E’ POSSIBILE PREVEDERE LO SVILUPPO DELL’EPIDEMIA?

Il nuovo coronavirus ormai da più di un anno fa parte della nostra quotidianità spingendo la ricerca scientifica a nuovi studi per conoscere al meglio le caratteristiche che lo contraddistinguono e i principali strumenti di difesa. Tuttavia trattandosi di un virus subdolo molte risposte tardano ad arrivare. Tra queste, ad esempio, quelle relative allo studio dei “territori vergini”, ovvero quelli non colpiti ancora dal virus. Possibile pensare a zone meno immuni di altre dall’epidemia? Una domanda la cui risposta potrebbe comportare significative variazioni sulle scelte politiche.

Bergamo-Sicilia: due aree colpite diversamente nel 2020

Sono immagini forti, strazianti e che non verranno mai dimenticate quelle dei mezzi militari che incolonnati sulle strade di Bergamo trasportano 65 bare. Era il 18 marzo del 2020 quando quegli scatti hanno fatto il giro del mondo divenendo simbolo della grande tragedia seminata dal coronavirus. Quest’ultimo si era impadronito del destino di diverse migliaia di persone con risultati fatali. La provincia bergamasca in quei mesi era la più colpita in Italia ma anche nel mondo. Nei primi nove mesi del 2020 i decessi registrati nell’area bergamasca, come riportato dal Corriere della Sera, sono stati 13.640 rispetto ai 7.651 della media 2015-2019. Quei 5.989 decessi in più  sono avvenuti proprio tra marzo e aprile, i mesi in cui l’Italia faceva i conti con i più alti numeri di contagio.

Se a Bergamo e in tutta la Lombardia la situazione è stata tra le più gravi in quei mesi, lo stesso non si può dire della Sicilia. Qui il Covid ha messo radici in modo non allarmante con un numero basso di contagi e vittime. La situazione era sotto controllo al punto che gli ospedali dell’Isola si sono presi cura anche dei pazienti trasferiti con voli speciali dalla Lombardia per le terapie del caso.

Sicilia in difficoltà nel 2021 e una Bergamo più “tranquilla”

Se nei primi mesi del 2020 la Sicilia ha potuto contare su un basso numero di contagi rispetto alla provincia di Bergamo, non è stato così tra la fine dell’anno e l’inizio del 2021. Come un’inversione di tendenza, l’Isola adesso si trova a fare i conti con una situazione drammatica e difficile da fronteggiare. Al 29 gennaio si contano in totale 133.597 contagiati con una media di mille casi al giorno, a partire da dicembre, rispetto a quelli giornalieri di Bergamo che rimangono circoscritti tra i 60 e gli 80Catania è la città più colpita, con al seguito Palermo e Messina.

Cos’è successo per determinare questo grande cambiamento? La Sicilia quotidianamente si confronta con numeri mai pensati e con misure restrittive al massimo livello rispetto ad altre Regioni di tutto il territorio nazionale. Basti pensare che nella settimana iniziata lunedì 25 gennaio è stata l’unica area, assieme alla provincia autonoma di Bolzano, per la quale è stata emessa l’ordinanza che ha decretato la zona rossa. La situazione soltanto alla fine del primo mese del 2021 sembra dare spazio a spiragli di luce, con gli ultimi bollettini giornalieri che forse potrebbero lasciar presagire il superamento di un picco che, in tutte le province dell’Isola, ha messo davvero molta paura.

Lo studio sulla provincia di Bergamo

Possibile quindi che questa differenza tra prima e seconda ondata sia figlia di una significativa immunizzazione avvenuta durante la prima fase dell’emergenza? Comprenderlo permetterebbe di valutare e prevedere il comportamento dell’epidemia in futuro. Antonio Cascio, virologo e primario di Malattie Infettive del Policlinico di Palermo, non chiude a questa ipotesi: “Una spiegazione del perché in Sicilia la seconda ondata ha colpito più duramente – ha dichiarato ad InsideOver – potrebbe essere legata al fatto che nelle regioni risparmiate dalla prima ondata epidemica ci siano molte più persone “vergini” e quindi ricettive al virus”. Uno studio approfondito sul tema è stato pubblicato il 20 novembre sull’International Journal of Pubblic Health. In esso è stata presa in esame la provincia di Bergamo.

Qui, secondo le indagini sierologiche successive alla prima ondata, è risultato che in alcune aree, soprattutto nella parte orientale della provincia, un buon 42% della popolazione ha sviluppato gli anticorpi al virus. Ed è proprio in queste zone che il Covid-19 è apparso meno pesante nella seconda ondata, sia in termini di contagi che di ospedalizzazioni: “Non è possibile escludere che nelle zone più colpite nella prima fase si siano verificati successivamente comportamenti meno rischiosi – si legge nello studio a cui hanno contribuito anche il San Raffaele di Milano, l’università di Pavia e l’Ats di Bergamo –  Tuttavia, è possibile che livelli di sieroprevalenza superiori al 40% riducano la circolazione del virus a causa della maggiore percentuale di individui non sensibili”.

“Ciò potrebbe quindi ridurre ulteriori ondate epidemiche – è la conclusione dello studio – con conseguenti impatti sul sistema sanitario nazionale e sui Pronto Soccorso della Regione”.

“Importante riprendere le vaccinazioni”

Come su molti altri aspetti relativi al coronavirus, attualmente non c’è però certezza assoluta sugli studi fin qui svolti. E del resto l’epidemia è iniziata un anno fa e le variabili e i dati da tenere in considerazione non sono pochi: “Abbiamo osservato che le regioni più colpite adesso sono state spesso quelle più risparmiate dalla prima – ha confermato ad InsideOver Massimo Clementi, virologo del San Raffaele – Tuttavia per pensare che una immunità di popolazione possa avere avuto un ruolo tale da limitare la circolazione del virus laddove aveva circolato di più nella prima ondata, ci manca il dato completo del numero delle infezioni non sintomatiche in zone come la provincia di Bergamo”.

Da dicembre c’è poi una variabile in più da tenere in considerazione. Quella cioè del vaccino: “Che il livello di immunità della popolazione possa essere d’aiuto per prevedere dove il virus colpirà maggiormente dovrà in futuro includere il dato dei vaccinati – ha proseguito Clementi – nell’aspettativa che saremo in grado di realizzare questa grande vaccinazione di massa”. Non solo quindi numeri sui contagi delle precedenti ondate, ma anche i dati sulle persone vaccinate: in tal modo si potrebbe avere la misura esatta del grado di immunità della popolazione e quindi prevedere un futuro andamento dell’epidemia. In questa fase però, è più che mai importante pensare alla campagna vaccinale: “È necessario accelerare al massimo”, ha concluso il virologo.