Discoteche chiuse: si muore anche senza Covid/ Non esiste libertà senza educazione

Una ordinanza dichiara chiuse fino al 7 settembre le discoteche per rischio diffusione corona virus: ma si muore anche senza pandemia Ha ragione Linus, ex dj e direttore di Radio Deejay a dire che esistono altri modi per divertirsi, dopo aver letto sui giornali posizioni scandalizzate per la chiusura delle discoteche, “i ragazzi hanno diritto di vivere”. Vivere o morire? Rimbambirsi o provare la bellezza del divertimento autentico? Siamo onesti una volta tanto e diciamo che le discoteche, così come sono diventate, andrebbero chiuse sempre, non solo in pandemia

Le discoteche, ora chiuse per paura di contagio del Covid, sono un luogo di morte ben prima dello scoppio della pandemia. Qualcuno ricorderà i tanti articoli, commenti, spreco di parole dedicati alle “stragi del sabato sera”. Erano i tempi, ma ci chiediamo se siano davvero finiti, quando i ragazzi che andavano in discoteche aperte da mezzanotte all’alba si ubriacavano e poi a bordo delle loro automobili si schiantavano morendo a dozzine. Si inventarono misure di sicurezza, minor vendita di alcolici e addirittura autobus speciali per portare e riportare a casa i ragazzi dalle nottate in discoteca. Poi arrivarono le droghe chimiche come l’ecstasy, spacciate in gran quantità in tutte le discoteche d’Italia, e anche qui i morti. Ragazzini e ragazzine che non sapevano nemmeno cosa ingoiassero. Qualche perquisizione, qualche chiusura (temporanea però) dei locali considerati a rischio e niente altro. Ci sono poi i rave party, cosiddette discoteche “alternative” all’aperto o in grandi magazzini, il cui luogo è tenuto segreto e comunicato solo per passaparola. Qui si radunano in migliaia, la musica è un rimbambimento totale, non è neanche più musica, ma una accelerazione di battiti elettronici sempre uguali, che da sola, senza neanche la droga che comunque circola in quantità industriale, rimbambisce chiunque. Alcuni di essi durano anche 24 ore consecutive. Non è più la cultura del divertimento, come erano le discoteche degli anni 70, ma la cultura dello sballo. Poi c’è la questione del sesso facile e anche degli stupri e delle risse, anche mortali, fuori della discoteca. Non stupisce quindi che un idolo dei discotecari, il dj Bob Sinclar, sintetizzi tutto con questa squallida frase di menefreghismo: “Il distanziamento sociale è l’opposto di quello che significa stare insieme. Come puoi chiedere a chi ama ballare di mantenere una certa distanza dagli amici? La regola è ‘goditi l’attimo‘. Non ho un consiglio migliore”.

Ha ragione Linus, ex dj e direttore di Radio Deejay a dire che esistono altri modi per divertirsi, dopo aver letto sui giornali posizioni scandalizzate per la chiusura delle discoteche, “i ragazzi hanno diritto di vivere”. Vivere o morire? Rimbambirsi o provare la bellezza del divertimento autentico? Siamo onesti una volta tanto e diciamo che le discoteche, così come sono diventate, andrebbero chiuse sempre, non solo in pandemia. Ma no non si può, sarebbe lesivo della libertà. Ma cosa sia autentica libertà, oggi è un valore che ha perso ogni significato. Non esiste libertà senza una educazione, a cui ha abdicato chi di dovere, genitori, scuole, politici che danno esempi pessimi di comportamento ai giovani.

Ha ragione Linus a dire che “quale imbecille di politico, governatore, sindaco o questore poteva pensare che si potessero aprire e non avere assembramenti?!?”. Dietro le discoteche ci sono interessi economici enormi, ecco perché non sono state chiuse. Probabilmente anche ricatti a chi di dovere. Il tutto sulla pelle di ragazzini che hanno smarrito ogni capacità di divertirsi davvero. Ancora Linus : è una posizione «da paraculi», dice, perché “i ragazzi hanno migliaia di altri modi per divertirsi. Correndo qualche rischio, certo, perché è assurdo pensare di chiudersi in un bunker. Ma è stupido favorire i problemi”. Chi si occupa oggi dei problemi, in modo serio, per il bene del prossimo. Abbiamo paura che non sia nessuno a farlo.