Distanti su giustizia e fondo salva-Stati. La battaglia tra alleati non è finita

Si apre una settimana cruciale per il destino della maggioranza giallorossa, sopravvissuta faticosamente agli scontri su giustizia, Fisco e fondo salva-Stati. La fiducia nel governo e nel premier è in discesa, un italiano su due pensa che il Conte due abbia i mesi contati, il Quirinale è preoccupato e il presidente del Consiglio, indebolito dalla litigiosità dei partiti, deve sbrogliare una matassa sempre più intricata. Evitando che il filo dell’alleanza, già fragilissimo, si spezzi.

«Si rischia di arrivare alle elezioni, quasi inavvertitamente», ha avvisato sul Corriere il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, spronando Luigi Di Maio a dire se ha ancora fiducia in Giuseppe Conte. E poiché lo stesso monito deve far fischiare le orecchie a Matteo Renzi, è chiaro che il governo ha bisogno di un tagliando. Il ministro Roberto Speranza di Leu, tra i più determinati a portare avanti l’esperienza con il M5S, indica una sola bussola: «Pensare più ai problemi del Paese, dalla crescita economica alla questione sociale, che ai problemi delle personalità della maggioranza». E mettere in cantiere per gennaio «un grande appuntamento sulla nuova agenda».

A Palazzo Chigi il dossier è sul tavolo, ma la cautela prevale. Conte, che i collaboratori descrivono «sereno e determinato», vuole vedere in quali condizioni sarà la maggioranza quando arriverà al traguardo della legge di Bilancio e solo allora deciderà con quali modalità rilanciare l’azione del governo. Il tema sono i tempi: prima o dopo le elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna? «I nodi da sciogliere sono ancora troppi», va ripetendo Giuseppe Conte tra una mediazione e l’altra. La prossima sarà sulla giustizia, con un vertice che metta pace tra Orlando e Alfonso Bonafede.

Sulla prescrizione le posizioni restano distanti. L’ex Guardasigilli e gli esperti del suo partito stanno studiano una (doppia) proposta per modificare o addolcire il blocco voluto dal M5S. Portare a due o tre anni la sospensione della prescrizione dopo il verdetto di primo grado, che oggi con la riforma Orlando è di 18 mesi, oppure lasciare intatto il blocco che entrerà in vigore l’1 gennaio ma introdurre la prescrizione del processo se dopo un certo periodo non si conclude con una sentenza. Se i 5 Stelle diranno di no, scatterà l’ennesimo braccio di ferro.

Sul Mes il ministro Gualtieri ha fatto il miracolo e Di Maio lo ha ringraziato con un sms. Ma la battaglia non è finita e Carlo Cottarelli, che dirige l’Osservatorio sui conti pubblici, suggerisce di smetterla con i litigi per non far salire lo spread. Il sottosegretario dem all’Editoria, Andrea Martella, è altrettanto preoccupato: «Prima possibile bisognerà fare una nuova agenda e verificare se ci siano le condizioni per andare avanti». Al Nazareno più di un dirigente propende per il no, ora che pure Italia viva si è messa a minacciare il ritorno alle urne. «Governare con Di Maio porterà il centrosinistra al disastro», invoca il voto Giacomo Portas.

Per innescare la retromarcia su plastic tax, sugar tax e auto aziendali c’è voluto un vertice lungo 15 ore, ma la legge di Bilancio è in ritardo e il Parlamento dovrà rinunciare alla terza lettura. Da qui alla fine del 2019 restano appena 14 giorni di sedute e c’è da superare l’ingorgo dei decreti in scadenza, Fisco, clima, scuola e sisma. Intanto, dietro le quinte, Renzi e Salvini dialogano sulla legge elettorale e la rivolta dei parlamentari del Movimento minaccia la leadership di Di Maio, costretto ad accettare un incontro con i 14 capicommissione.