DECRETO DI APRILE/ E i soldi che mancano: il lato pericoloso delle promesse tradite

Il “decreto aprile” non prende forma perché il governo è diviso e non trova risorse. La situazione economica e sociale rischia di diventare esplosiva. Il livello di disoccupazione cui possiamo andare incontro è talmente alto ed è talmente difficile pensare di tutelarlo con così pochi soldi e così tanta confusione operativa, che sbagliare nuovamente le misure economiche è un rischio concreto ma è anche una prospettiva da brivido, da rivolta sociale. Per questo il decreto aprile è così spinoso: dovrebbe dare risposta a tutte le istanze di una situazione sociale che potrebbe diventare esplosiva e da una parte non sa come fare, mentre dall’altra sconta il peso, e ormai anche lo sdegno, di otto settimane di confusione e di promesse tradite.

Una App non fa primavera, ma il governo Conte 2 ne parla, iniziando praticamente di notte la sua seduta, per far finta di essere sani. È pacifico che l’utilità di un espediente digitale che regoli i movimenti degli immunizzati e aiuti gli altri a individuare eventuali malati pervicacemente decisi ad ungere di virus i sani, dipende dalla capacità di testare a tappeto la popolazione, terreno franoso sul quale il governo è ben lungi dall’aver preso qualsiasi decisione, né può oggettivamente ancora farlo in assenza di metodiche chiare e condivise individuate dalla comunità scientifica.

Ma qualcuno, a Palazzo Chigi, ha ritenuto che lanciare con enfasi l’adozione della App “Immuni” potesse essere un’arma di distrazione di massa. Così non è, palesemente: e tuttavia, il governo insiste. Al momento in cui quest’articolo viene scritto, la riunione è ancora in corso ma, a meno che nella provvidenziale voce “varie ed eventuali” – che conclude, come di prammatica, lo scarno elenco di punti all’ordine del giorno – non si annidi un’improbabile pepita, il comunicato finale sarà di quelli senza storia.

La storia vera, che quindi nessuno racconta, è che il 30 aprile è l’ultimo giorno del mese che avrebbe dovuto avere il “suo” decreto economico (quello varato l’8 aprile era un lascito di marzo…) e sta chiudendosi invece senza che il Parlamento abbia ancora approvato lo scostamento di bilancio dei 55 miliardi di deficit in più con cui l’esecutivo conta di poter finanziare – a trovare i denari necessari sul mercato del debito pubblico con la copertura della Bce, o meglio ancora con l’aiuto dell’Europa – la scarsa liquidità messa in gioco appunto dal decreto dell’8 aprile.

Il dramma politico, dramma nella tragicommedia in atto da settimane sotto gli occhi degli italiani, è che Cinquestelle e Pd, i due partiti della maggioranza, non sono d’accordo su niente. E che a Palazzo Chigi come al ministero dell’Economia manca la leadership necessaria per rompere gli indugi e dire qualcosa di esecutivo. Ce la faranno, fra il 30 aprile e il ponte-non-ponte del Primo Maggio? Alla fine probabilmente sì, soprattutto se ricorreranno nuovamente a misure provvisorie, o monche, o troppo complicate per essere applicate rivelando la loro debolezza.

Anche perché entro il 4 maggio, il lunedì della fase 1 e tre quarti, il presidente Conte deve – ormai non può tirarsi indietro – promulgare l’altro provvedimento, quello che secondo le anticipazioni rese nella conferenza stampa dell’altro giorno dovrebbe riaprire il Paese per circa 2,7 milioni di lavoratori ma con modalità ancora confuse, dove le varie task-force hanno probabilmente con la massima buona volontà cercato di dare linee guida destinate a rimanere fragili e vaghe finché non corroborate da un’iniezione di volontà politica.

Volontà e capacità: virtù carenti, in questo quadro, che sarebbe complicato per chiunque ma che la linea di ottimismo velleitario e di paternalismo vacuo e irritante adottata dai vertici rende ormai insopportabile ai più. Il malessere monta, assumendo tinte inquietanti e degenerando qua e là in derive pericolose, da quella di un “liberi tutti” che sarebbe oltremodo imprudente a quella di un ribellismo furbastro che sarebbe ancora peggio a quella di una patofobia antagonista che porta i più apprensivi ad inveire dal balcone contro chi sta semplicemente rincasando dopo un’uscita per motivi di forza maggiore.

In verità il decreto in bozza sulla Fase 2 trascura di netto numerose categorie sociali che non accetteranno un simile trattamento: dai precari ai tanti disoccupati di aziende ormai sull’orlo della chiusura che non hanno visto un euro di aiuti in due mesi. Il livello di disoccupazione cui possiamo andare incontro è talmente alto ed è talmente difficile pensare di tutelarlo con così pochi soldi e così tanta confusione operativa, che sbagliare nuovamente le misure economiche è un rischio concreto ma è anche una prospettiva da brivido, da rivolta sociale. Per questo il decreto aprile è così spinoso: dovrebbe dare risposta a tutte le istanze di una situazione sociale che potrebbe diventare esplosiva e da una parte non sa come fare, mentre dall’altra sconta il peso, e ormai anche lo sdegno, di otto settimane di confusione e di promesse tradite.

Alla farmacia del Senato, ad esempio, ancora ieri non si poteva acquistare nessuna mascherina a 50 centesimi. Figuriamoci fuori: sono queste le scintille che cominciano a piovere sulla polveriera di un disagio che forse non è stato sottovalutato ma che certamente nessuno ha finora saputo gestire o contenere.

Quel che resta della maggioranza infastidisce con il suo atteggiamento positivista senza riscontro e consistenza. La gente è stanca e sfiduciata, lo siamo tutti. Non si capisce perché gli ospedali non possano più accogliere e curare i mille ammalati di affezioni diverse dal Covid-19 se ogni giorno ci viene ripetuto, anche dalle Regioni, che ormai le terapie intensive hanno occupati un quarto dei posti resisi disponibili per l’emergenza.

Il decreto liquidità dovrebbe essere un mea-culpa capace di farsi carico di tutti i buchi che ci sono stati, di tutte le delusioni generate. E proprio per questo sul suo testo, che beffardamente e pericolosamente si incrocia col varo formale del decreto Fase 2, si addensano nuvole grigie. Nel dibattito in aula sul Documento economico e finanziario, il primo intervento di un senatore di Italia viva ha avuto il tono dell’intervento di un oppositore. Una maggioranza già spaccata al suo interno deve fare anche i conti con questa serpe in seno, una sessantina di parlamentari pronti, al segnale del loro capo Renzi, a mandare l’esecutivo in minoranza.

E una crescente frangia di grillini si dice sia disposta a passare al gruppo misto e da lì appoggiare – con qualche forma di sostegno esterno – un governo di larghe intese che, recuperando i voti di Forza Italia, desse modo al Quirinale di varare ciò che fino a un mese fa sul Colle non avrebbero mai immaginato possibile, un esecutivo di unità nazionale guidato da qualcun altro, incardinato su pochi grandi provvedimenti, più riconosciuto e credibile in Europa e nel mondo, forse più in grado di gestire la doppia emergenza, sanitaria ed economica. Sarà un maggio caldissimo, speriamo che il virus ne risenta.