E Dante disse: attenti al contrappasso

Mettere a frutto la lettura dei classici è un esercizio sempre utile. Forse ancora di più in questi momenti. Non solo i narratori di peste Boccaccio e Manzoni, Defoe e Jack London. «Il classico – diceva Italo Calvino – è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Il bello è che te lo dice quando meno te lo aspetti. Per esempio, mentre guardi al Tg un servizio che evoca le allegre Pasquette del passato, con scampagnate e tuffi in mare. Eccolo là che salta fuori niente meno che Dante. Una delle terzine più belle, Inferno V, quando il pellegrino nell’oltretomba chiede a Francesca da Rimini di raccontargli come nacque «il tempo d’i dolci sospiri». La risposta della poveretta? «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria». È un’esperienza talmente vera e comune in questi giorni da apparire banale: niente di più atroce che ricordare la felicità passata nel tempo dell’infelicità.

Leggere un classico a volte regala illuminazioni di questo genere, altre volte è un esercizio che asseconda analogie imperfette o forzate, ma non prive di fascino. Bando alle colpevolizzazioni di sapore medievale, per carità. Ma restando a Dante, come resistere alla tentazione di una lettura (autoironica) del coronavirus alla luce del contrappasso: ovvero la legge del taglione, per cui il trovatore Bertran de Born è costretto nella Commedia a tenere in mano per i capelli la propria testa, orrendamente separata dal corpo, essendo stato in vita un fautore di divisioni. Lasciando a ciascuno il piacere di individuare i seminatori di discordia del 2020 da collocare accanto al poeta provenzale, forse neanche il genio di Dante avrebbe trovato di meglio, come contrappasso, che inchiodare in casa l’umanità del low cost, fino a ieri così instancabile e mobile, leggera e transoceanica. Beffardo destino. C’è poco da ridere? Attenzione, Dante punì gli ipocriti coprendo loro il viso con pesanti cappe di piombo. Non erano mascherine, ma quasi.