“Divieti e mascherine”. Perché l’Italia sta meglio del resto d’Europa

Il Financial Times elogia il nostro Paese per come ha gestito la pandemia. Gli esperti: “Misure dure”. E a Genova obbligo di protezioni anche di giorno

Una durissima lezione all’inizio, con il Nord travolto dall’epidemia, poi le misure stringenti per tutta la popolazione, che ha imparato a proteggersi riducendo così la circolazione del virus. L’Italia si ritrova ad essere un modello nella gestione anche sociale della pandemia, o comunque come tale finisce sulle pagine del Financial Times e del Wall Street journal. Le due testate confrontano i nostri dati con quelli di altri Paesi europei come Francia, Spagna, Regno Unito, dove oggi le cose vanno molto peggio, sia in fatto di contagi quotidiani, che di ricoveri e decessi. A fronte di circa 1.500 casi al giorno da noi, infatti, altrove se ne contano anche 10mila.

Secondo le autorità sanitarie italiane, spiega il Financial Times, c’è stata una diffusa accettazione delle misure restrittive, come l’uso delle mascherine nei negozi e sui trasporti. Un sondaggio dell’Imperial College di Londra ha rivelato che l’84% degli italiani sono «molto o abbastanza disponibili» ad indossare una mascherina in una certa situazione se lo chiede il Governo, contro il 76% di chi vive ne Regno Unito. A Genova si vedrà subito se quella percentuale è realistica, visto che il governatore Giovanni Toti annuncia una ordinanza con l’obbligo di indossare la protezione anche di giorno nelle zone del centro. Ancora, in Italia, dice il quotidiano economico britannico che ha sentito il microbiologo Andrea Crisanti, ci si è concentrati su test di massa e sorveglianza dei casi positivi. Visti da fuori forse siamo meglio di quello che crediamo.

Franco Locatelli, membro di rilievo del Comitato tecnico scientifico in quanto presidente del Consiglio superiore di sanità spiega i numeri italiani dicendo che evidentemente «le varie misure promosse hanno fatto presa tra i cittadini, al di là di qualche episodio, di alcuni focolai legati alle zone di vacanza. Per il resto le persone sono state attente e fortunatamente hanno imparato magari non tutta ma larga parte della lezione». Anche il lockdown è considerato efficace dal professore del Bambin Gesù. Altrove non è stato così restrittivo. «Con quel provvedimento abbiamo fatto flettere la curva in modo importante. Le misure sono state dure ma ognuno di noi le ha affrontate con la consapevolezza che si rinunciava a qualcosa, attività produttive e istruzione, per combattere meglio il virus».

Secondo Luca Richeldi, pneumologo del Gemelli che ha lavorato quattro anni a Southampton in Inghilterra e proprio ieri ha partecipato ad un’audizione con alcuni parlamentari di quel Paese, la nostra forza dopo il lockdown sono state «le aperture graduali e molto controllate. Ci siamo presi tempo per preparare i protocolli», cosa che non ha fatto rialzare la curva come altrove. Inoltre «noi siamo stati più trasparenti, figurarsi che in Inghilterra per lungo tempo non si conoscevano i nomi degli esperti del comitato del Governo». In questo modo i cittadini hanno rispettato più di buon grado le indicazioni di sicurezza.

L’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, che proprio ieri è stato nominato assessore alla Sanità in Puglia, dove si è occupato finora dell’emergenza Covid, spiega che «in Italia stiamo usando gel e mascherine molto più rispetto agli altri Paesi, oltre a rispettare il distanziamento. E poi facciamo bene il contact tracing, non so se in tutti gli altri Paesi mettono in campo le stesse forze per individuare i casi e isolare i contatti». Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive a Milano, è attendista. «Attenzione, una piccola ripresa della curva l’abbiamo avuta, vediamo cosa succede nei prossimi giorni».

È ancora presto per comprendere l’effetto dell’apertura delle scuole, anche se lo stesso Galli ieri ha presentato una ricerca sierologica sulla popolazione di Castiglione d’Adda, dove il virus ha colpito il 22,6% della popolazione generale ma il 40% di chi ha più di 90 anni e il 10% di chi ne ha meno di 10. «Abbiamo visto – spiega – che i bambini sono colpiti da una malattia più leggera ma si infettano anche meno. Su questo possiamo essere fiduciosi, anche se dobbiamo stare ancora attenti». Anche Locatelli non vede un futuro nero. «Io di solito sono molto cauto ma questa volta posso dirmi ottimista. Magari il numero dei contagi crescerà ancora ma non arriveremo a livello di chi oggi va peggio. Il nostro Paese è attrezzato per evitare una nuova ondata di quella violenza»