Dentro l’Italia spaventata

Il cartello in un bar di Roma: i cinesi non entrano -Già crollati del 60% gli affari dei ristoranti etnici. Il coronavirus ai tempi di Twitter vola più veloce della luce. Sembrano passati duecento anni da quando i bollettini sulla Sars si leggevano solo sul sito del ministero della Salute. E invece era il 2003. Allora le vittime furono ottocento, ma caddero sul campo anche numerosi ristoratori cinesi, costretti a ridimensionare i loro locali dopo la fuga dei clienti. «A noi ci vollero sei mesi per riprenderci», racconta Jianguo Shu, proprietario di Dao… presidente della ristorazione cinese a Roma. «Noi per il capodanno cinese abbiamo avuto quasi la metà delle presenze. I ristoranti cinesi a Roma sono circa 7-800, e per tutti c’è stato un crollo tra il 50 e il 70%. C’è chi sta già licenziando i camerieri

C’è un contagio che in Italia ha già seminato numerose vittime, di ogni estrazione sociale ed età, ed è quello emozionale. La sua diffusione è esponenziale, da Nord a Sud, e si manifesta con sintomi bizzarri e sconcertanti.

A Roma, per esempio, in un bar vicino alla Fontana di Trevi, ieri è stato affisso un cartello che vietava l’ingresso a persone di nazionalità cinese. C’era scritto: «A causa delle disposizioni internazionali di sicurezza, a tutte le persone provenienti dalla Cina non è permesso di entrare in questo posto. Ci scusiamo per il pro-blema». L’antidoto è arrivato a breve giro, con la condanna degli altri commercianti: «Ci dissociamo da quanto accaduto. È un cartello forte che è una pessima pubblicità per il nostro quartiere di Trevi». Il cartello è scomparso.

A Tivoli, invece, una mamma interventista ha mandato alle altre madri un audio-messaggio nella chat di Whatsapp delle elementari e dell’asilo. Diceva: «Buonasera mamme, volevo avvisare di non portare bambini assolutamente all’Umberto I: una mia cugina stava portando lì il figlio che sta male e l’hanno buttata fuori perché c’è un bambino con questo virus e altri dieci sospetti». E quando compare la categoria di «mio cugino», stretto parente di «un amico di un mio amico», è chiaro che siamo già arrivati oltre la soglia della ragionevolezza.

La crisi dei locali

Il coronavirus ai tempi di Twitter vola più veloce della luce. Sembrano passati duecento anni da quando i bollettini sulla Sars si leggevano solo sul sito del ministero della Salute. E invece era il 2003. Allora le vittime furono ottocento, ma caddero sul campo anche numerosi ristoratori cinesi, costretti a ridimensionare i loro locali dopo la fuga dei clienti. «A noi ci vollero sei mesi per riprenderci», racconta Jianguo Shu, proprietario di Dao (secondo China Easteat Culture Group tra gli otto ristoranti di cucina cinese migliori al mondo fuori dalla Cina) e presidente della ristorazione cinese a Roma. «Noi per il capodanno cinese abbiamo avuto quasi la metà delle presenze. I ristoranti cinesi a Roma sono circa 7-800, e per tutti c’è stato un crollo tra il 50 e il 70%. C’è chi sta già licenziando i camerieri».

A Milano, se un’eccellenza come Iyo (unico ristorante giapponese in Italia con una stella Michelin) non ha sentito contraccolpi, il titolare Claudio Liu, di origini cinesi, racconta di colleghi che hanno perso il 60% del lavoro. Fipe-Confcommercio ha stimato le perdite del comparto della ristorazione cinese, cinquemila locali nel nostro Paese, in due milioni di euro al giorno.

In via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese, ristoranti dove in genere a pranzo si fa fatica a trovare un tavolo libero ieri erano deserti. Pure un negozio come l’Erbolario, che non vende alimenti (casomai qualcuno temesse, sbagliando, di poter contrarre il virus dalla carne o dal pesce) da una settimana sta registrando un calo delle vendite quasi del 50%. Racconta Jessica: «Sta venendo molta meno gente, i nostri clienti sono sia cinesi che italiani. Da quando è scattato l’allarme va avanti così». Ma la fantasia di un’anziana che assiste alla conversazione, in presenza del suo cane, va oltre la nostra immaginazione: «Mica penserete davvero che è un virus nato in Cina? Lo hanno creato i russi o gli americani per farsi la guerra».

Le mascherine

Per strada e sui tram si vedono le mascherine. Ma un sondaggio Eurodap su 671 uomini e donne dice che il 21 per cento degli intervistati ha deciso di non prendere i mezzi pubblici in questo periodo, il 78% è preoccupato per la diffusione del patogeno, il 56% ora fa maggiore attenzione all’igiene (bontà sua). Sui taxi di Milano sono stati avvistati cinesi con la mascherina che viaggiavano con i finestrini abbassati, perché, lo sanno anche le nonne, cambiare l’aria allontana la possibilità del contagio. All’Esquilino di Roma in certe farmacie hanno esaurito Amuchina e mascherine. A Bologna, le scorte di mascherine dell’azienda di Paolo Gualandi (uno stock da mezzo milione di pezzi) sono state prese d’assalto e il titolare sta dando la precedenza al distributore cinese. «Gli ordini arrivano a 8-10 volte la nostra disponibilità. La vera emergenza è lì».

Falsi allarmi

E poi c’è chi ha voglia di scherzare (a spese degli altri). Qualche buontempone ha diffuso un presunto comunicato del Comune di Catania, subito smentito, che raccomandava di non andare nei negozi cinesi o nei centri commerciali affollati preannunciando l’imminente allerta per le feste di Sant’Agata. Peccato fosse tutto falso. Mentre i geni (del male) dell’informatica hanno subito approfittato del coronavirus per usarlo come esca in file pdf, mp4 e docx: sulla carta avrebbero offerto istruzioni contro il contagio e invece piratavano informazioni personali.

Studenti all’estero

Tre studenti a Taiwan con il programma internazionale Rotary Youth Exchange sono tornati in Italia in coincidenza con le vacanze del Capodanno cinese: sono due italiani e un tedesco. Massimo Marotta, papà foggiano di uno di loro, ammette: «Mio figlio ancora fa finta di non rendersi conto, ma ha capito che l’esperienza all’estero è finita. Lunedì proverà a rientrare a scuola, è in Italia da dieci giorni. Dagli Ospedali Riuniti di Foggia lo hanno mandato all’Ufficio di igiene, per i controlli, e poi ha fatto una visita con il medico di base che gli ha detto che va tutto bene. Solo lo Spallanzani è attrezzato per il tampone del coronavirus, speriamo che la scuola non faccia problemi». Intercultura, invece, ha sospeso il programma in Cina e a Hong Kong: torneranno tutti e 114 gli studenti che stavano frequentando il quarto anno delle superiori in Oriente.

Sul posto di lavoro

Ai dipendenti dei Musei Vaticani è stato chiesto di segnalare ogni possibile sintomo influenzale e di stare lontani da neonati e persone con problemi respiratori. Poi la rettifica: «Possono considerarsi casi sospetti soltanto quelli in cui i sintomi descritti sono presenti in una persona che proviene da una regione a rischio (Wuhan e altre aree della Cina) nei giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia. Soltanto in presenza di un simile caso sospetto si consiglia di indossare mascherina e guanti».

Due turisti italiani che avevano prenotato un albergo nella zona del Grand Hotel Palatino dove alloggiavano i cinesi risultati positivi hanno disdetto all’ultimo la loro camera. E i poveri medici di base continuano a essere presi d’assalto su ogni piattaforma dai loro pazienti, per la sfortunata sovrapposizione dell’influenza di stagione con l’allarme sul coronavirus.

Il Chinese Film Festival di Pisa, che si sarebbe dovuto svolgere dal 4 al 6 febbraio, è stato rinviato ad aprile su richiesta della comunità cinese perché «questo è un momento di lutto». Forse è vero (però anche del buon senso).