Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau

La storia della "baracca dei preti" del Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti e uccisi 1054. Sperimentarono il furore anticristiano delle SS naziste. San Paolo VI ricevette i superstiti e lodò la loro fedeltà al sacerdozio. La loro presenza costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava assente.

Non è molto conosciuta la storia della “baracca dei preti”, quel Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti (i cattolici erano 2.579) e uccisi 1054. Il regime nazista temeva il carattere universale del cattolicesimo e rese difficile la vita di religiosi e fedeli sin dall’inizio: nel 1937 la politica di “deconfessionalizzazione” della Germania portò alla cifra record di 108.000 cattolici apostati. In quello stesso anno Pio XI promulgò l’enciclica “Mit brennender Sorge” (Con cocente preoccupazione) nella quale veniva denunciata la “violenza tanto illegale quanto inumana” a cui erano sottoposti i cattolici nella società del Terzo Reich e che venne letta dai pulpiti delle parrocchie la domenica delle Palme. L’encliclica intensificò il clima persecutorio: la Gestapo confiscò 12 tipografie ed arrestò in tutto il Paese molti sacerdoti e laici per la sua diffusione clandestina.

Dachau, primo campo di concentramento voluto dal regime nazionalsocialista ed attivo già dal 1933 per gli oppositori politici, divenne la “diocesi più grande d’Europa” a partire dal dicembre del 1940, quando Heinrich Himmler, capo della polizia, dispose proprio in quel lager il trasferimento di tutti i preti internati. La nazionalità più rappresentata era quella polacca: vi trovarono la morte 868 sacerdoti polacchi, eliminati anche per dare seguito al piano di distruzione completa dell’intellighenzia di quella terra. 28, invece, i preti italiani internati: a Dachau morì padre Giuseppe Girotti a soli 40 anni. Il domenicano piemontese, proclamato beato da papa Francesco nel 2014, venne trasferito nel lager da Bolzano dove era stato imprigionato per aver assistito un uomo che credeva essere un partigiano ferito e che in realtà si rivelò essere un delatore. Il religioso veniva tenuto sotto controllo da tempo per aver aiutato alcuni ebrei a fuggire in Svizzera, attività per la quale nel 1995 gli è stato conferito il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni.

Da Bolzano arrivò a Dachau il 9 ottobre 1944 insieme a don Angelo Damasso, anch’egli accusato di aver supportato gli uomini della Resistenza e con il quale condivise la tragica esperienza nel lager durata cinque mesi, prima della morte provocata da un carcinoma che ne aveva iniziato a divorare il fisico a causa delle dure condizioni di lavoro a cui era sottoposto. E’ forte il sospetto, inoltre, che il decesso del domenicano sia stato anticipato dai medici nazisti con un’iniezione letale.

La vita del Blocco 26 ruotava attorno la cappella aperta nel gennaio del 1940 e nella quale poteva essere celebrata soltanto una messa al giorno, proibita ai prigionieri laici del campo. I locali erano piccoli, appena nove metri per venti, ma venivano tenuti puliti e curati quotidianamente dai sacerdoti: l’altare era formato da una tavola di legno, il tabernacolo veniva illuminato da una lampada rossa, c’erano dei quadri per riprodurre le stazioni della Via Crucis. Qui celebravano le loro liturgie anche ortodossi e protestanti; la solidarietà tra compagni di prigionia fece sì che il Blocco 26 divenisse una sorta di “palestra” di dialogo ecumenico, come testimoniato dall’esperienza stessa di padre Girotti che proprio dal confronto quotidiano con un pastore luterano sulla Bibbia trasse l’ispirazione per scrivere un commento al libro del profeta Geremia.

I sacerdoti detenuti a Dachau sperimentarono sulla loro pelle tutto il furore anticristiano delle SS naziste: invitati con la forza a spogliarsi dei loro abiti ecclesiastici, venivano costretti a bestemmiare o torturati sadicamente con una corona di filo spinato in testa per deridere la Crocifissione di Gesù. Il sovraffollamento era tale, specialmente con l’avanzata tedesca nell’Europa occidentale e il conseguente arrivo di sacerdoti di altre nazionalità, che dovevano dormire in tre in una cuccetta, alle prese con i pidocchi e all’esposizione a malattie come il tifo, diarrea e tubercolosi che spesso risultavano fatali.

Non pochi morivano tra atroci sofferenze, poi, a causa degli esperimenti a cui erano sottoposti dai medici militari. I sacerdoti più coraggiosi, incuranti del pericolo di contagio e dei divieti dei guardiani, si recavano clandestinamente fuori dal Blocco a portare i sacramenti ai prigionieri laici. L’identità sacerdotale, nonostante le proibizioni e le violenze, non venne scalfita ed uscì persino rafforzata dalla vita nel lager, come si può ricavare dalla testimonianze dei superstiti. Un aspetto che San Paolo VI, ricevendo 200 di loro in udienza nella Sala del Concistoro il 16 ottobre del 1975, volle sottolineare con forza, lodando la fedeltà dimostrata al sacerdozio in quelle terribili circostanze. La celebrazione della Messa e le preghiere comunitarie erano i veri momenti di consolazione per i prigionieri del Blocco 26 ( e di quello 28, in parte riservato al clero polacco), quelli da cui trovavano la forza per andare avanti nonostante tutta la disumanità attorno a loro.

Il comando nazista lo sapeva e per questo non esitò ad adottare, nel settembre del 1941, anche un provvedimento odioso come il divieto di accedere alla cappella per i sacerdoti polacchi. Per impedire a costoro di assistere da lontano alla liturgia, il comandante del campo fece addirittura dipingere con vernice bianca le finestre della cappella. Questo non impedì al clero polacco del Blocco 28 di celebrare segretamente la Messa grazie all’aiuto dei sacerdoti tedeschi che passarono loro ostie e vino di nascosto. I rosari vennero sequestrati, ma i prigionieri si arrangiarono costruendone dei modelli rudimentali con pezzi di legno.

Le violazioni delle regole esponevano i prigionieri a gravi rischi come in occasione di un Venerdì Santo quando i nazisti torturarono 60 sacerdoti con le catene, provocando la morte di alcuni e lasciando invalidi gli altri. Pur privi del loro abito e costretti a celebrare con pezzi di stoffa addosso, i prigionieri continuarono ad onorare il loro sacerdozio, non rinunciarono all’adorazione eucaristica durante il lavoro nelle piantagioni alternandosi nel tenere in mano una scatola con dentro la Sacra Particola.

Nonostante la fame e le condizioni igieniche disperate degli alloggi, mantennero fede alla loro missione rinunciando spesso alle porzioni di cibo per far mangiare i più malati e difesero la cappella quando, a causa del sovraffollamento, il comando nazista pensò di rimuoverla per far posto a nuovi dormitori. Come ha scritto il gesuita Lorenzo Girardi in un articolo su “La Civiltà Cattolica” dedicato proprio alla storia dei religiosi a Dachau: “La presenza dei sacerdoti, con le loro parole di incoraggiamento e gli atti di carità materiale, se non sacramentale, costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava fosse completamente assente”