È morto John Le Carré

L’Osservatore romano

Era stato uno 007 (agente del Secret Intelligence Service) e poi quella reale esperienza di vita la trasfigurò nella finzione. Tale passaggio non è stato lost in traslation: al contrario, lo ha consacrato non solo come uno dei più grandi scrittori inglesi, ma anche come il maestro indiscusso del genere letterario dello spionaggio. All’età di 89 anni è morto, sabato 12, John Le Carré (David Cornwell era il suo vero nome).

Raggiunse la fama con La spia che venne dal freddo (1963), definita da Graham Green la spy story «più bella e avvincente» che avesse mai letto. Il protagonista, George Smiley, rappresenta l’antitesi dello 007 classico, alla James Bond: non è né bello né aitante. È invece occhialuto, grassottello e per giunta calvo. Ma non per questo è meno affascinante. Come è altrettanto magnetica la trama, marchio di fabbrica di Le Carré: intrighi, doppio gioco, identità multiple, tradimenti e colpi di scena. Lo scenario è la Guerra fredda. Nel romanzo di memorie Un tiro al piccione (2016) lo scrittore ricorda quando si cimentò, da giovanissimo, con i primi tentativi nel forgiare una trama di spionaggio. «Finivo per perdermi io stesso nel plot, tanto lo volevo intricato». Ma provando e riprovando, secondo la formula tanto cara a Galileo Galilei, Le Carrè è riuscito alla fine — nelle diverse opere — a imbastire un tessuto narrativo sì articolato e complesso, ma poi facile da districare, senza mai «tradire il rispetto e l’intelligenza» del lettore.

Nelle memorie Le Carrè ricorda il suo metodo di composizione. Consiste nello scrivere su un taccuino sempre e dovunque si trovi: mentre cammina, al bar o in treno, anche quando sta parlando con qualcuno, per non lasciarsi sfuggire illuminanti intuizioni. Dopo aver accumulato tutto questo «bottino», corre a casa per mettere ordine ai disiecta membra. Non si è mai avvalso della tecnologia, né di una macchina per scrivere. «Ho sempre e solo scritto a mano» dice con orgoglio, rammentando che da giovane aveva fatto anche il disegnatore grafico. «Sono come un grafico recidivo che ama ricamare le parole» confessa, aggiungendo che quando scrive si sente come un intellettuale in hiding, che vive nascosto dal mondo, come fosse un latitante. E se il tempo è nuvoloso, l’ispirazione lo assiste anche meglio. Attraverso il groviglio della trama, Le Carrè ha inteso comunicare al lettore anche la propria concezione della vita. Non esistono, per lui, il bianco e il nero, ma le cosiddette grey zones, cioè quelle zone grigie che si configurano come ambiti di compromesso necessari a sopravvivere di fronte ai pericoli e alle insidie del mondo. Ma non si tratta di un compromesso di basso livello: al contrario, è proprio attraverso di esso che viene ingaggiata una battaglia in difesa di valori etici e morali sentiti come fondamentali e irrinunciabili. Perché dove c’è il buio c’è anche la luce. Al tradimento corrisponde la lealtà, al doppio gioco fa da contraltare la tensione a un rigore e a una coerenza che possono costare anche un prezzo molto alto. E allo sfaccettarsi e allo sfrangiarsi delle identità dei protagonisti delle storie si contrappone la volontà di incarnare un profilo, come nel caso di George Smiley, sempre fedele a sé stesso.

Tra i romanzi che lo hanno collocato, a giudizio unanime, nell’empireo letterario figurano La talpa (1974), La tamburina (1983), La casa Russia (1989), Il sarto di Panama (1996), Il giardiniere tenace (2001). Per dire che anche l’autore più bravo non riesce a mantenere sempre un livello di eccellenza, il poeta latino Orazio sentenziava: «Qualche volta si addormenta anche Omero». Si potrebbe affermare che nel caso di Le Carré, il sonno, sia pur leggero, non lo abbia mai visitato, tanto le sue opere vantano un intreccio valido e avvincente, che non ammette cadute né di tono né di stile. Le Carrè tuttavia non si è sottratto a una sorta di destino comune ai grandi scrittori: un destino che non li vuole subito apprezzati, a partire dalla prima opera. In questa temperie, per onore di cronaca, fa eccezione Charles Dickens. Il suo primo romanzo fu Chiamata per il morto (1961). Fece storcere il naso ad alcuni critici perché senza tante cerimonie e infingimenti lo scrittore contrapponeva due blocchi: l’individualismo creativo e liberale dell’Occidente e la “filosofia da alveare”, piatta e supina, del socialismo dell’Est. Nel romanzo d’esordio spicca la tacita alleanza tra gli uomini della legge dell’Occidente, chiamati a far rispettare la legge, e gli agenti segreti, chiamati ad operare «al di là della linea», per far sì che quelle regole codificate — tutelate dai poliziotti — siano concretamente messe in pratica. Un’alleanza che permette di promuovere e consolidare la democrazia, in cui Le Carrè ha sempre fermamente creduto. Sia da agente segreto, sia da scrittore di spy story: nella realtà e nella finzione.