Deus caritas est, così Benedetto rimise al centro Dio

Il 25 dicembre 2005 Benedetto XVI firmava la sua prima enciclica, Deus caritas est (Dio è amore), pubblicata un mese dopo. All’origine del documento un’idea del Cor Unum, respinta dalla Segreteria di Stato ma sostenuta da Ratzinger che, divenuto Papa, la sviluppò dandole un volto completamente nuovo. Fin dall’inizio dell’enciclica Benedetto evidenziò, contro ogni secolarismo, la centralità di Dio come causa fondamentale della carità e di tutta la salvezza umana.

Il 25 dicembre 2005 Benedetto XVI firmava la sua prima enciclica, Deus caritas est (Dio è amore), pubblicata il 25 gennaio 2006. Questo documento è diventato una sorta di dichiarazione di governo di quel pontificato. E ha avuto – come tutti i passaggi religiosi epocali della nostra Chiesa – una storia editoriale molto movimentata.

UN’IDEA NON GRADITA

Nel 1995 san Giovanni Paolo II mi nominò presidente del Cor Unum, il dicastero vaticano per coordinare l’azione di carità della Chiesa. Col tempo mi venne in mente che in un mondo di umanesimo secolare, anche tra i credenti, le radici cristiane della carità ecclesiastica si stessero dimenticando. Dopo essermi consultato con il Santo Padre, ricevetti l’incarico di redigere un testo chiarificatore. Subito mi misi al lavoro con il mio dicastero. Dopo approfondite riflessioni, inviammo una proposta alla Segreteria di Stato. Nell’estate del 2004 arrivò la risposta che il progetto era stato rifiutato. Purtroppo, ormai, l’indebolimento della Caritas era evidente e, soprattutto, la missione del Papa si avviava verso la fine. Mi rivolsi quindi al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, inviandogli il nostro testo. Quando andai a trovarlo poco dopo, scrisse subito alla Segreteria di Stato, difendendo la nostra bozza respinta.

Papa Giovanni Paolo II tornò alla casa del Padre il 2 aprile 2005. Fu il cardinale Joseph Ratzinger a diventare il suo successore. Nei primi giorni del suo pontificato soggiornava a Casa Santa Marta in Vaticano. Io lo incontrai poco dopo, ci salutammo e subito, come se sospettasse la mia richiesta inespressa, mi chiese: “Cosa succederà ora all’enciclica?”. Naturalmente sapevo che la prima lettera apostolica del Papa formulava il suo “programma di governo” – come Giovanni XXIII con la Ad Petri cathedram (29 giugno 1959), Paolo VI con la Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e Giovanni Paolo II con la Redemptor hominis (4 marzo 1979). Allora risposi spontaneamente: «Penso che il nuovo Papa abbia tante cose in mente che vorrebbe affrontare nella sua prima enciclica. Ma se nella sua testa ci fosse anche un po’ di spazio per l’argomento “Caritas”, ne sarei molto felice». Rispose: «Presto mi deciderò». Poco dopo mi fece sapere che avrebbe affrontato il tema del comandamento dell’amore.

PUNTO ESSENZIALE

L’enciclica ha ricevuto una risposta insolitamente positiva in tutto il mondo. I giornali e i media elettronici le hanno dato ampio spazio con commenti di approvazione in molti Paesi occidentali. Persino il New York Times – non esattamente un organo compiacente verso la Chiesa cattolica – l’ha approvata e le ha dedicato un articolo in prima pagina. Naturalmente abbiamo tirato un sospiro di gioia al Cor Unum.

Ad una lettura più attenta, tuttavia, notammo che al testo era stato dato un volto completamente nuovo. Prima di tutto c’era la novità data dal linguaggio vivo del Papa e l’aggiunta di molti aspetti sull’argomento che avevamo dimenticato. Ciò che emerse in modo cruciale, tuttavia, è che il Papa aveva, per così dire, ribaltato la nostra vecchia versione. Nel lavoro preliminare, avevamo presentato induttivamente il problema in questione. Il tema era la nuova volontà delle persone e della società di oggi di aiutare i bisognosi. Il “Piano Marshall” e l’istituzione dei ministeri dello sviluppo sono stati solo molto recenti; per secoli, l’interesse europeo per i Paesi stranieri è stato principalmente coloniale, se non sfruttatore. Ma ora si è diffusa la consapevolezza che l’uomo meriti sostegno e aiuto per la sua dignità. In tale contesto inserivamo poi l’impegno dei cristiani, le loro tante iniziative spontanee, individuali, ecumeniche ed ecclesiastico-ufficiali.

Come punto finale, ma non meno importante, avevamo considerato il Vaticano II e il contributo della Chiesa al successo della comunità umana (ad esempio la Costituzione pastorale Gaudium et spes n. 26; 42s.). È quindi giunto il momento che la Chiesa si assicuri la propria parte nel coro polifonico di tutti i ben intenzionati – senza, ovviamente, isolarsi in tale autoriflessione.

SENZA SCADENZA

Sullo sfondo di questa precedente bozza, l’attenzione che papa Benedetto voleva porre con la sua presentazione salta all’occhio. Rinuncia a qualsiasi introduzione pedagogica che avvicini gradualmente al problema. Si comincia con il botto: “Deus caritas est”, che spiega dettagliatamente nella prima metà dell’enciclica. Lascia alla seconda parte la discussione delle questioni organizzative coinvolte. La storia editoriale dell’enciclica mostra – anche al di là del suo titolo univoco – che la chiave ermeneutica della sua lettura sta nella questione di Dio. Questo accento deve essere mantenuto nonostante tutto l’interesse pratico per il lavoro di aiuto della Chiesa. Ovviamente oggi ha una nuova urgenza. Durante le discussioni delle visite episcopali ad limina al Cor Unum, ad esempio, ho dovuto spesso sottolinearlo quando la prima parte del testo veniva appena ripresa. Allora ci siamo posti la domanda provocatoria sul perché il Papa l’avrebbe scritta.

Il messaggio di Benedetto sull’amore di Dio come causa fondamentale rivelata di tutta la salvezza umana non era superfluo nel 2006 né può essere archiviato oggi. Joseph Ratzinger è stato a lungo preoccupato dal secolarismo considerato come un grave oscuramento della fede per il mondo e la Chiesa di oggi: dove organizziamo la nostra vita senza Dio. Nel 1972 scrisse in una pubblicazione di prim’ordine (Quaestiones disputatae) che Dio non era più il punto di riferimento per la verità della fede, sostituito sempre più dalla decisione della maggioranza nella comunità ecclesiastica. Poi sospirò: «Ma chi è l’Iddio da cui il “popolo di Dio” ha preso il nome? Che cosa significa, se gli uomini sono “Popolo di Dio”? Così chiamati: da chi sono determinati? Questa parola “Dio” e quindi questo popolo ha ancora un significato?».

L’attuale “oblio di Dio” scorre come un filo rosso attraverso tutti gli scritti e le parole di quest’uomo. In alcune delle sue ultime dichiarazioni pubbliche (Ultime Conversazioni, Monaco 2016) ha sintetizzato l’intenzione del suo ministero da Papa: “C’era anzitutto quello che volevo fare: mettere al centro il tema di Dio e la fede e in primo piano”. E nella sua omelia alle esequie del fondatore di CL, monsignor Luigi Giussani (Milano, 2005), ha avvertito la Chiesa: “Chi non dà Dio, dà troppo poco”.

* Cardinale e Arcivescovo

(traduzione a cura di Nico Spuntoni)