Draghi e la casa in fiamme

Quattro emergenze: sanitaria, economica, sociale, scolastica. Per misurare il successo del governo tocca guardare i fatti e non le chiacchiere. Serve ottimismo, ma occorre anche drammatizzare. 

Per dare un’idea della situazione in cui ci troviamo richiamo alla memoria due parabole e ad un’esperienza storica. La prima parabola è quella del figliol prodigo nel Vangelo di Luca e la seconda è quella di Buddha e la casa in fiamme nella versione di Bertolt Brecht; l’esperienza storica è quella dei podestà forestieri nei comuni medioevali italiani.

C’era una volta, in un Regno lontano, una grande e nobile famiglia che da molto tempo versava in cattive condizioni. Approfittando del malcontento diffuso, i due figli maggiori – Pentastello e Salvino – iniziarono a criticare le regole vigenti nel Regno, sostenendo che erano queste la causa principale del declino della famiglia. Dopo un breve periodo in cui governarono insieme, Pentastello e Salvino litigarono e prevalse Pentastello. Ma il declino della famiglia  proseguiva, aggravato dai continui litigi e dalla pestilenza che infuriava. Dei figli minori alcuni si erano schierati con Pentastello, con l’intenzione di indurlo a più miti consigli. Altri con Salvino che, secondo le previsioni di aruspici e indovini, avrebbe scalzato in breve tempo Pentastello dal governo. A questo punto il padre, il capofamiglia, fece loro questo discorso.

“Cari figlioli, non si può andare avanti così e devo prendere una decisione. Poiché non riuscite a mettervi d’accordo su un programma di governo ragionevole e io sono troppo vecchio e debole per costringervi a farlo, ho chiesto al Re di mandarmi il più saggio dei suoi consiglieri, affinché assuma le funzioni di podestà, e a lui delegherò tutti i poteri. A voi chiedo di seguire le sue indicazioni fino a quando non avrà rimesso in sesto gli affari della famiglia. Guai se tornerete a litigare su chi, in passato, ha avuto ragione o torto. So bene che i due maggiori partiti che si sono formati nella nostra famiglia faranno fatica a comportarsi così. Quelli del primo partito diranno che erano quasi riusciti a condurre Pentastello sulla retta via e che la sospensione del conflitto avvantaggia Salvino, anche se a parole accetta tutte le condizioni imposte dal podestà . E so anche che alcuni del secondo partito si rifiuteranno di sospendere il conflitto ad un passo dalla vittoria finale, sperando di trarne vantaggio se il Podestà forestiero non riuscirà ad accontentare gran parte della famiglia. Ma se tornerete a litigare il declino della nostra famiglia è segnato ed essa sarà estromessa dal novero delle famiglie nobili del Regno”.

C’è poco nella parabola di Luca che assomigli, in questa favola, alle vicende dei nostri giorni, se non il perdono e l’accettazione senza condizioni del pentimento del figlio secondogenito, Salvino, quello che maggiormente si era opposto alle tradizioni della famiglia e del Regno. C’è molto di più nella vicenda storica dei podestà e soprattutto nella parabola del Buddha: chi non si accorge del pericolo è destinato a bruciare insieme alla casa. Oltretutto lo stesso podestà, nonostante la sua saggezza e influenza, farà non poca fatica a convincere della sincerità di Salvino non solo la famiglia, ma lo stesso Re e le altre grandi famiglie del Regno: nelle famiglie nobili questi voltafaccia non sono ammessi. A questo punto credo però sia giunto il momento di abbandonare parabole e reminiscenze storiche più o meno evocative e azzeccate e affrontare la natura del compito che Il presidente della Repubblica ha affidato a Mario Draghi.

Da ora sino all’inizio del prossimo anno, quando si terrà l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, il compito più visibile di Draghi consisterà nell’affrontare le due principali emergenze del paese, sanitaria e socio-economica e fornire un indirizzo chiaro sulla scuola, dando al Parlamento la garanzia di non scegliere a priori nessuna delle strategie politiche sostenute dai partiti in conflitto: insomma, di non essere un governo di parte, di “destra” o di “sinistra”, categorie, queste ultime, usate a sproposito nel recente passato. Il limite temporale dell’analisi – sino all’elezione del Presidente – credo sia inevitabile se si vuole ancorarla alla realtà e non confonderla con esercizi di fantapolitica o con proiezioni dei propri desideri di un governo auspicabile. Con l’elezione del presidente della Repubblica cambierà radicalmente il quadro ed è impossibile prevedere quali saranno i candidati e se si andrà subito dopo alle elezioni o continuerà ancora per un anno, sino alla fine della legislatura, l’esperienza di un governo  “non di parte”. In tal caso con quale presidente del consiglio, qualora Draghi venisse eletto alla suprema carica della Repubblica. Queste e altre sono tutte incognite che dipendono soprattutto dall’esperienza di governo che sta per iniziare. E dunque veniamo a quanto si può ragionevolmente prevedere nel momento in cui essa comincia.

Sono bastati pochi giorni per ottenere un primo assenso da parte dei due principali partiti politici che in un recente passato avevano adottato (ed erano stati premiati da) strategie elettorali populiste e sovraniste, oltre ad un accordo entusiastico da parte dei partiti minori, moderati e centristi. Questo è già un importante successo politico, che è stato consolidato da buone scelte “tecniche” e da una scelta, “cencellista” e saggia, sulla componente “politica” del governo: sono queste a confermare l’idea che non si tratta di un governo di parte, di destra o sinistra e che, quando in passato queste etichette sono state utilizzate, ciò è avvenuto in modo improprio, per attizzare tifoserie e nascondere la scarsa capacità e volontà dei partiti di affrontare i temi difficili ed elettoralmente poco remunerativi del risanamento del nostro paese.
Poi verranno le prove più difficili. Non tanto il G20, che, guidato da Draghi, sarà un successo cui nessuno degli altri primi ministri evocati nelle confuse settimane appena trascorse avrebbe potuto aspirare. E neppure la redazione di un piano nazionale di utilizzo dei fondi europei accettabile dall’Europa. Migliorare la bozza esistente non sarà arduo da parte del team di esperti che Draghi è in grado di mettere al lavoro: oltretutto gran parte delle riforme sono impegni che riguardano il futuro, e dunque i governi che si insedieranno dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Proprio per questo il team che affronta il dossier del Recovery Plan dovrà affrontare subito il disegno della cabina di regia e dei rapporti con i ministeri che saranno coinvolti nel piano, perché senza di loro e delle loro competenze formali è impossibile che il piano funzioni. E’ questa la parte difficile del lavoro e va svolta subito, in modo da predisporre per questa stessa legislatura, e soprattutto per le successive, un disegno organizzativo ben pensato ed effettivamente attuabile.

Nell’immediato, questo compito si aggiunge a quello di dare al più presto agli italiani l’impressione di aver voltato pagina sulle due emergenze che abbiamo ricordato più sopra, quelle che ora stanno loro maggiormente a cuore: la gestione dell’emergenza sanitaria (in particolare delle vaccinazioni) e la gestione dell’emergenza economico-sociale. E aggiungo la scuola, l’intero sistema della pubblica istruzione, perché questa è una linea di indirizzo cruciale sia per il presente che per il futuro. L’idea di allungare le lezioni sino a giugno inoltrato probabilmente incontrerà l’ostilità dei sindacati e di molti docenti, forse anche dei migliori, di quelli che si sono effettivamente impegnati nell’anno difficile appena trascorso. Un disegno chiaro per il futuro e opportuni incentivi nel presente – ma soprattutto una copertura vaccinale immediata – potrebbero trasformare questa idea in una proposta bene accolta sia dai docenti che dalle famiglie.

Torniamo allora alle due principali emergenze. Circa la prima, quella sanitaria, è ragionevole sperare che – se pure il governo non può porsi l’obiettivo di risolvere in meno di un anno i problemi dell’inefficienza amministrativa e della confusione istituzionale che affliggono il nostro paese e hanno ostacolato non poco gli interventi dei governi precedenti – si siano formati in campo sanitario progetti, esperienze e competenze che i ministri e le autorità pubbliche delegati a questo compito potranno utilizzare in modo efficace. Ma non sono pochi coloro che, con buoni argomenti, sono critici sul modo in cui è stata affrontata la pandemia nel nostro paese, anche se tutti riconoscono a Speranza, riconfermato da Draghi al ministero della Salute, il suo grande impegno personale. Né sono pochi coloro i quali criticano le modalità che l’Europa ha seguito nei criteri di approvvigionamento dei vaccini e auspicano un forte mutamento di indirizzo, ivi inclusa la ricerca di nuove fonti anche al di fuori delle Big Pharma finora selezionate. Data la natura cruciale dei problemi appena accennati al fine di fermare il più rapidamente possibile la diffusione dei contagi; date le ripercussioni di consenso che un successo in questo campo potrebbe avere sul governo e – non ultimo – dato il peso di Draghi in Europa, credo che la questione finirà direttamente sul suo tavolo.

Ancor più difficile è il compito di alleviare le conseguenze economico-sociali della crisi in corso, in modo che i cittadini possano rendersi conto di un deciso miglioramento rispetto al passato. In questo campo le  difficoltà sono due. La prima l’abbiamo appena incontrata a proposito del sistema sanitario ed è l’impossibilità di ottenere rapidi miglioramenti nell’efficienza e nel coordinamento delle amministrazioni pubbliche,  ciò che ostacola non poco interventi ben costruiti ed efficaci. La seconda difficoltà (che in parte discende dalla prima) ha a che fare con i limiti delle risorse disponibili e l’inevitabile contrasto nel loro uso: o per interventi di breve periodo, di puro ristoro monetario nelle situazioni di più grave sofferenza di famiglie e imprese, o interventi che già anticipino soluzioni sostenibili nel medio-lungo periodo, in cui l’aiuto pubblico dovrà essere limitato a imprese in grado di sopravvivere e prosperare in un contesto post Covid e, per le famiglie, in un ridisegno di misure universalistiche di contrasto alla povertà. I primi interventi non possono essere messi a carico dei fondi di Next Generation Eu e i secondi solo parzialmente: maggiore è l’impegno per sostenere nell’immediato i redditi delle famiglie e delle imprese più colpite dai lockdown, maggiore è la crescita del debito pubblico in assenza di misure di finanza straordinaria.

Credo che Il presidente del consiglio sia particolarmente attrezzato  a valutare con competenza e sensibilità umana e politica questo delicato trade-off: la necessità di conquistare Parigi – un consenso sufficiente a sostenere il governo – può forse valere la messa, abbandonando per un tempo limitato la religione di limitare gli interventi ai soli che implicano “debito buono”: è difficile passare dal cattolicesimo più lasco al calvinismo più rigoroso. Ma tante vie intermedie sono possibili e già largamente esplorate in teoria, ad esempio quelle, per me convincenti, elaborate da Tito Boeri. In ogni caso, che qui esista un problema che susciterà non piccoli contrasti nel consiglio dei ministri mi sembra evidente e, se si aggiungono quelli che proverranno dallo spostamento del baricentro politico del governo dal sud al nord, i problemi che il presidente del consiglio dovrà affrontare fanno tremare le vene ai polsi. Anche per questo la scelta di Draghi di anticipare i contrasti nel consiglio dei ministri e fare arrivare in parlamento provvedimenti su cui le forze politiche che sostengono il governo hanno già ampiamente discusso in consiglio, e forse trovato una soluzione accettata dalla maggioranza di esse, mi sembra una scelta per lui molto faticosa, ma saggia.

Non basterebbe un libro per elencare i problemi che Draghi dovrà affrontare quest’anno, e quelli cui ho fatto cenno hanno solo un proposito esemplificativo. Già da questi appaiono però chiare le difficoltà di questo straordinario esperimento, ma anche la possibilità che esso sia coronato da successo. Successo sarebbe, e grandissimo, se le due forze politiche che avevano destabilizzato il sistema politico italiano si convincessero che è possibile sostenere quanto è sostenibile delle proprie idee e godere di buoni risultati elettorali in modi meno demagogici e polarizzanti di quelli adottati nel recente passato: quale scuola migliore di quella di discutere in profondità i problemi veri del paese sotto il vincolo di dover trovare un accordo in sede di governo e sotto la guida di un presidente della Repubblica e di un presidente del Consiglio chiaramente sostenuti da uno spirito di ricerca del bene comune, competenti e non animati da passioni partigiane?

In un lontano passato ci si illudeva che la funzione dei parlamenti fosse quella della discussione onesta e approfondita attraverso la quale arrivare a una visione convergente del bene comune. Oggi ci si rende conto che deve esistere un’ampia sfera di convinzioni politiche e di valutazioni della realtà già condivise da parte dei parlamentari affinché il dissenso e il dibattito  possano dar vita ad un buon governo; affinché lo stesso contrasto tra destra e sinistra diventi produttivo di progresso economico e sociale e non di conflitto tra posizioni inconciliabili, un conflitto che il semplice voto di maggioranza non può a risolvere. La democrazia è fragile e non regge il carico di polarizzazioni ideologiche estreme e di valutazioni della realtà troppo distanti tra loro.

Se il pericolo di una rovina imminente non è percepito da tutti è inevitabile la sconsolata conclusione del Buddha. “A coloro ai quali sotto i piedi la terra non brucia al punto che paia meglio qualsiasi cosa piuttosto che rimanere nella casa, a costoro io non ho nulla da dire. Quella gente deve bruciare insieme alla casa prima di smettere con le domande”.