DIETRO I DPCM/ Dai soldi europei alle Ong: se Conte non piace più al Pd

Conte è convinto che prolungare l’emergenza basti a salvarlo, ma il quadro sta cambiando, dall’Ue a Salvini passando per il Pd

Ancora una volta, è uno dei soliti Dpcm l’arma nemmeno più tanto segreta che garantisce la sopravvivenza di Giuseppe Conte e del suo governo. L’ennesimo decreto del presidente del Consiglio (che sarà firmato entro mercoledì) accompagnato dalla paura di un contagio che lo giustifica. L’emergenza è sempre più il mastice che tiene insieme l’esecutivo, il motore che lo trascina in avanti di giorno in giorno. Allungare i tempi deve servire per giungere al momento in cui pioveranno i soldi europei, ma questi soldi non sono ancora nemmeno all’orizzonte. E mancano pure i progetti che l’Europa pretende per firmare il maxi assegno.

Conte persiste nell’immobilismo, convinto che sarà sufficiente alimentare i timori nella popolazione per ricevere la legittimazione a restare a Palazzo Chigi. Lo stato di emergenza sarà prolungato, e questo secondo lui basterà per sorreggere il governo. Ma attorno all’esecutivo il mondo si muove. L’economia boccheggia. La fine del periodo in cui era vietato licenziare si avvicina. I soldi europei non arrivano. La Merkel respinge Conte con un gesto plateale. Gli accordi con l’Europa sul Recovery Fund si complicano. I 5 Stelle, che hanno proposto il nome del premier e lo hanno sostenuto, si sfaldano perdendo ogni compattezza. E il Pd, che è il vero garante delle cancellerie europee, non ne può più. Il solitamente prudente Corriere della Sera arriva a ipotizzare una crisi pilotata per cambiare qualche ministro e forse addirittura il premier, in modo da imprimere una svolta all’azione di governo. Una scossa che auspicano tutti, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio fino a Matteo Renzi. Tutti, fuorché Conte, quello che rischia di più.

C’era un altro elemento su cui contava il presidente del Consiglio per tirare a campare, cioè l’eliminazione del principale avversario. Matteo Salvini doveva essere tolto di mezzo per via giudiziaria, attraverso i processi legati ai divieti imposti un anno fa dall’allora ministro dell’Interno alle navi cariche di migranti. Rinvio a giudizio, dibattimento, condanna, legge Severino: un poker che avrebbe portato il leader leghista fuori dalla contesa politica. In fondo, Salvini messo ai margini fa comodo a tutti, alla maggioranza e pure al resto dell’opposizione.

Ma ieri a Catania è andato in scena uno spettacolo completamente diverso da quello che molti auspicavano. Gli avvocati di Salvini hanno ribattuto alle accuse chiamando sul banco dei testimoni mezzo governo Conte 1, a partire dallo stesso premier passando per Di Maio, Toninelli e la Trenta, per finire con Luciana Lamorgese. E la procura di Catania ha chiesto, come già aveva fatto nella prima fase del procedimento, il “non luogo a procedere” per Salvini, e quindi il suo proscioglimento.

Per la strategia di Conte è un brusco ritorno alla realtà. Il processo che doveva spazzare via il suo ex ministro dell’Interno si sta rivelando un boomerang per quanti volevano approfittarne: il 20 novembre sarà il premier a dovere comparire nell’aula di giustizia con Di Maio e Toninelli, mentre agli altri toccherà il 4 dicembre. E al tempo stesso si allontana la possibilità che il gup di Catania decida per il rinvio a giudizio, respingendo le istanze convergenti dell’accusa e della difesa.

Salvini ieri aveva tutto il diritto di gongolare nella conferenza stampa successiva all’udienza. E Conte ha il dovere di preoccuparsi, perché il surplace in bilico sulla bicicletta del governo si rivela un esercizio di immobile equilibrismo ogni giorno più problematico.