ECCO perché LA SARS DEL 2003 E’ APPARSA MENO AGGRESSIVA –

Da diversi mesi il Covid-19 fa parte della quotidianità dell’uomo dando del filo da torcere alla comunità scientifica impegnata a debellarlo. Seppur il Sars-CoV-2  appartenga alla famiglia dei coronavirus si sta comportando in modo differente e, apparentemente in modo più aggressivo, rispetto al Sars-Cov del 2003. Quest’ultimo è il virus, apparso nella provincia cinese del Guandong, responsabile della prima grave epidemia da coronavirus del XXI secolo. Le caratteristiche del virus del 2003 che permettevano di riconoscerlo subito, hanno consentito una maggiore rapidità dell’isolamento delle persone contagiate e quindi il suo contenimento fino a fargli perdere potenza. Nel caso dell’attuale virus, la cui caratteristica è quella di non provocare sintomi in alcuni ospiti, è molto difficile procedere con l’isolamento dei contagiati e questo favorisce il propagarsi della malattia.

Il Sars-CoV appare meno aggressivo del Sars-CoV-2

Quando si parla dell’epidemia della Sars esplosa nel 2003 si pensa alla diffusione di un virus meno pericoloso rispetto al Covid-19 per il semplice motivo che il suo propagarsi fra gli esseri umani ha avuto una durata minore rispetto al virus attualmente in circolazione. Ma non è proprio così. Il fatto che il Sars-CoV sia apparso nel novembre del 2002 ed esploso a marzo del 2003, per poi mitigarsi in estate e spegnersi nell’autunno successivo, è legato a due fattori correlati. Come ha spiegato su InsideOver il professor Giorgio Palù, la Sars aveva una letalità del 10%, molto più alta di quella del Covid-19 che è dello 0,6%. “Un virus con un’elevata letalità – ha affermato il virologo – è destinato a estinguersi in primis perché si estingue l’ospite e in secondo luogo perché è facilmente riconoscibile ed isolabile. Tutto il contrario del virus di oggi, che è molto contagioso e che dà luogo a un 90- 95% di soggetti asintomatici ed è quindi molto più difficile da controllare”.

Dunque le caratteristiche del virus del 2003 che permettevano di riconoscerlo subito, hanno consentito una maggiore rapidità dell’isolamento delle persone contagiate e quindi il suo contenimento fino a fargli perdere potenza. Nel caso dell’attuale virus, la cui caratteristica è quella di non provocare sintomi in alcuni ospiti, è molto difficile procedere con l’isolamento dei contagiati e questo favorisce il propagarsi della malattia.

Com’è intervenuto l’uomo nel 2003

C’è un episodio ascrivibile all’epidemia di Sars del 2003 che meglio può fotografare la situazione di quell’anno. Liu Jianlun, un medico cinese del Guandong, ha alloggiato all’hotel Metropolitan di Hong Kong il 21 febbraio. Pochi giorni dopo ha avvertito i sintomi dell’infezione ed è deceduto per l’aggravamento del suo quadro clinico. All’interno di quell’albergo alloggiava anche un uomo d’affari sino – americano, Johnny Chen. Quest’ultimo il 26 febbraio si è recato ad Hanoi, in Vietnam. Anch’egli accusava i sintomi riconducibili alla Sars. Ma ancora l’allarme non  era stato recepito al di fuori della Cina, visto che lo stesso governo di Pechino ha comunicato l’esistenza dell’epidemia solo il 10 febbraio. Soltanto l’intuito del medico italiano Carlo Urbani, operante ad Hanoi in quel frangente, ha permesso l’individuazione di un principio di focolaio Sars fuori dai confini cinesi.

Da allora si è intuita la gravità della situazione. Il 12 marzo 2003 l’Oms ha lanciato ufficialmente l’allarme globale. Priorità assoluta è stata data al tracciamento dei contatti di un contagiato e all’isolamento dei casi sospetti. Le procedure da eseguire sono subito state rese note dall’Oms. Lo si può vedere ad esempio dal report finale dell’istituto superiore di sanità italiano (Iss): “La morte del medico Carlo Urbani – si legge nel documento –  avvenuta alla fine del mese di marzo, e la coraggiosa presa di posizione dell’OMS, contribuivano a sensibilizzare i mezzi d’informazione di massa, determinando un picco di attenzione”. Da qui poi le misure prese anche in Italia, tra cui i filtri aeroportuali e l’isolamento immediato per i casi sospetti.

E se il Covid fosse stato fermato prima?

Quando il nuovo coronavirus ha iniziato a fare le prime vittime in Cina sul finire del 2019, non si è corso subito ai ripari per capire cosa stesse accadendo. E le notizie su quelle strane polmoniti apparse a Wuhan sono state rese note alle altre nazioni solamente quando la situazione era ormai degenerata.

Se si fosse messo in atto un piano per isolare sin dall’inizio i casi? Il virus avrebbe rallentato la corsa come nel caso del Sars-CoV del 2003? In quel caso, l’intervento tempestivo dell’isolamento delle persone affette è stato importante nel contenimento dei contagi. In più si aggiunge anche che il Covid-19 sin dall’inizio della sua diffusione ha colpito tanti soggetti, come accade tutt’ora, senza che questi avvertissero sintomi. La presenza di un vasto numero di asintomatici ha avuto l’effetto di favorire al virus la massima circolazione senza la possibilità di poterlo riconoscere e contenere.

Perché il virus del 2003 si è spento?

Uomo e virus, nelle epidemie del 2003 e del 2020, si sono comportati in modo differente. Questo è un dato ben assodato. Il primo luglio 2003 l’Oms ha dichiarato cessato l’allarme globale. E successivamente non si è avuta una vera seconda ondata. Uno scenario del tutto diverso rispetto a quello odierno. “Merito” delle caratteristiche naturali del virus? Oppure dell’azione dell’uomo?

Probabilmente è un mix di entrambi i fattori. E c’è chi ha azzardato anche l’ipotesi della mera “fortuna” di diverse combinazioni positive, come hanno rilevato alcuni studiosi interpellati da Bbc Future. Un riferimento alla fortuna è presente anche nel documento dell’Iss: “L’Italia – si legge – come gli altri Paesi europei è stata innanzitutto fortunata. Non sono arrivati casi prima della fatidica data dell’allarme globale”. L’uomo di inizio secolo, in poche parole, ha lottato con un virus meno contagioso. Ma nel farlo è stato anche più determinato e concreto. Una lezione non imparata oggi, ma che potrebbe servire per il futuro.