Draghi al Senato: «Insieme per l’amore dell’Italia». Applausi ed emozione per il premier

La prima volta del premier al Senato: mai nella mia vita responsabilità così ampia. Sostenere questo governo significa condividere anche l’irreversibilità dell’euro. Draghi precisa che questa non è la sconfitta della politica, nessuno deve fare un passo indietro, semmai un passo avanti. E vuole mostrarsi premier a tutto tondo, non solo uomo di finanza: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta». Finalmente un errore, Giorgetti lo corregge, i ricoverati in terapia intensiva sono duemila non due milioni. Sollievo dei senatori con una punta di maligna soddisfazione: pure Draghi è umano

Mario Draghi e i senatori si sono fronteggiati con circospezione. È stato l’incrocio tra un presidente del Consiglio che parlava per la prima volta in vita sua all’Aula, e parlamentari incerti se applaudirlo, a rischio di interromperlo, o restare a braccia conserte, a rischio di offenderlo. Il risultato sono stati tanti applausetti, in particolare quando i vari partiti riconoscevano le proprie parole-chiave: così il Pd ha approvato il passaggio sull’europeismo, la Lega quello su rimpatri dei clandestini; quasi impietriti i 5 Stelle («non ha mai citato il reddito di cittadinanza»), mentre qualche senatore per non sbagliare ha applaudito tutto, anche quando Draghi stigmatizza la desertificazione del pianeta che agevola il passaggio dei virus dall’animale all’uomo. Davanti a lui, il sottosegretario Roberto Garofoli ha le orecchie sempre più divaricate dalla mascherina, per la gioia dei fotografi.

Freddo polare a Palazzo: tutte le finestre aperte per frenare il contagio, sussurri preoccupati su Casini finito allo Spallanzani. Mancano pure Franceschini e Di Maio, due tra gli artefici della svolta; poi viene chiarito che Federico D’Incà, grillino che vigila sui Rapporti con il Parlamento, ha contingentato i ministri per evitare assembramenti; alcuni sono di turno il mattino altri il pomeriggio, lo stesso D’Incà è sorridente e rilassato, un mese fa doveva dare la caccia ai costruttori, adesso gli basta limitare la fronda dei suoi compagni di partito insoddisfatti. A destra del premier, Giorgetti in cravatta verde e spilla con l’Alberto da Giussano simbolo della Lega secessionista. Il sottosegretario Garofoli soffre in silenzio, ogni tanto si sfiora le orecchie indolenzite.

Il discorso di Draghi è più lungo del previsto, letto da fogli pieni di caratteri fitti. I due titoli di giornata vengono fuori subito: Ricostruzione, come nel dopoguerra, con i governi di unità nazionale; «euro irreversibile», come a dire che Salvini se vuole far parte della maggioranza deve accettare questa premessa. Timidi applausi dei senatori tipo studenti spaventati ai passaggi più accademici, come quello sul coefficiente Gini, l’indice di Disuguaglianza della Distribuzione del Reddito, purtroppo in aumento per la costernazione dei presenti. Ma si vede che il professore è preoccupato di non maltrattare gli allievi. I toni sono molto diversi dai rimproveri di Napolitano ai parlamentari che lo rieleggevano, o da Renzi che con la mano in tasca esordiva a braccio: «Auspico che sia l’ultima volta che voi senatori votate la fiducia a un governo». Al contrario, Draghi precisa che questa non è la sconfitta della politica, nessuno deve fare un passo indietro, semmai un passo avanti. E vuole mostrarsi premier a tutto tondo, non solo uomo di finanza: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta». Finalmente un errore, Giorgetti lo corregge, i ricoverati in terapia intensiva sono duemila non due milioni. Sollievo dei senatori con una punta di maligna soddisfazione: pure Draghi è umano. I fotografi non mollano il sottosegretario Garofoli, le cui orecchie sembrano sul punto di staccarsi.

Il discorso è finito, ma la cosa non è chiara perché sull’«amore per l’Italia» al premier si è strozzata la voce per l’emozione. Nel dubbio, applausi, che crescono di intensità quando si capisce che è finita davvero. Draghi chiede timidamente: «Posso sedermi?». La presidente Casellati e la segretaria generale Elisabetta Serafin, premurose, fanno cenno di sì con la testa.

Ora dovrebbe andare alla Camera per depositare il discorso, ma viene bloccato dai senatori in fila per congratularsi; in effetti deve ancora nominare i sottosegretari; gli altri si incamminano velocemente verso la buvette. Gasparri, abbastanza disgustato: «A me votare con la sinistra fa schifo, mi è piaciuta però la chiusa di Draghi sull’amor di patria». Zanda, vecchio saggio: «Qui sembra che il problema sia lo sci. Ma allora l’Ilva? L’Alitalia? Le Autostrade?». Si rivede il leggendario Scilipoti, entusiasta: «Finalmente uno statista!».

Seguono sessantotto interventi, quasi una punizione da girone dantesco: Draghi li segue tutti, pure quelli di La Russa, Giarrusso e Quagliariello, prendendo appunti. I più bruschi sono i 5 Stelle, devono pur salvare l’anima oltre al seggio, Nicola Morra alla buvette parla di sé in terza persona come la regina Elisabetta e Maradona: «Il senatore Morra non ha ancora deciso se votare la fiducia…». Mario Monti cita uno dei passaggi di Draghi: «Dobbiamo essere più orgogliosi, più generosi verso il nostro Paese; all’estero ci giudicano meglio di quanto ci giudichiamo noi». Un’anima pietosa ha trovato al sottosegretario Garofoli una mascherina più comoda.

All’ora di cena Draghi replica. Gli sistemano il microfono, «scusate devo ancora imparare» mormora, applauso di solidarietà. Torna sull’ambiente, sulla lotta alla mafia, sul turismo. Si capisce quali saranno le note su cui batterà nelle prossime settimane: la dignità nazionale — «siamo una grande potenza culturale» —, il dialogo diretto con i cittadini, cui dice di avvertire il loro dolore per «il disastro sanitario ed economico», la loro preoccupazione per il futuro. Sono arrivati Colao e la Carfagna; Giorgetti non s’è mai mosso, come Brunetta.

Attesa per Salvini e la sua mascherina-ossimoro, metà tricolore metà Alberto da Giussano, retaggio dei vecchi tempi. Il leader leghista attacca l’Europa dell’austerity, provoca i grillini con i termovalorizzatori e il ponte sullo Stretto; l’impressione è che non reggerà a lungo la coabitazione con la sinistra, lasciando la Meloni sola all’opposizione. Il premier ha esposto un programma ampio, che richiederebbe anni per riformare il fisco, la giustizia, la burocrazia; ma dice di non voler durare a ogni costo, «il tempo del potere può essere sprecato anche nell’illusione di conservarlo». E ancora: «Spesso mi sono chiesto se la mia generazione stia facendo per i nostri figli e i nostri nipoti quello che i nostri padri e i nostri nonni hanno fatto per noi, sacrificandosi oltre misura».

La Bonino lo avvisa: «Non andrà sempre così come oggi, non ci prenda gusto». Balboni di Fratelli d’Italia denuncia gridando a pieni polmoni «la censura Rai che ha oscurato il nostro capogruppo Ciriani!»; in realtà la diretta è stata spostata da Rai3 a Rai2 mentre Ciriani stava parlando, e i suoi cari non se ne sono accorti. Prendono coraggio i grillini, si iscrivono altri sette a parlare in dissenso — tra cui il mitico Ciampolillo —, altri votano no senza annunciarlo. Verranno giorni difficili, che però non cancelleranno questo giorno: a 73 anni, dice Draghi, essere chiamato da Mattarella e guidare il governo e ora ricevere una fiducia dal Senato così ampia è «la più forte emozione della mia vita».