Doppiamente “inferiori”, cristiane nel mondo islamico

La onlus Open Doors, che annualmente redige la mappa delle persecuzioni dei cristiani nel mondo, quest'anno ha dedicato un rapporto alla condizione della donna cristiana nei Paesi in cui la libertà religiosa è repressa. Se già nel mondo islamico la donna è "inferiore" (legalmente e socialmente), la donna cristiana lo è doppiamente, spesso rapita e violentata senza speranza di giustizia

Bernard Lewis, uno dei più grandi studiosi dell’islam, individua nella condizione della donna nell’islam la principale ragione del mancato sviluppo del mondo arabo-musulmano: “il maggior colpevole – scrive – sta nell’aver relegato la donna in posizione di inferiorità, ciò che priva il mondo islamico dei talenti e delle energie di metà del suo popolo e condanna l’altra metà a essere allevata da madri illetterate e oppresse. Da qui nasce una popolazione arrogante o sottomessa e non adatta a una società libera e aperta”.

L’analisi di Lewis si applica alle società tribali mediorientali e africane in generale, che sono patriarcali, gerontocratiche e autoritarie. L’islam ne ha recepito principi e istituzioni rafforzandoli. Se prima erano volontà degli antenati fondatori, nell’islam diventano infatti volontà divina.

Oltre a quella tra uomini e donne, per l’islam le differenze di status fondamentali sono tra fedeli e infedeli e tra liberi e schiavi. Questo spiega perché nei Paesi a maggioranza musulmana la condizione delle donne cristiane è particolarmente difficile, con forme di violenza fisica e morale specifiche. A sostenerlo, dimostrandolo con dati e testimonianze, è la onlus Open Doors che ogni anno redige una classifica dei paesi “in cui seguire Gesù è più pericoloso” e nel 2020 ha pubblicato un rapporto sulle forme di persecuzione che colpiscono i cristiani a seconda che siano uomini o donne, intitolato: 2020 gender-specific religious persecution.

Nei paesi dell’Asia, del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Africa sub-shariana ostili al cristianesimo – spiega Open Doors – “la violenza sessuale è spesso un crimine di ‘opportunità’ che cioè approfitta della complessiva emarginazione delle comunità cristiane”. Per esempio, “in Asia le donne cristiane sono vendute come “spose” in Cina a causa della vulnerabilità socio-economica delle loro comunità; nella penisola araba le famiglie sfruttano senza conseguenze le domestiche cristiane; nell’Africa sub-sahariana i combattenti dei gruppi armati infieriscono sistematicamente contro le donne nei villaggi cristiani o le rapiscono per destinarle a una vita di schiavitù sessuale. La violenza sessuale lascia in vita donne e ragazze per condannarle per sempre a una esistenza isolata. Nei Paesi in cui è più difficile essere cristiani, quelli in cui la persecuzione è classificata come “estrema”, donne e ragazze subiscono violenze gravi fino al punto di ridurle in una condizione di invisibile ‘morte vivente’: stupri, matrimoni forzati, segregazione domestica. In questi casi, la violenza sessuale è usata come forma di controllo e come punizione”. In molti casi poi la violenza sessuale serve “a costringere la donna a sposare il suo violentatore” o è usata “intenzionalmente per disonorare la donna che ne è vittima e, di conseguenza, la sua famiglia e la sua comunità”.

Degli 11 Stati in cui, nel rapporto 2020 di Open Doors, i cristiani subiscono forme estreme di persecuzione, otto sono islamici. Per frequenza e intensità di violenze sulle donne cristiane spicca il Pakistan. Un anno fa la Associated Press è entrata in possesso di un elenco di 629 ragazze e donne cristiane vendute come mogli in Cina, frutto di indagini condotte da investigatori pakistani decisi a colpire le reti dei trafficanti. Ma molte delle vittime restituite alle famiglie hanno rifiutato di testimoniare contro i trafficanti o perché minacciate o perché ne è stato comprato il silenzio. D’altra parte le autorità giudiziarie spesso hanno fretta di chiudere i casi.

Per negligenza o per timore altri giudici esitano o rifiutano di rendere alle famiglie le ragazze rapite, costrette a convertirsi all’islam e, benché minorenni, a sposare i loro rapitori, di solito musulmani di età molto maggiore della loro. Di alcune si ha notizia, di molte altre no, se non interviene un’associazione disposta a lottare per la loro affiancando i genitori quasi sempre privi delle risorse economiche e delle conoscenze necessarie per battersi e cercare di ottenere giustizia. Finalmente un tribunale ha dato ragione a una vittima. È Arzoo Raja, che era stata rapita nel 2019 quando aveva solo 13 anni. A novembre ha ottenuto di lasciare la casa del marito e per il momento è ospite di una casa rifugio per donne. A fine novembre Sheeza Maqsood, 16 anni, dopo alcuni tentativi falliti, è riuscita a fuggire approfittando di un momento di distrazione dell’uomo che a settembre l’ha rapita, violentata insieme ad altri uomini, costretta sotto minaccia a convertirsi all’islam e a sposarlo. Tante altre, quasi tutte, non sono così fortunate: finiscono i loro giorni in quella condizione di “invisibile morte vivente” denunciata da Open Doors.

Diversa è la storia di Sonia Bibi, una domestica di 24 anni, che il 30 novembre a Rawalpindi è stata uccisa per strada, mentre stava andando al lavoro. A spararle un colpo in testa è stato il giovane musulmano che lei non ha voluto sposare. Shahzad, questo il nome dell’uomo, aveva insistito per mesi, sempre respinto da Sonia con il sostegno dei famigliari perché, come racconta il padre di Sonia, Allah Rakha, lei era “una vera cristiana” e non avrebbe mai accettato di abiurare e di andare a vivere con una famiglia musulmana. Shahzad prima l’ha minacciata, senza risultato, e alla fine l’ha uccisa.