Draghi metterà i partiti alla prova sui temi. L’idea di un governo di tecnici e politici

Ogni partito adesso è costretto a pagare il suo prezzo. L’apprezzamento di Grillo: lei è astuto ma molto corretto

DRAGHI

Più sembra facile, più sembra difficile. È il paradosso della politica italiana, dove c’è chi stenta ancora a capire come l’incarico a Mario Draghi deciso da Sergio Mattarella vada oltre un semplice cambio di fase e rappresenti invece un’autentica rupture rispetto al passato.

Ma è con questo paradosso che l’ex presidente della Bce dovrà misurarsi la prossima settimana, quando inizierà il secondo giro di consultazioni, decisivo per la nascita del governo: la sua potenziale maggioranza si estende fino quasi a lambire i confini estremi del Parlamento, e proprio la dimensione numerica di questa grande coalizione provoca tensioni tra e dentro i partiti che si accingono a formarla.

Prima di risolvere un’equazione così complessa, Draghi intende anzitutto verificare quanto siano solide le basi di un processo politico maturato rapidamente, vuole cioè misurare l’attendibilità di certe scelte al netto di eventuali manovre tattiche. E allora, più del confronto sui temi economici, il momento più importante del colloquio con il leader della Lega è stato quando il premier incaricato ha spiegato che il suo governo si muoverà su una linea fortemente europeista e atlantista.

Nella sua risposta Matteo Salvini ha anticipato il progetto di una svolta copernicana del Carroccio, da una posizione euro-scettica a una posizione «euro-riformatrice», come se il processo fosse frutto di una strategia già impostata all’interno del partito.

Chissà se Draghi ha sentito riecheggiare i ragionamenti ascoltati da Giorgetti, è certo che vorrà mettere alla prova dei fatti, cioè del programma, gli intendimenti del capo leghista, che gli ha inoltre assicurato di non voler porre né veti né condizioni sulla struttura dell’esecutivo. Non c’è dubbio che l’ingresso sulla scena dell’ex presidente della Bce sta trasformando l’approccio e il profilo delle forze politiche, e poco importa se per costrizione più che per convinzione.

È un fatto che — oltre al Carroccio — anche i Cinquestelle si stiano attrezzando all’esame. E verso i grillini, che erano con Grillo all’appuntamento, il premier incaricato ha avuto un approccio rassicurante, ha precisato come la loro presenza sia indispensabile per dar vita al governo, ha apprezzato alcune loro tesi sulla riconversione ecologica e lo sviluppo sostenibile, e infine si è sentito dire dal fondatore del Movimento: «Lei è astuto ma molto corretto».

Ogni forza sta pagando un prezzo: per M5S il costo è la frattura interna, per il Carroccio tagliare i ponti con il passato, per la sinistra dover convivere con la Lega. È il confine invalicabile per Leu e il nervo scoperto del Pd, attraversato da forti contrasti che rivelano la presenza di più partiti nello stesso partito.

L’idea, che è frutto di un cortocircuito nella comunicazione, quella cioè di limitarsi a un «appoggio esterno» per non sedere in Consiglio dei ministri con gli esponenti del Carroccio, ha scatenato il parapiglia nei gruppi dirigenti. Dove siedono esponenti di prima fila che ancora ieri nelle chat interne ironizzavano sulle doti messianiche di Draghi. Di qui i tentativi di indurre Salvini al fallo di reazione e in subordine di riuscire a ottenere un esecutivo di soli tecnici.

Ma è chiaro che, nonostante i maldipancia, i democrat si acconceranno a qualunque decisione, per non sconfessare la loro linea europeista, dicendo clamorosamente no a Draghi e a Mattarella: sarebbe l’harakiri. Il premier incaricato è conscio del travaglio in atto, perciò ha bisogno di tempo per completare un disegno che è ancora indietro.

Ma il momento più importante sta per arrivare: sarà quando l’ex presidente della Bce esporrà alle forze politiche il suo programma, in gran parte già definito. Le consultazioni che inizieranno domani saranno una sorta di setaccio, una prova da stress test per saggiare la bontà delle dichiarazioni di intenti fatte in questi giorni dalle forze che si sono dette disposte a entrare in maggioranza. Ai colloqui Draghi non farà però cenni sulla squadra di governo, che verrà definita separatamente.

Di sicuro non lo convince un gabinetto di soli tecnici, piuttosto la sua idea è varare un esecutivo «misto», composto da personalità esterne alla politica e da rappresentanti dei partiti competenti e votati allo spirito di collaborazione, capaci cioè di svolgere una funzione di servizio per trovare soluzioni in Consiglio dei ministri. D’altronde è a Draghi che tocca la sintesi…