DIARIO USA/ Noi, accerchiati e impotenti, alle prese con la nuova povertà

Il 20 gennaio tocca a Joe Biden. Nel frattempo il Covid ha messo a nudo la fragilità degli Usa e innescato nuove povertà. Se l’inizio della vaccinazione ha portato un’ombra di sorriso sul volto di tutti, la percezione di sentirsi accerchiati rimane, così come rimane un profondo senso di impotenza che sembra inevitabilmente segnare qualsiasi tentativo di continuare a vivere e ricominciare a costruire. La fatica di una scuola vissuta stranamente, di aziende che non riescono a tirare avanti e gente che resta senza lavoro. È duro questo cammino tra incertezza, paura, malattia e morte. Non è più questione di crederci o non crederci, è questione di chissà se domani avrò ancora un lavoro e soprattutto come reagirà il mio organismo al virus se anche io mi ammalo. E questo – che piaccia o meno – lo sa solo Dio.

Tante domande per quest’anno che comincia. Anno nuovo, presidente nuovo. Il 20 Gennaio Joe Biden, mano sulla Bibbia, reciterà: “Giuro solennemente che svolgerò le funzioni di presidente degli Stati Uniti fedelmente, e al meglio delle mie capacità preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti”. E così comincerà il suo mandato, e per lui e tutta l’America l’avventura del dopo-Trump.

Basterà? Basterà a ridare slancio e fiducia ad un paese che ha così tante ferite da leccarsi? L’America, come tutto il resto mondo, avrebbe voglia di lasciarsi alle spalle il Covid, di dimenticarselo, di seppellirlo assieme alle tante, troppe, vite che si è preso. Ma il Covid non se ne va ed anzi continua a bussare a sempre più porte e visitare sempre più case.

Per quanto tanta America, soprattutto quella non metropolitana, cerchi ostinatamente di ignorarlo o pretenda di essersi abituata a conviverci, il virus non si offende e procede: lunedì scorso abbiamo superato l’ennesimo record con oltre 121mila ricoveri, gli ospedali sono pieni, stiamo rapidamente arrivando ai 20 milioni di casi e un americano su mille ha perso la vita per le conseguenze del virus.L’altro giorno si è portato via anche il primo congressman (appena eletto), Luke Letlow, 41 anni.

Se l’inizio della vaccinazione ha portato un’ombra di sorriso sul volto di tutti, la percezione di sentirsi accerchiati rimane, così come rimane un profondo senso di impotenza che sembra inevitabilmente segnare qualsiasi tentativo di continuare a vivere e ricominciare a costruire. La fatica di una scuola vissuta stranamente, di aziende che non riescono a tirare avanti e gente che resta senza lavoro. È duro questo cammino tra incertezza, paura, malattia e morte. Non è più questione di crederci o non crederci, è questione di chissà se domani avrò ancora un lavoro e soprattutto come reagirà il mio organismo al virus se anche io mi ammalo. E questo – che piaccia o meno – lo sa solo Dio.

È una nuova povertà quella che affligge gli Stati Uniti, e non solo economica. Il Covid non è l’unica ferita sanguinante, ma certamente è quella che ne ha riaperte e continua a riaprirne tante. Ferite vecchie e nuove, ferite al corpo, ferite allo spirito che hanno messo a nudo la fragilità nostra come persone e la precarietà di quel sistema di apparente benessere che abbiamo costruito.

E il tutto mentre ci troviamo a che fare con due “mezzi-presidenti”. Uno, Biden, che sta cercando di capire su cosa sia più urgente metter mano tra venti giorni, e l’altro, Trump, che non avendo più niente da perdere si limita a custodire i suoi fedelissimi e a mettere in difficoltà quel partito repubblicano che lo ha mollato. Cosa fa Trump di questi tempi oltre a giocare a golf? Perdona i suoi scudieri che la giustizia ha condannato per reati vari (da falsa testimonianza all’uso improprio di fondi destinati alla campagna elettorale, dalle sparatorie mortali a Baghdad di uomini della Blackwater alle interferenze russe sulle elezioni del 2016). Sapete di quante persone stiamo parlando? Quarantadue. Quarantadue non in quattro anni di presidenza, quarantadue “perdoni” dal 25 novembre a oggi, Flynn in testa.

Con il partito che sta faticosamente cercando di muovere i primi passi in uno scenario “post-Trump”, le cose si sono guastate definitivamente. Dapprima, suscitando lo sdegno di tutti, il presidente ha aspettato l’ultimo istante per mettere la sua firma su quelle misure straordinarie che danno più sostanza ai benefici di disoccupazione (misure che non si era vergognato di definire “una disgrazia”). Subito dopo ha spiazzato totalmente i repubblicani proponendo che lo “stimulus check”, l’incoraggiamento a vivere e spendere che arriva diritto a casa, invece dei previsti 600 dollari fosse di 2mila!

Ultimi colpi di coda di un’amministrazione che se ne va.

Tante domande per quest’anno che comincia.

Posso solo offrire a tutti quello che abbiamo posto al centro del nostro New York Encounter 2021: “(…) In definitiva, gli eventi degli ultimi mesi hanno messo a nudo il nostro bisogno radicale e smascherato la nostra illusione di controllo. Un nocciolo più profondo, più vero della nostra umanità va emergendo: una aspettativa. Aspettativa di un vaccino, della fine del razzismo, del cambiamento politico …o di qualcos’altro di più radicale. È questa aspettativa che ci spinge verso il futuro, accendendo il desiderio di continuare a camminare”.

Con questa aspettativa possiamo dirci l’un l’altro con senso di amicizia vera, Happy New Year and God Bless America!