare un’alleanza ancora poco collaudata sui territori. PD e Movimento 5 Stelle arrivano all’election day di oggi con tante paure. Il governo, secondo il premier, non rischia. In qualunque caso. Si tratta di un voto per i territori e non per gli equilibri nazionali, si è affrettato a chiarire Giuseppe Conte. Lui stesso, però, sa che non è così e che sarebbero in molti a chiedergli conto di un’eventuale batosta elettorale. L’ha ben capito Luigi Di Maio, che in queste ultime settimane ha scelto di puntare tutto sul sì al referendum, così da potersi intestare lo storico traguardo del taglio dei parlamentari. Anche perché, tranne che in Liguria, i due principali partiti di governo si presentano divisi in tutte le regioni chiamate alle urne.

Le fibrillazioni tra dem e grillini sono evidenti anche sul Recovery Fund, partita decisiva per la ripartenza dell’Italia. Lo scontro tra Palazzo Chigi e Ministero dell’Economia è solo agli inizi e c’è da scommettere che da domani, a urne chiuse, esploderà in modo ancora più virulento, anche in vista della scadenza del 15 ottobre per l’invio all’Europa del documento di programmazione economico-finanziaria. Il voto di oggi (dalle 7 alle 23) e di domani (dalle 7 alle 15) potrebbe determinare vari scenari alternativi. Il più gradito all’esecutivo è il pareggio 3-3 nelle sei regioni che contano (la Valle d’Aosta non viene considerata indicativa né significativa, a prescindere dal risultato). Se la sinistra riuscisse a conservare Puglia, Campania e Toscana, si riterrebbe ampiamente soddisfatta. Se, contestualmente, prevalessero i “sì” al referendum anti-casta, anche i pentastellati potrebbero cantare vittoria e la navigazione dell’esecutivo, sia pure nel mare in tempesta della pandemia, risulterebbe più agevole.

Il centrodestra invece sogna il cappotto (7-0, Valle d’Aosta compresa), ma considererebbe un successo storico anche il 5-1 nelle regioni che più contano. Va peraltro ricordato che il centrodestra governa già in 13 regioni su 20. Se Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, uniti ovunque, dovessero strappare alla sinistra Marche, Toscana e Puglia, lasciandole solo la Campania (tutti i sondaggi danno il governatore uscente Vincenzo De Luca abbastanza avanti rispetto allo sfidante Stefano Caldoro), ben difficilmente l’esecutivo e il Quirinale potrebbero far finta di nulla.

In particolare un’eventuale sconfitta in Puglia potrebbe aprire un processo al premier, originario di quella regione, e accelerare la sua sostituzione o quantomeno un rimpasto di governo. Se a cambiare colore politico fosse la roccaforte rossa toscana, lo scossone sarebbe ancora più deflagrante. E a ricevere un avviso di sfratto potrebbe essere il segretario del PD, Nicola Zingaretti. Ad avvantaggiarsene sarebbe in entrambi i casi Di Maio, desideroso di tornare a fare il vicepremier e di poter controllare più da vicino il rivale Conte. L’impresa gli riuscirebbe però soltanto se il referendum dovesse dare l’esito da lui sperato, cioè la vittoria dei “sì”.

C’è poi un altro scenario ritenuto più probabile: il 4-2 per il centrodestra, che espugnerebbe Marche e Puglia ma lascerebbe alla sinistra Campania e Toscana. Probabilmente un esito del genere non sarebbe sufficiente per rovesciare il tavolo del governo ma produrrebbe scossoni in entrambi gli schieramenti. Dentro il PD si appannerebbe ulteriormente la leadership del segretario Zingaretti, sempre più in discussione. Sul versante dei 5 Stelle finirebbe nel mirino il reggente Vito Crimi, reputato non all’altezza di gestire il Movimento sui territori. Ma anche nel centrodestra la rivalità tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni potrebbe esplodere. La ragione è che la leader di Fratelli d’Italia potrebbe in quell’eventualità esibire due trofei (i neogovernatori di Marche e Puglia, entrambi del suo partito), mentre il leader leghista dovrebbe incassare l’insuccesso della sua fedelissima Susanna Ceccardi in Toscana. Non proprio un buon viatico per chi, anche nelle ultime ore, è tornato a ripetere che punta a Palazzo Chigi.

La sfida dell’election day si presenta, dunque, complessa e con poche certezze. Se nel Veneto il leghista Luca Zaia non corre rischi, così come non dovrebbero correrne in Liguria Giovanni Toti (anch’egli appoggiato da tutto il centrodestra) e in Campania Vincenzo De Luca, e se è probabile la vittoria dei “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari, tutte le altre partite si giocano sul filo del rasoio, anche quelle riguardanti i risultati dei singoli partiti in competizione. Si sa che a urne chiuse tutti dicono di aver vinto e nessuno ammette le sconfitte. In questo caso, poi, si potrà sempre dare la colpa alla scarsa affluenza, elemento che tutti hanno messo in conto a causa dell’allarme da Covid.