Dopo “Sophia”, anche “Irene” ha un valore solo politico

Compromesso sulla nuova missione navale Irene, per imporre l'embargo di armi alla Libia. Gli emigranti soccorsi in mare, secondo l'accordo, verranno sbarcati in Grecia (in cambio di concessioni) e ripartiti fra Paesi europei. Difficile che la missione serva per fermare il flusso di armi. Il valore è solo politico, per mostrare la coesione dell'Ue.

Non è ancora ufficiale ma la riunione degli ambasciatori Ue sembra aver trovato giovedì il compromesso necessario a superare i veti all’Operazione Irene, la missione navale europea che dovrà sostituire l’Operazione Sophia nel monitoraggio delle violazioni all’embargo sulle forniture di armi alla Libia.

Il nodo vero che finora aveva impedito il via libera alla missione era, come è noto, quello dei migranti illegali che potrebbero venire soccorsi dalle navi europee e che nessuno Stato membro, inclusa l’Italia, intendevano accogliere. L’intesa raggiunta prevede ora che i Paesi partecipanti definiscano un meccanismo di ripartizione ad hoc, su base volontaria, con lo sbarco dei clandestini nei porti della Grecia. Una soluzione accettata da Atene in cambio di compensazioni politiche ed economiche che non sono state meglio definite ad oggi ma che potrebbero riguardare anche il trasferimento in altri paesi dell’Unione di molti “supposti minori” sbarcati in territorio greco dalla Turchia e oggi nei campi delle isole greche di Chios e Lesbo.

Ieri la Grecia ha del resto incassato un altro successo sul fronte caldo della pressione dei migranti inviati dai turchi a premere lungo il confine terrestre tra i due Paesi. Complice il rischio di contagio da Coronavirus, le autorità turche hanno fatto ritirare tutti i migranti illegali in campi allestiti in territorio turco dove resteranno in quarantena. “Sembra che gli accampamenti di fortuna che erano stati creati” in Turchia al confine con la Grecia “siano stati smantellati e che coloro che si trovavano nell’area di confine del fiume Evros se ne siano andati” ha detto il premier greco Kyriakos Mitsotakis, “Un capitolo è stato chiuso, ma non c’è dubbio che questa battaglia continuerà. Occorre rafforzare la barriera” alla frontiera ed “è importante avere nell’area dell’Evros e sulle isole una presenza regolare” dell’Ue, ha aggiunto il premier ellenico.

A favorire la disponibilità greca ad accogliere in attesa della loro ridistribuzione eventuali migranti illegali raccolti dalle navi dell’Operazione Irene, giocano anche due fattori. Innanzitutto la missione navale si dispiegherà molte miglia a est delle attuali rotte dei migranti illegali diretti in Italia dalle coste della Tripolitania Occidentale, della Tunisia e dell’Algeria. Inoltre è stato confermato che in caso di flussi di barconi e gommoni verso la flotta europea le navi militari verranno ritirate. L’Italia non solo rifiuta di accettare altri sbarchi ma, anche alla luce della grave emergenza coronavirus, si sottrae anche a eventuali ridistribuzioni dalla Grecia. Una iniziativa che si unisce all’annuncio che i porti italiani non saranno aperti alle navi delle Ong cariche di migranti illegali almeno finché perdurerà l’emergenza Covid 19. Questo non significa però che gli sbarchi in Italia siano cessati: dall’inizio dell’anno sono sbarcati circa 2.800 clandestini contro i 500 dello stesso periodo del 2019. Ieri ne sono giunti 44 nel brindisino, tutti giovani maschi (eccetto due bambine) dichiaratisi minorenni e di nazionalità egiziana e irachena. Dettaglio non irrilevante: avevano tutti la mascherina chirurgica, pare fornita loro dagli scafisti.

Tornando alla nuova missione navale europea va ricordato che è destinata a sostituire l’attuale Operazione Sophia, che oltre al fallito compito di contrastare i flussi migratori illegali aveva anche l’obiettivo di verificare che in Libia non giungessero via mare carichi di armi (cosa peraltro sempre avvenuta senza un solo intervento della flotta Ue) e il cui mandato scadrà a fine marzo. L’Operazione Irene dovrebbe quindi prendere il mare in aprile con comando situato a Centocelle (Roma) dove si trova il quartier generale di Sophia, affidato al contrammiraglio Fabio Agostini e composta navi offerte da Italia, Francia, Spagna, Germania e Finlandia. La missione avrà un mandato di un anno con verifiche sulla sua operatività ogni quattro mesi.

Il pattugliamento per monitorare le violazioni all’embargo, per lo più legate ai carichi di armi trasferiti a Tripoli dalla Turchia a bordo di navi cargo scortate da navi da guerra di Ankara, si svilupperà quindi al largo delle coste libiche all’altezza del Golfo della Sirte o ancora più a est. Vedrà l’impiego di unità navali, aerei da pattugliamento marittimo, elicotteri, controlli satellitari e il ricorso ad attività di intelligence mentre interventi nelle acque territoriali e sul territorio libico restano soggetti (come fu per l’Operazione Sophia) al via libera delle autorità libiche.
Difficile però ritenere che i due contendenti libici autorizzino la missione navale europea a contrastare sul territorio dell’ex colonia italiana i traffici di armi diretti ad alimentare i loro rispettivi arsenali. I limiti dell’Operazione Irene restano quindi ben evidenti.

I mercantili che portano armi al Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj a Tripoli sono scortati da navi da guerra turche ed è difficile immaginare che la flotta Ue abbia regole d’ingaggio così robuste da permettere di scatenare una battaglia navale contro la Marina di Ankara per bloccare le forniture di armi al governo libico legittimo e riconosciuto dall’Onu. Al tempo stesso i flussi di armi diretti all’Esercito Nazionale Libico (Lna) del generale i Khalifa Haftar giungono in parte dal confine terrestre egiziano e per via aerea dagli Emirati Arabi Uniti, mentre carichi di veicoli imbarcati su navi mercantili vengono sbarcati nel porto egiziano di Sidi el-Barrani, nei pressi del confine, e poi trasferiti su strada in Cirenaica.
Difficile quindi credere che l’Operazione Irene possa avere successo anche se, sul piano politico, potrebbe almeno dimostrare che “la Ue esiste”, cosa di cui l’Unione ha disperato bisogno specie ora che il dibattito sugli aiuti finanziari a Italia e Spagna colpite dal Coronavirus rischia di darle il colpo di grazia.